Le risposte dell’Occidente oltre lo scontro di civiltà
Gustavo Zagrebelsky
«Il momento della ragione: non guerra, ma controlli, indagini e polizia. Tra azioni di guerra e di polizia, la differenza che le prime sono contro «il nemico», le seconde, selettivamente, contro delinquenti, organizzazioni, addestratori e finanziatori». La Repubblica, 12 gennaio 2014 (m.p.r.)

IL mondo è diventato troppo complicato per essere tenuto in ordine. Questa è l’unica considerazione obbiettiva, di fronte non solo alla tragedia di Parigi, ma anche alle tante stragi lontane da noi, da cui allontaniamo l’attenzione appena ne apprendiamo l’esistenza. Il mondo è in subbuglio e non esiste visione, teoria, algoritmo capace di risolvere le incognite. Non siamo sicuri nemmeno di quali le incognite siano. Ancora Parigi: fanatici che credono di difendere l’onore offeso del Profeta; rete terroristica di Al Qaeda che deve farsi sentire per non finire oscurata dall’Is; inizio di strategia generale, per scardinare l’ordine dell’Occidente; mossa intimidatrice contro la politica francese nella complicata e spesso indecifrabile galassia di forze nel mondo arabo. Le contraddizioni scoppiano qua e là, per ora perifericamente ma sempre più numerose, e minacciano scoppi più grandi. Vacilla il pensiero, ancor prima che l’azione.

La teoria politica ha riflettuto sul rapporto tra «forme» e «spazio» del governo. La democrazia, ad esempio, è adatta alle piccole dimensioni; l’autocrazia, alle grandi. Così pensava Montesquieu. Nel mondo odierno in cui tutto circola, non è nemmeno più problema di forme di governo, ma di governo tout court. Il mondo è una grande scorribanda: poteri economico-finanziari e tecnologici mossi da inesausta e cieca volontà di potenza; organizzazioni criminali che controllano interi settori di attività illegali; circolazione illimitata di armi micidiali che alimenta conflitti. Il mondo è una polveriera dove civiltà umiliate nei secoli cercano rivalse; dove storiche rivalità etniche e tribali sono libere di riesplodere; dove fedi politico-religiose che erano confinate nel premoderno riemergono con la loro carica d’intransigenza e d’intolleranza. Il mondo, che la globalizzazione ha reso uno, si sta disgregando in contraddizioni non più tenute sotto il controllo da un qualunque ordine mondiale, fosse anche l’ordine assicurato dall’«equilibrio del terrore». Il terrore s’insinua capillarmente e anarchicamente nelle aggregazioni umane che chiamiamo «nazioni» dove l’insufficienza di politiche e culture integratrici produce vite infelici, sbagliate e senza radici: facili vittime del fascino perverso della violenza riscattatrice.

Massima estensione uguale massima debolezza. La legge del «gradiente della perdita della forza» dice che, mano a mano che ci si allontana dal centro, cresce l’anarchia. Pare unità ed è Babele, il cui mito viene a proposito come monito: l’impresa smisurata rovina su se stessa e coloro che vi lavorano si disperdono nel marasma. Tutti i regni malati di gigantismo si sono dissolti: l’impero persiano, macedone, romano, mongolo, ottomano, giapponese, russo, giapponese, ecc. Questo è accaduto pur quando governi centrali dispotici esistevano. Immaginiamo quando un governo nemmeno esiste: qui la debolezza è massima e il disordine e la violenza si diffondono indifferentemente tra quelli che continuiamo a considerare centri del mondo (New York, Londra, Madrid, Parigi, ecc.) e periferie (Palestina, Sudan, Nigeria, Siria, Egitto, Turchia, paesi del sud-Asia, ecc. ecc.). 
Gli ottimisti della globalizzazione credono che le tante forze in campo finirebbero per disporsi in un assetto naturale, determinato dal libero gioco reciproco degli interessi. La nascita spontanea delle istituzioni e dell’ordine sociale è un fenomeno ben noto, con riguardo soprattutto ai fatti economici, dove dovrebbe valere la razionalità degli attori. Non sempre, però, le cose funzionano così. Soprattutto non funzionano quando i soggetti da integrare sono di natura diversa (economica, culturale, etnica, religiosa), sono troppo numerosi e le motivazioni e gli impulsi degli uni sono sconosciuti e imprevedibili per gli altri. Il gioco delle aspettative razionali circa i comportamenti reciproci - gioco da cui nasce l’ordine spontaneo - è impossibile, tanto più quando si contrappongono valori sostanziali, come si usa dire, non negoziabili. C’è poco da stupirsi se la globalizzazione anarchica non ha portato al massimo della razionalità, ma al massimo dell’irrazionalità. Non ha promosso la pace, ma ha diffuso la violenza.

Il mondo, così, è diventato una grande incognita, un grande rischio. Le nostre società sono vulnerabili, anche sul piano psicologico. I nervi sono a fior di pelle. Poiché, però, non possiamo rimettere indietro le lancette della storia e sognare impossibili, romantici ritorni alle «piccole patrie» o agli «stati nazionali chiusi» e alle loro sicurezze, dobbiamo rassegnarci ad affrontare le conseguenze di quello che è il nostro momento storico, preparandoci. È difficile e doloroso ammetterlo: i morti di Parigi e le centinaia e migliaia di morti che li accompagnano in ogni parte del mondo non sono né saranno anomalie. Sono conseguenza del mondo che abbiamo costruito e che ora si rivolta contro di noi modellando, alquanto spaventosamente, le nostre vite.

Prepararci: sì, ma a che cosa? A difenderci, naturalmente. Difendere che cosa di noi? La vita e la sicurezza, innanzitutto, e il nostro mondo di principi e valori di libera convivenza, senza i quali perderemmo noi stessi. Questo dicono tutti. Ma, difenderci con che mezzi? Il tema che già si è imposto nei discorsi politici è la guerra, qualunque cosa questa parola possa significare nella situazione in cui ci troviamo. Siamo solo all’inizio, perché su questa parola si giocano interessi politici ed elettorali che fanno leva su istinti e divisioni primordiali: amico-nemico, scontro di civiltà. Anzi, civiltà contro barbarie. Davvero siamo come a Poitiers nel 732, a Vienna nel 1529, a Lepanto nel 1571? Basta porre la domanda per comprendere che parlare di guerra è un puro nonsenso. Serve solo a mobilitare irrazionalmente l’opinione pubblica interna, per ragioni di lotta politica, come stanno facendo i partiti e i movimenti nazionalisti xenofobi che speculano sulla paura e illudono con la promessa che «la guerra» sia la risposta risolutiva.

Questa generica parola d’ordine - a parte l’orrore della leggerezza con la quale è usata - vale soprattutto come argomento per vincere le elezioni, contro avversari politici interni, accusati d’essere pusillanimi, opportunisti, traditori dei valori occidentali, se non addirittura conniventi con i terroristi. Ma, rispetto al contrasto del terrorismo, è così difficile comprendere quale pericolo essa racchiude? Il primo effetto d’una guerra dichiarata genericamente contro l’Islam sarebbe di compattare in un unico fronte nemico gli islamici che vivono nei nostri Paesi e che, bene o male, vi si sono integrati. Sarebbero questi le prime vittime: atti di violenza nei loro confronti; e sarebbero nuove reclute: atti di violenza come ritorsione. Odio su odio. Se ci si vuole imbarbarire e dare argomenti all’islamismo presso persone che ne sarebbero immuni, questa è la strada sicura. 
Quando si chiede, piuttosto provocatoriamente, a un islamico che vive pacificamente nei nostri Paesi di dissociarsi dal terrorismo, questi ha buon gioco nel rifiutare la provocazione rispondendo di non avere nulla di cui scusarsi, da cui prendere le distanze, perché il suo Islam è pacifico e lui, islamico, ha col terrorismo lo stesso rapporto che ha ciascuno di noi, cioè nessun rapporto di vicinanza. Ma, se fossimo proprio noi a equiparare nella stessa categoria del nemico gli islamici come tali, come crederemmo ch’essi si schiererebbero? Con noi, contro l’Islam, o con l’Islam, contro di noi? La campagna per la guerra è una formidabile propaganda per l’arruolamento all’Islam violento, un regalo ai nostri nemici, il cui obiettivo è il compattamento integralista di tutto l’Islam.

Questo è il momento della ragione, e la ragione dice non guerra, ma controlli, indagini e azioni di polizia. Tra azioni di guerra e azioni di polizia c’è la differenza che le prime sono rivolte indifferenziatamente contro «il nemico » e le seconde, selettivamente, contro i delinquenti, le loro organizzazioni, i loro addestratori e finanziatori. S’è già detto della debilitazione del governo nel gigantismo politico. Troppe contraddizioni, troppi interessi particolari impediscono un’azione efficace di polizia mondiale e, a maggior ragione, azioni militari dirette a distruggere le basi di reclutamento e addestramento dei terroristi. C’è sempre qualche governo che ha interessi geopolitici suoi propri, che impediscono azioni comuni. Molte volte si sono visti governi appoggiare e armare opportunisticamente la violenza in altri Paesi, pensando di usarla per i propri fini, salvo pentirsi quando il terrore si è ritorto contro di loro.

Riprendiamo l’osservazione iniziale: lo spazio troppo grande pregiudica l’efficacia del governo; lo spazio giusto è quello che non include interessi contraddittori. Gli Stati europei, almeno sulla loro sicurezza, possono superare le rivalità. Alla globalizzazione del terrorismo l’Europa si contrapponga come regione che cerca sicurezza e pace.

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