Senza libertà di parola la democrazia è una finzione
Ian Mcewan
«Nelle città dell’Occidente, ampiamente stratificate di razze e religioni, il solo garante della libertà di culto e della tolleranza universale è lo stato laico. Esso rispetta tutte le religioni in seno alla legalità e crede a tutte - o a nessuna. La differenza è trascurabile, perché non tutte le religioni possono corrispondere a verità». La Repubblica, 23 gennaio 2014 (m.p.r.)

Una metropoli come Parigi, Londra o New York ospita dieci milioni di persone in un’area non più estesa di un tipico ranch americano. Se la cittadinanza fosse tutta di un’unica razza, religione e mentalità, il problema della libertà di parola potrebbe anche non presentarsi mai. Nella realtà moderna però un città può ospitare in qualche ettaro tutte le razze del pianeta, qualunque concezione politica, religiosa e esistenziale. Si può essere convinti che i propri testi sacri corrispondano esattamente alla parola di Dio abitando a un tiro di schioppo da chi non si professa neppure ateo: la questione dell’autorità soprannaturale non si pone proprio, interessa quanto l’esistenza di religioni estinte come il culto di Thoth, Frigg o Apollo. Dai loro diversi templi le religioni fanno quotidiano esercizio di blasfemia l’una contro l’altra. Gesù è il figlio di Dio? Non per i musulmani. Maometto è l’ultimo messaggero di Dio sulla terra? Non per i cristiani. L’universo si può spiegare o esplorare meglio secondo la cosmologia basata sulla fisica, lasciando Dio da parte? Non per i musulmani o i cristiani.

Chi si farà garante della pace? Non la religione. La storia europea ci rammenta che all’epoca in cui il cristianesimo viveva il suo massimo splendore totalitario pre illuministico e poi il suo massimo scisma, l’intolleranza nei confronti di piccole diversità fu causa, come nel caso della Guerra dei trent’anni, di barbarie e carneficine di dimensioni terrificanti. E di persecuzione, tortura e terrore, dalla condanna al rogo di William Tyndale per aver tradotto la Bibbia in inglese, allo scandalo dell’inquisizione spagnola e, in reazione, a sconvolgenti barbarie a spese dei cattolici. L’Islam, dal Pakistan all’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo, dall’Indonesia alla Turchia e all’Egitto, sta vivendo in questa fase una propria versione di totalitarismo. 
Leggiamo quotidianamente di torture, carcerazioni e condanne a morte ai danni di musulmani che vogliono abbandonare l’Islam o quanto meno metterlo in discussione. Vengono puniti per aver violato i codici islamici di apostasia e blasfemia, passibili di ampie interpretazioni. In Pakistan, i politici usano le leggi contro la blasfemia come armi letali. In Egitto un insegnante è stato in carcere per tre anni per aver parlato a lezione di altre fedi religiose. In tutto il Medio Oriente il cristianesimo e il zoroastrismo sono scacciati dalle loro terre d’origine. In Turchia la libertà di stampa è oggetto di continui attacchi da parte dei conservatori religiosi. I regimi autoritari arabi fanno un uso cinico e strumentale della legge della Sharia per bloccare l’opposizione politica. Boko Haram e l’Is, con la loro intolleranza assurda e terribile, portano all’esasperazione le prassi di alcuni stati dando vita a un incubo. In Arabia Saudita, sede dei più venerati santuari dell’Islam, l’apostasia comporta la pena capitale. Il più recente, brutale, atto di repressione saudita contro la libertà di parola - la condanna a mille frustrate e dieci anni di prigione - mostra lo spregio delle autorità per l’Islam come religione di pace, ed ha provocato in tutto il mondo un’ondata di disgusto, in alcuni casi espresso esplicitamente da parte musulmana.

Nelle città dell’Occidente, ampiamente stratificate di razze e religioni, il solo garante della libertà di culto e della tolleranza universale è lo stato laico. Esso rispetta tutte le religioni in seno alla legalità e crede a tutte - o a nessuna. La differenza è trascurabile, perché non tutte le religioni possono corrispondere a verità. Il principio di libertà di parola è fondamentale. Il prezzo da pagare è l’offesa occasionale. È lecito pretendere che l’offesa non conduca alla violenza o a minacce di violenza. La ricompensa è la libertà per tutti di badare ai propri affari nella pratica lecita del proprio credo.

La libertà che consente ai redattori di Charlie Hebdo di fare satira è la stessa libertà che consente ai musulmani di Francia di praticare il loro culto e di esprimere apertamente le loro opinioni. Il credente non accetta questa doppia faccia della libertà. La libertà di parola è dura, fa rumore, a volte ferisce, ma quando è necessario far convivere una simile pluralità di opinioni non lascia alternative, se non l’intimidazione, la violenza e l’aspro conflitto tra comunità. La libertà di parola non è mai esagerata. Non è un lusso che si permettono i giornalisti e i romanzieri. E non è assoluta. Le limitazioni che le si impongono (ad esempio per circoscrivere il campo d’azione online dei pedofili) devono essere frutto di leggi approvate in seno a istituzioni democratiche. 
Ma senza libertà di parola la democrazia è una finzione. Tutte le libertà che possediamo o vorremmo possedere (inclusa la parità dei sessi, la libertà di orientamento sessuale, l’habeas corpus e il giusto processo, il suffragio universale, la libertà di associazione - e così via) sono frutto di pensieri, parole e scritti liberi. La libertà di parola, di dare e ricevere informazioni, porre domande scomode, di ricerca accademica, di critica, di fantasia, di satira - l’interscambio dell’intera gamma delle nostre capacità intellettuali, è la libertà che fa esistere tutte le altre. La libertà di parola non è il nemico della religione, è il suo nume tutelare. È grazie alla sua presenza che Parigi Londra e New York sono piene di moschee. A Riyadh, dove è assente, le chiese sono vietate. Oggi come oggi chi importa una Bibbia lì rischia la pena di morte. 
Traduzione di Emilia Benghi 
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