“Sicilia, no alla legge che fa scempio dei centri storici”
Teresa Cannarozzo
Estremo appello ai componenti dell'Assemblea regionale della Sicilia perché non approvino la proposta di crimine del governo regionale delle "larghissime intese".  Articoli di Sara Scarafia e Teresa CannarozzoLa Repubblica ed. Palermo, 10 marzo 2015


Sicilia, no alla legge che fa scempio dei centri storici
di Sara Scarafia


L’hanno già ribattezzata la legge “rottama centri storici”, perché se oggi pomeriggio l’Assemblea regionale siciliana l’approverà così com’è, permetterà di abbattere e ricostruire nel cuore delle città, da Ibla a Ragusa, da Ortigia a Siracusa, da Catania a Palermo. I deputati regionali che l’hanno sponsorizzata – dal Pd al Nuovo centrodestra – la definiscono una «rivoluzione che sburocratizza gli interventi nei centri storici finora ancorati a farraginosi piani particolareggiati». Ma per urbanisti e associazioni – da Legambiente ad Anci Sicilia – altro non è che il via libera a «un assalto al territorio».

Nelle ultime ore decine di movimenti da tutta Italia hanno scritto al presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, per chiedergli di «stoppare il disegno di legge». Ma gli appelli non sono serviti: oggi il testo sarà in discussione. Cosa prevede? Di sostituire gli strumenti urbanistici finora utilizzati, cioè i piani particolareggiati, con le “tipologie edilizie”: la nuova legge classifica le costruzioni in “costruzioni di base”, “monumentali” e “moderne”, e per ogni tipologia individua gli interventi consentiti. Per restaurare immobili non vincolati basterà una comunicazione e sarà possibile, ottenuto il parere della Soprintendenza, pure abbattere intere palazzine non di pregio e ricostruirle. Le «tipologie edilizie» saranno individuate dai consigli comunali come i piani particolareggiati che, però, venivano valutati collegialmente da un comitato insediato all’assessorato al Territorio. «Mentre con la nuova legge basterà il parere monocratico della Soprintendenza e questo ridurrà le tutele», dicono gli urbanisti Teresa Cannarozzo e Giuseppe Trombino. «Facciamo appello alle persone di buon senso che speriamo si trovino ancora all’interno dell’Ars, affinché si fermino a riflettere prima di votare un ddl che potrebbe produrre effetti devastanti per la nostra memoria storica», dice il presidente di Legambiente Sicilia, Mimmo Fontana.

L’Anci Sicilia - attraverso il Pd – ha presentato un pacchetto di emendamenti che, se approvati, salvaguarderebbero i comuni che hanno già approvato i piani particolareggiati: ma in Sicilia sono appena una decina su 390 – tra i grandi ci sono Palermo, Siracusa, Ragusa – e resterebbero fuori, per esempio, i gioielli barocchi di Noto, Scicli e Modica, ma anche Catania. «Il disegno di legge va bloccato e ripensato», insistono le associazioni.

All’Ars il Pd è spaccato: se tra i deputati che hanno firmato la proposta di legge c’è Antony Barbagallo, sindaco del piccolo comune di Pedara nel Catanese, il capogruppo dei democratici Baldo Guicciardi ha firmato gli emendamenti dell’Anci. «La legge è uno scempio», attacca Manlio Mele, responsabile Beni culturali del Pd siciliano. In mezzo alla bagarre ci sono i 5stelle. Il presidente della commissione Territorio e Ambiente è Giampiero Trizzino, grillino: «Non condivido la proposta – dice – ma ci tengo a precisare che non vuole snaturare ma solo accelerare le procedure di recupero». In aula si annuncia battaglia.


Le regole immolate sull’altare della fretta
di Teresa Cannarozzo
L’ARS si accinge a discutere un disegno legge che potremmo definire di “rottamazione dei centri storici”. Il ddl si propone di dare slancio all’attività edilizia e invoglia i proprietari ad effettuare interventi di ristrutturazione superando le «difficoltà di elaborazione ed approvazione dei piani particolareggiati» e consentendo interventi immediati sulle singole unità edilizie, senza dover ricorrere a strumenti urbanistici di alcun genere. Nemmeno alle più semplici varianti dei piani regolatori introdotte dall’assessorato regionale con la circolare del 2000, che costituisce già una notevole semplificazione rispetto alla procedura dei “piani particolareggiati” e una notevole diminuzione di costo. Circolare che una quarantina di comuni hanno adoperato con successo.

Purtroppo, per incentivare gli interventi edilizi la proposta legislativa si fa portatrice di un’inquietante serie di “semplificazioni”, ricorrendo a regole generiche e sommarie, che consentiranno di omettere le analisi storiche e urbanistiche delle diverse realtà territoriali, dimenticando che i centri storici non sono la somma di case, di chiese e di palazzi, ma sono strutture urbane di antica formazione, che costituiscono la parte più pregiata della città contemporanea, il cuore e il palinsesto della memoria collettiva. Per essere più chiari questo significa che si dovrebbe conoscere quale è il ruolo che i centri storici svolgono oggi e di che cosa hanno bisogno per essere abitabili confortevolmente ed essere immersi nella contemporaneità. Quali funzioni devono essere inserite oltre quella residenziale? In che stato è l’accessibilità, la mobilità, i parcheggi, la rete idrica, le fognature, il consumo energetico, le reti immateriali? Questo significa che prima si deve fare un piano, anche quello semplificato, e poi si passa alla scala edilizia. Assumendo come prioritari la velocizzazione e la semplificazione, vero e proprio «mantra» di questi tempi fatui e mistificanti, si corre il rischio di evadere gli obiettivi della tutela sanciti dalla Costituzione, ma anche di mancare quelli di una valorizzazione «sostenibile».

In particolare il disegno di legge metterebbe il proprietario e il suo tecnico di fiducia nelle condizioni di trasformare un edificio a seguito di dichiarazione di inizio di attività, corredata semplicemente da una documentazione grafica e fotografica, in base alla quale attribuire motu proprio la tipologia di appartenenza all’edificio (?) ed i conseguenti tipi di intervento.

Si tratta di un gravissimo arretramento culturale e tecnico che non tiene conto dell’evoluzione della materia a partire dal 1960, anno in cui venne fondata a Gubbio l’Associazione Nazionale Centri Storici-Artistici (ANCSA) con la partecipazione del Comune di Erice, come socio fondatore, quando si sancì che i centri storici sono organismi da tutelare nell’insieme, quindi in termini «urbanistici » che integrano gli aspetti paesaggistici e i rapporti spaziali tra il costruito e le aree libere. La Corte Costituzionale, con sentenze 182/2006 e 367/2007, ha ribadito il principio costituzionale dell’interesse generale della tutela del passaggio, e dunque dei centri storici, affermando che essa è un «valore primario ed assoluto » che non può essere «subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici». Ma il ddl apporta anche una lesione alla partecipazione dei cittadini ai processi di trasformazione urbana, perché in assenza di un piano, manca la procedura di pubblicizzazione delle strategie progettuali.
Piuttosto che smantellare con furia iconoclasta la pianificazione, la tutela e la valorizzazione dei nostri centri storici, che in molti casi attingono al ruolo di siti Unesco, bisognerebbe fare un bilancio dei risultati ottenuti con i piani derivanti dall’utilizzazione della circolare 3/2000 ed eventualmente aggiornarne i contenuti e le procedure, modificando profondamente il testo in esame.


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