Comune assente, ci pensa la Biennale
Enrico Tantucci
«Una Biennale sempre più grande, in una città sempre più spettatrice». Sempre più sfacciata la cessione ad altri di pezzi del plurisecolare patrimonio cittadino. La Nuova Venezia, 18 aprile 2015 (m.p.r.)

I luoghi di Venezia a chi li vuole e sa prenderseli. Nell’assenza - da tempo - di una politica comunale sui suoi spazi inutilizzati che non sia la loro semplice messa in vendita (in genere a prezzi di saldo) per tappare le «falle» del bilancio, e nel vuoto di rappresentanza rappresentato dalla gestione commissariale, stanno inserendosi nell’ultimo anno una serie di operazioni patrimoniali e immobiliari che riguardano pezzi di città. Ci sono quelle puramente speculative della stessa Cassa Depositi e Prestiti - come riferiamo a parte - che pure è una società pubblica, o dei privati, dal Fontego dei Tedeschi con la gestione Benetton al complesso dell’ex Pilsen ceduto dal Comune per consentire la realizzazione, in corso, di uno «store» della Zara. E ci sono quelle più «illuminate» e intelligenti che sta conducendo la Biennale sotto la presidenza di Paolo Baratta, che si avvia alla sua conclusione. Baratta ha già avuto il grande merito di avviare storicamente - nel corso della sua prima presidenza della Biennale - il recupero dell’Arsenale, quando esso era in stato di avanzato degrado, con il recupero di pezzi importanti della parte sud, ottenuti in concessione e recuperati a fini espositivi per le mostre della fondazione, grazie anche ai fondi della Legge Speciale, da oltre quindici anni. 
Ora quegli stessi spazi - il complesso delle Corderie, quello delle Artiglierie, il Teatro Piccolo Arsenale, le Tese cinquecentesche, le Tese delle Vergini, delle Gaggiandre e le Tese dell'Isolotto Sud - sono di fatto diventati della Biennale, grazie alla concessione trentennale (ma prolungabile) siglata con il Comune e il Demanio, dopo che è stata la stessa legge del 2012 che ha riconsegnato al Comune l’Arsenale, a prevederlo. Ma Baratta che, a differenza del Comune, ha le idee molto chiare su come utilizzare queste aree, non si accontenta. E così nella convenzione, appena approvata dal commissario Vittorio Zappalorto in Consiglio comunale, che assegna alla Biennale gli spazi che occupa dell’Arsenale Sud, c’è anche il complesso delle Sale d’Armi, che non era tra quelli previsti con la legge del 2012, ma che la precedente amministrazione comunale aveva ceduto in concessione alla fondazione. 
Ora allargati anche alla parte sud del complesso, sempre per destinarli a nuove sedi di padiglioni stranieri che ne sono privi e che li restaureranno a proprie spese, come hanno già fatto, ad esempio, il Sudafrica e l’Argentina. Spazi ceduti in concessione permanente - si spiega a Ca’ Farsetti - perché la legge del 2012 sull’Arsenale consente comunque di cedere spazi di proprietà comunali per attività culturali, come quelle - di indiscutibile livello - che la Biennale svolge. E ci sarà presto - con un’apposita convenzione - anche il Giardino delle Vergini, mantenendone la fruizione pubblica. Potrebbe accadere lo stesso, presto, anche per il Giardino della Marinaressa, in Riva dei Sette Martiri, recentemente passato - con il federalismo demaniale - in proprietà al Comune, dopo essere stato dell’Autorità Portuale. Qui sono in corso lavori di ristrutturazione - contro cui si scaglia l’ex consigliere comunale di Fratelli d’Italia Sebastiano Costalonga - in vista dell’ospitalità per sei mesi di una mostra collaterale della Biennale di una scultrice americana. Ma anche questo potrebbe diventare in un prossimo futuro, uno degli spazi permanenti di una Biennale sempre più grande, in una città sempre più spettatrice.
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