Cavallerizza e via Asti, la vera questione aperta a Torino
Livio Pepino
«L’establishment invoca "tolleranza zero" contro gli occupanti. Ma il bene pubblico si tutela salvando edifici così importanti dalla speculazione». Il manifesto, 10 maggio 2015

Una dimen­ti­cata norma della Costi­tu­zione, l’articolo 9, pre­vede che la Repub­blica «tutela il patri­mo­nio sto­rico e artistico».
Per dare effet­ti­vità a que­sta norma alcuni gio­vani hanno occu­pato due sto­rici monu­menti tori­nesi (il com­plesso della Caval­le­rizza, dichia­rato patri­mo­nio dell’umanità dall’Unesco, e la caserma di via Asti, luogo di tor­tura di anti­fa­sci­sti e par­ti­giani) per i quali si pro­fila un futuro di spe­cu­la­zione e, nell’attesa, un cre­scente degrado. In via Asti la tutela si coniuga con la sua resti­tu­zione alla città anche attra­verso una desti­na­zione sociale (aper­tura di aule stu­dio e di una mensa popo­lare e riqua­li­fi­ca­zione per far fronte a un disa­gio abi­ta­tivo sem­pre più pesante).
Le due ini­zia­tive tro­vano con­senso e soste­gno tra i cit­ta­dini, nel mondo asso­cia­tivo e sin­da­cale, negli ambienti cul­tu­rali. Gli occu­panti chie­dono alle isti­tu­zioni l’apertura di un con­fronto pub­blico sul futuro degli edi­fici.

Nel suo blog sul Cor­riere della Sera Tomaso Mon­ta­nari sot­to­li­nea come la cir­co­stanza che, nell’inerzia (o peg­gio) delle isti­tu­zioni, siano i cit­ta­dini a «pren­dersi a cuore il loro ter­ri­to­rio e i loro monu­menti» risponde esat­ta­mente al pro­getto costi­tu­zio­nale che ha voluto respon­sa­bi­liz­zare non un astratto «Stato» ma la «Repub­blica» in tutte le sue com­po­nenti e articolazioni.

Un gruppo di intel­let­tuali (primo fir­ma­ta­rio Gustavo Zagre­bel­sky) fa appello al Comune per­ché sopras­sieda dal pro­getto di alie­na­zione e smem­bra­mento della Caval­le­rizza e apra una sta­gione di «pro­get­ta­zione par­te­ci­pata» sul suo futuro utilizzo.

Un vec­chio par­ti­giano, l’avvocato Bruno Segre (già dete­nuto in via Asti), nel corso della ceri­mo­nia con cui gli viene con­se­gnato il «sigillo civico» dichiara che gli occu­panti della caserma meri­tano l’appoggio della città. Per l’establishment tori­nese è dav­vero troppo. Così ieri inter­viene la sco­mu­nica di Repub­blica che, con un arti­colo dell’avvocato Vit­to­rio Baro­sio, pub­bli­cato in prima pagina nella cro­naca cit­ta­dina, non si limita a espri­mere il pro­prio (legit­timo) dis­senso rispetto alle occu­pa­zioni ma invoca al riguardo «tol­le­ranza zero» e chiede espres­sa­mente una «azione esem­plare» della magi­stra­tura per­ché la vio­la­zione della lega­lità in atto «non può essere tollerata».

Gli inte­ressi in gioco sono evi­den­te­mente assai forti! Ma c’è, oltre agli inte­ressi, una cul­tura che va con­tra­stata in radice. Nel sistema dise­gnato dalla nostra Carta fon­da­men­tale, infatti, la lega­lità – come ha inse­gnato Piero Cala­man­drei nella indi­men­ti­ca­bile arringa in difesa di Danilo Dolci del lon­tano 1956 – è esat­ta­mente l’opposto del lega­li­smo con­for­mi­sta, che tende alla pura con­ser­va­zione dell’esistente, ed è fatta anche di «strappi» e di disob­be­dienza civile (di cui ci si assume, ovvia­mente, la respon­sa­bi­lità) per rea­liz­zare il dise­gno costi­tu­zio­nale. Del resto Anti­gone – mito della tra­ge­dia greca e sim­bolo, nei secoli, di libertà e di lotta con­tro il sopruso – per dare sepol­tura al fra­tello, disob­be­dendo alla legge di Creonte, non disco­no­sce il signi­fi­cato della legge e non pre­dica l’illegalità ma si fa por­ta­trice di una legge supe­riore (il «diritto degli dei») e accusa il sovrano di illegalità.

E, poi, è inu­tile occul­tare che l’invocazione della «tol­le­ranza zero» è una opzione solo e tutta poli­tica. Viviamo in un Paese in cui le leggi sono tanto nume­rose quanto vio­late. Per­se­guire la lega­lità signi­fica dun­que, ine­vi­ta­bil­mente, defi­nire gerar­chie di valori e prio­rità di inter­venti. Non tutto si può fare con­tem­po­ra­nea­mente e con lo stesso impe­gno di risorse e intelligenza.

Occorre sce­gliere.

Si può comin­ciare lot­tando con­tro le mafie o libe­rando le città dalla pre­senza «fasti­diosa» di accat­toni e lava­ve­tri, con­tra­stando la spe­cu­la­zione edi­li­zia e l’inquinamento ambien­tale o per­se­guendo chi pro­te­sta (magari con qual­che eccesso) a tutela della salute pro­pria e dei pro­pri figli, impe­gnan­dosi per eli­mi­nare (o con­te­nere) l’evasione fiscale oppure sgom­brando edi­fici abban­do­nati occu­pati da «con­te­sta­tori» e via elen­cando. Inu­tile dire che la defi­ni­zione del calen­da­rio degli impe­gni (e la con­nessa mobi­li­ta­zione dell’opinione pub­blica) è scelta poli­tica e non un vin­colo giuridico.

Ma c’è di più. Anche le moda­lità dell’intervento teso a ripri­sti­nare una lega­lità che si assume vio­lata non sono auto­ma­ti­che. La corsa di ciclo­mo­tori in una strada urbana si può con­tra­stare con multe pesan­tis­sime, con un con­trollo del traf­fico da parte di vigili in divisa, con la pre­di­spo­si­zione sulla car­reg­giata di appo­site bande tese a impe­dire una velo­cità ecces­siva; lo sgom­bero di barac­che abu­sive e peri­co­lose si può effet­tuare con le ruspe o con i ser­vizi sociali, con la poli­zia in assetto di guerra o pre­di­spo­nendo solu­zione abi­ta­tive alter­na­tive; la lega­lità può essere impo­sta con la forza o per­se­guita con il con­fronto e la trattativa…

Ancora una volta non si tratta di auto­ma­ti­smi giu­ri­dici ma di scelte poli­ti­che. Ed è que­sta – non altra – la que­stione aperta, oggi, a Torino
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