La Rete No Expo prepara il maggio milanese
Luca Fazio
«Con l’obiettivo di smon­tare non solo l’esposizione uni­ver­sale in sé ma soprat­tutto la sua reto­rica di rilan­cio e rina­scita di un paese mori­bondo: la nuova Milano da sgra­noc­chiare, la crea­zione di posti di lavoro che non ci sono o chissà quale, il pre­sti­gio inter­na­zio­nale». Il manifesto, 18 gennaio 2015 (m.p.r.)

La chiu­sura dell’Università Sta­tale di Milano per impe­dire un’assemblea ha fun­zio­nato alla grande. Si chiama auto­gol, e in rove­sciata. La Rete Atti­tu­dine No Expo non avrebbe saputo fare di meglio per “recla­miz­zare” l’appuntamento nazio­nale con­vo­cato per pre­pa­rare le mobi­li­ta­zioni in vista dell’esposizione universale. Una dop­pia pagina sul Cor­riere della Sera, pole­mi­che che con­ti­nuano ai ver­tici delle isti­tu­zioni mila­nesi, insomma una visi­bi­lità mai otte­nuta prima. Ma sem­bra acqua pas­sata ormai, com­prese le pre­ci­sa­zioni del ret­tore Gian­luca Vago che difende la sua scelta pun­tando il dito con­tro gruppi aggres­sivi e vio­lenti, e il cer­chio­bot­ti­smo del sin­daco Giu­liano Pisa­pia secondo cui la libertà di opi­nione è fon­da­men­tale così come il rispetto delle regole. Amen.

Il pro­blema ormai è un altro. Lo sanno bene le cen­ti­naia di per­sone che hanno riem­pito per ore le stanze di via Masca­gni 6. La que­stione sem­brerà banale ma è que­sta: l’Expo ci sarà, e adesso che si fa? Facile dire mobi­li­ta­zione ad oltranza, per­ché una par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica e oriz­zon­tale la si può garan­tire solo dopo un lungo per­corso di con­fronto (e cri­tica) tra i diversi sog­getti che hanno deciso di gio­carsi la par­tita fino in fondo. Insieme. Si comin­cia il primo mag­gio, ma non basta ragio­nare su quella data. L’Expo durerà sei mesi e il dopo Expo, con la sua coda di spe­cu­la­zioni e imman­ca­bili scan­dali, potrebbe durare anni. Si deve ragio­nare sul futuro. Per il momento si sa con cer­tezza che mag­gio comin­cerà con tre o quat­tro giorni di mobi­li­ta­zione, se sarà May Day è ancora pre­sto per dirlo. Ma sicu­ra­mente sarà molto più.

Come mobi­li­tarsi? In quali forme? E con quali prio­rità? E ancora. Come è pos­si­bile tenere le fila di un movi­mento che vuole carat­te­riz­zarsi per la sua por­tata inter­na­zio­nale, pur sapendo che a volte ci sono realtà diverse che fati­cano anche solo a con­di­vi­dere un pezzo di mar­cia­piede? I nodi si scio­glie­ranno strada facendo, ma la sen­sa­zione è che il “movi­mento” abbia comin­ciato nel modo migliore. Guar­darsi in fac­cia è il primo passo. I mila­nesi hanno dovuto fare gli onori di casa a sog­getti pro­ve­nienti da tutta Ita­lia: Torino, Napoli, Roma, Abruzzo. E com­pren­dere anche altri lin­guaggi: c’erano mili­tanti dalla Gre­cia, dalla Spa­gna, dalla Fran­cia e della Ger­ma­nia. Forse la prima pic­cola avan­guar­dia internazionalista.

Ci sono tre o quat­tro que­stioni diri­menti che pos­sono reg­gere l’impalcatura di un nuovo sog­getto ancora da defi­nire. L’Expo è un inve­sti­mento che usa soldi pub­blici in piena crisi eco­no­mica strut­tu­rale; è un espe­ri­mento dal punto di vista delle poli­ti­che del lavoro, con­si­de­rando che migliaia di finti lavo­ra­tori pre­ste­ranno la loro mano­do­pera gra­tis; è, o potrebbe essere, il cavallo di Troia delle mul­ti­na­zio­nali che cer­che­ranno di imporre gli Ogm; e, più in gene­rale, è la “madre” di tutti i grandi eventi, con il suo ine­vi­ta­bile corol­la­rio di malaf­fare e pes­sima gestione del territorio.

Gli inter­venti e le assem­blee sono stati decine. Impos­si­bile darne conto con com­ple­tezza. Si è par­lato anche di Expo al fem­mi­nile, sma­sche­rando la reto­rica poli­ti­ca­mente cor­retta di “Women for Expo” per met­tere l’accento sulle migliaia di pro­sti­tute che sod­di­sfe­ranno i milioni di visi­ta­tori. “Io non lavoro gra­tis per Expo” invece è una cam­pa­gna già avviata per con­te­stare quei finti 18 mila posti di lavoro magni­fi­cati dall’evento. Quasi ovvia la par­te­ci­pa­zione del movi­mento No Tav della Val di Susa, che per vici­nanza geo­gra­fica ben cono­sce l’esito delle Olim­piadi di Torino 2006. E ancora. Ci sono i movi­menti di soste­gno all’agricoltura con­ta­dina che con­te­stano l’agrobusiness.

E poi la testi­mo­nianza di tante espe­rienze già attive nei ter­ri­tori, come La For­nace di Rho, dove si stanno costruendo i padi­glioni del luna­park pla­ne­ta­rio per ali­men­tare il pia­neta. Ancora, il movi­mento per il diritto alla casa, che dà voce alla dispe­ra­zione di chi è desti­nato a non rac­co­gliere nem­meno le bri­ciole dell’evento. Il tutto con l’obiettivo di smon­tare non solo l’esposizione uni­ver­sale in sé ma soprat­tutto la sua reto­rica di rilan­cio e rina­scita di un paese mori­bondo: la nuova Milano da sgra­noc­chiare, la crea­zione di posti di lavoro che non ci sono o chissà quale il pre­sti­gio inter­na­zio­nale. Forse già adesso non ci crede nes­suno, ma è bene che ci sia qual­cuno che si sta attrez­zando a dirlo ad alta voce.
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