Bruciata la protesta
Norma Rangeri
«Chi agi­sce ricor­rendo ad una vio­lenza fine a se stessa, distrugge in primo luogo la poli­tica, il diritto di mani­fe­stare paci­fi­ca­mente, mette in un angolo i movi­menti che vogliono espri­mere - anche in piazza - un’altra visione del mondo». Il manifesto, 3 maggio 2015

Che senso ha ince­ne­rire la giu­sta lotta per il diritto al cibo con una raf­fica di molo­tov? Come si pos­sono con­tra­stare la povertà e la fame nel mondo, se si dan­neg­giano negozi, se si incen­diano le auto di cit­ta­dini incol­pe­voli, se si mette in campo solo una anar­chica voglia di distru­zione? Cosa signi­fica mani­fe­stare indos­sando una maschera antigas?

Ha ragione il sin­daco di Milano, Pisa­pia, a defi­nire imbe­cilli que­sti tra­ve­stiti di nero che si diver­tono a fare i cat­tivi. A volto coperto. Tut­ta­via non basta qual­che agget­tivo per cata­lo­gare dei com­por­ta­menti scon­si­de­rati. Per­ché chi agi­sce ricor­rendo ad una vio­lenza fine a se stessa, distrugge in primo luogo la poli­tica, il diritto di mani­fe­stare paci­fi­ca­mente, mette in un angolo i movi­menti che vogliono espri­mere — anche in piazza — un’altra visione del mondo.

Gli effetti del van­da­li­smo anti-Expo del primo mag­gio non sono solo quelli che abbiamo visto nelle imma­gini tv. Ce ne sono altri, meno evi­denti. Eppure molto con­creti. Per­ché secondo il pre­ve­di­bile copione, la legit­tima pro­te­sta e la con­te­sta­zione della ras­se­gna uni­ver­sale sono state offu­scate pro­prio dal fumo nero che si è levato dai tanti foco­lai di incen­dio pro­vo­cati dai piro­mani di professione.

Que­sti cosid­detti black bloc cono­scono bene le regole della comu­ni­ca­zione, sanno benis­simo che il sen­sa­zio­na­li­smo delle loro azioni viene usato per igno­rare i com­por­ta­menti, paci­fici, altrui. E que­sto ruolo non gli va più con­cesso: i movi­menti devono essere i primi a sen­tirsi dan­neg­giati per quanto è acca­duto. E com­por­tarsi di con­se­guenza, pren­dendo le distanze e difen­den­dosi da chi ha nulla a che fare con la politica.

L’Expo può essere e deve essere cri­ti­cato. Per­ché non risol­verà i pro­blemi degli affa­mati della Terra. Per­ché l’economia mon­diale non può restare nelle mani delle mul­ti­na­zio­nali che, come dice Van­dana Shiva, pen­sano soprat­tutto a nutrire se stesse, non certo il Pia­neta. Per­ché come accade con i grandi eventi, sem­pre molto costosi, dif­fi­cil­mente sedi­men­terà qual­cosa che durerà nel tempo. Per­ché biso­gna essere dav­vero otti­mi­sti per cre­dere che risol­le­verà il nostro Pil di qual­che deci­male. Per­ché una delle “voca­zioni” del paese, il turi­smo, non si ali­menta con le mani­fe­sta­zioni a ter­mine ma con una stra­te­gia e inve­sti­menti di ampio respiro.

La vio­lenza ha messo in un angolo anche l’altro Primo Mag­gio, quello più auten­tico e sto­rico: la festa del lavoro che non c’è. La messa a soq­qua­dro di Milano ha fatto pas­sare in secondo piano la pro­te­sta sin­da­cale con­tro il governo e i suoi fal­laci e pate­tici pro­clami sulle magni­fi­che e pro­gres­sive sorti del Jobs Act. E ha messo in sor­dina il forte mes­sag­gio lan­ciato da un luogo sim­bo­lico dell’accoglienza agli immi­grati in fuga da guerre, dispe­ra­zione, fame. Forse Poz­zallo, pic­colo paese sici­liano, rap­pre­sen­tava il vero con­tral­tare all’abusata reto­rica del pre­si­dente del Con­si­glio all’inaugurazione dell’Expo.

Tutto que­sto è stato “bru­ciato” da chi ama distrug­gere le cose e anche le idee e le opi­nioni costruite fati­co­sa­mente. E soprat­tutto quelle die­tro le quali si nascon­dono. Per­ché agi­scono insi­nuan­dosi e con­fon­den­dosi nei cor­tei, nei movi­menti. Ai quali diamo un mode­sto con­si­glio: la pros­sima volta si scenda in piazza con un effi­ciente ser­vi­zio d’ordine. Un tempo si orga­niz­za­vano come stru­mento di auto­di­fesa. In primo luogo dalla poli­zia che, sta­volta, ha fatto un’opera di con­te­ni­mento, evi­tando di pro­vo­care uno scon­tro gene­ra­liz­zato che avrebbe avuto ben altre con­se­guenze. Adesso i ser­vizi d’ordine devono ser­vire anche per distin­guersi da chi pensa che ferire il cen­tro di una città sia la solu­zione. Ma una pre­senza orga­niz­zata in piazza non si improv­visa, richiede una coe­sione poli­tica e sociale che manca sia nei movi­menti che nella sini­stra di alternativa.
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