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Fabrizio Bottini
Incidenti stradali e ora legale
29 Marzo 2015
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L'attenzione alla vita quotidiana e lo spirito critico sono due buoni punti di partenza per scoprire le magagne della città e della società, e intravedere i modi per la loro neutralizzazione.

L'attenzione alla vita quotidiana e lo spirito critico sono due buoni punti di partenza per scoprire le magagne della città e della società, e intravedere i modi per la loro neutralizzazione. La Città Conquistatrice, 29 marzo 2015

Stanotte in Europa abbiamo tirato avanti le lancette degli orologi, inaugurando tecnicamente e ufficialmente l’offerta primavera-estate del nostro sistema socioeconomico. Sui giornali a questo proposito leggiamo che la European society for biological rithms (Esbr) ha promosso un appello per l’abolizione dell’ora legale, che come dimostrato da anni e anni di ricerche sconvolge il nostro orologio biologico, con gravi ripercussioni sulla salute. Facilmente immaginabile però, lo si precisa, non è tanto la questione dell’ora legale in sé ad essere dannosa, ma lo sfasamento artificialmente indotto fra ritmi biologici rigidamente individuali, e quelli massificati altrettanto rigidamente alieni imposti dalla civiltà industriale.

La stessa che, interpretata per parecchi decenni dalle culture ingegneristiche e urbanistiche prevalenti, ha prodotto la macchina urbana che attorno a noi ci scandisce volenti o nolenti quei ritmi, sonno, veglia, ora di punta e di morta, pausa, ripresa …
Più o meno a metà di questo percorso sadomasochistico è entrata in campo l’automobile, componente strutturale della Grande Macchina Metropolitana ma dotata di una propria individualità (e forse meccanoritmo, corrispondente al nostro bioritmo) in grado di iniziare a modificare l’ambiente a sua immagine e somiglianza. L’ha fatto con tanta efficienza e pervasività, da farci ormai accettare alcuni eventi come fossero destino immutabile, a cui adeguare la nostra sensibilità, e non l’ennesima pazzia sado-maso.

Cronaca di una fotocopia annunciata

Ieri due donne sono state falciate da un’auto nel centro della carreggiata, in cima a un cavalcavia di Milano. L’automobilista si è immediatamente fermato a soccorrerle, ma non c’è stato niente da fare. Di sicuro qualsiasi polemica e discussione pubblica sull’evento si esaurirà una volta verificato se ci sono o meno estremi di colpevolezza per il conducente riguardo alla velocità, che essendo la strada urbana è di 50kmh.

E resta però aperta una duplice questione. La prima riguarda i ritmi inconciliabili fra la velocità dei mezzi e quella degli esseri umani, identica alla discrasia fra il ritmo della produzione (l’ora legale) e quello individuale (l’orologio biologico). La seconda riguarda le forme specifiche dell’ingranaggio urbano che ci sballotta tutti quanti, quando andiamo a notare come quell’incidente sia la fotocopia esatta di quello che un paio d’anni fa suscitò infinite polemiche: la donna incinta falciata da un “pirata” mentre attraversava le corsie del viale di circonvallazione, verso la fermata dell’autobus sull’altro lato. Anche le due donne falciate in cima al cavalcavia, tentavano di raggiungere una analoga fermata, identicamente posta nel punto di minima visibilità e massima velocità dei veicoli.
Ma c’è dell’altro, ed è il contesto: siamo sul medesimo anello di circonvallazione, anche se a qualche chilometro di distanza, ma soprattutto siamo su un identico innesto di raccordo autostradale alla viabilità ordinaria: le zone di massima frizione fra i due “bioritmi”, della città auto-oriented e del pedone vivente (almeno finché non arriva in contatto col ritmo del cofano).

Aboliamo l’ora legale dell’automobile

E viene per l’ennesima volta da chiedersi: si poteva evitare? O meglio, si potrebbe evitare, sempre, di mettere le condizioni per cui si sviluppano tutte le situazioni di contesto in cui aumenta la probabilità di un incidente simile? C’è una carreggiata larghissima, un dislivello (nel primo caso un cavalcavia, in quello precedente un sottopassaggio a svincolo) che fa crollare la visibilità degli automobilisti, e due fermate del mezzo pubblico sui due lati della stessa carreggiata, carreggiata che in un modo o nell’altro le auto interpretano come prolungamento della non lontana corsia autostradale, anche se siamo in pieno in un quartiere urbano.

Di norma, qui arrivano la mente ingegneristica e/o lo psicologismo comportamentale più conservatori, a dirci le solite cose: è vietato attraversare la strada se non c’è il passaggio pedonale, c’è il cartello col limite di velocità, e se proprio vogliamo si deve mettere una passerella, o altro tipo di infrastruttura dedicata per i pedoni. Tra le infinite repliche suggerite dalla pura evidenza, si risponde a questi psicoingegneri (di solito improvvisati) che le auto comunque superano regolarmente e di molto quella velocità, che anche restando nei limiti una botta da cinquanta all’ora di un cofano nella panza fa malissimo, e che anche dove si sono realizzate costose passerelle marchingegno, la gente continua a non usarle, a rischiare la pelle e a volte lasciarcela.
Che si fa? Ragioniamo contro l’evidenza, come quelli del vendicativo reato di omicidio stradale, o cominciamo anche noi con l’abolizione dell’ora legale automobilistica? Ovvero, ripensiamo gli spazi, regoliamo gli orologi senza penalizzare nessuno, salvo certa idiozia meccanicista che ci ha guidato troppo a lungo nell’autoflagellazione, a nostra insaputa.

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qui in Eddyburg l'incidente citato di qualche anno fa è descritto in Città: coraggio, fatti ammazzare

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