“Il ruolo chiave degli enti locali per l’uscita dalla crisi di sistema”
Marco Bersani
«Sono infatti gli enti locali a possedere le enormi ricchezze (territorio, patrimonio pubblico, servizi pubblici locali), divenute preda dell’enorme massa di denaro accumulata negli ultimi decenni sui mercati finanziari». Il granello di sabbia n.16, novembre dicembre 2014 (m.p.r.)

Gli enti locali sono, e sempre più saranno in futuro, uno dei luoghi di precipitazione della crisi sistemica, nella quale le politiche di austerity hanno imprigionato il continente europeo. Sono infatti gli enti locali a possedere le enormi ricchezze (territorio, patrimonio pubblico, servizi pubblici locali), quantificate in 571 miliardi di euro in un rapporto del 2011 di Deutsche Bank, divenute preda dell’enorme massa di denaro accumulata negli ultimi decenni sui mercati finanziari.

Sapientemente costretti all’angolo da un quindicennio di patto di stabilità interno rivolto a destrutturare il loro ruolo pubblico e sociale, oggi gli enti locali si trovano alla stretta finale tra vendere tutta la ricchezza collettiva detenuta – e divenire complici della propria sparizione – o ribellarsi a diktat, tagli, vincoli monetari e tornare ad essere luoghi della democrazia di prossimità. Anche perché da luoghi passivi di precipitazione della crisi potrebbero diventare luoghi attivi per una diversa uscita dalla crisi sistemica provocata dal capitalismo finanziarizzato.

Il modello neoliberale ha modificato profondamente i concetti di spazio e di tempo che governano le attività umane, allargando esponenzialmente il primo - l’intero pianeta come unico mercato - e riducendo drasticamente il secondo, essendo divenuto l’indice di Borsa del giorno successivo l’unica scadenza temporale. È proprio dal ribaltamento dei significati attribuiti dal modello neoliberale al tempo e allo spazio che si possono intravedere le coordinate per un’altra uscita dalla crisi: occorre ridurre drasticamente lo spazio dell’attività economica e produttiva fino all’autogestione territoriale e nel contempo allargare esponenzialmente il tempo di misura delle scelte, che deve divenire quello delle conseguenze sulle future generazioni.

Si comprende bene, da questo punto di vista, la centralità dell’ente locale come luogo per immaginare un’altra economia, diverse relazioni sociali, un nuovo modo di declinare i tempi di vita e quelli di lavoro. Non si tratta di rifugiarsi nel localismo, luogo dominato dall’ansia verso il futuro incerto e dalla paura di un presente troppo complesso; ma, al contrario, di riattribuire senso e significato al lavoro, all’ambiente, alla società e alla democrazia. Rimettere al centro la territorialità chiama in causa innanzitutto la gestione dei beni comuni (acqua, energia, territorio, rifiuti), che già di per sé determina la qualità della dimensione collettiva raggiunta da una determinata comunità.

Rispetto a questo, affermare che i beni comuni devono essere sottratti al mercato e gestiti con la partecipazione diretta degli abitanti significa porre le basi per un altro modello sociale: quello che, per quanto riguarda l’acqua, si pone il problema del diritto all’accesso e della tutela del bene; per quanto riguarda i rifiuti, si pone drasticamente fuori da ogni logica di smaltimento a valle attraverso discariche o inceneritori, e ragiona di “rifiuti zero”; per quanto riguarda l’energia, contrasta non solo l’utilizzo dei combustibili fossili, ma l’insieme del modello energetico basato sui grandi impianti per scegliere l’energia diffusa e tendenzialmente auto-prodotta; e, per quanto riguarda il territorio, contrasta ogni sua devastazione attraverso grandi opere inutili, ma pone le basi per la sua tutela e riassetto idrogeologico.

Già solo questo insieme di riflessioni, ci dice quanta possibilità di lavoro, pulito, socialmente utile ed ecologicamente orientato potrebbe risiedere nel territorio e trovare l’ente locale come motore trainante ed elemento di propulsione diretta. Ma l’attenzione al territorio aprirebbe ben più ampi risvolti; basti pensare alla questione del cibo e della relazione fra campagna e dimensione urbana, con la possibile apertura da parte dell’ente locale di un circolo virtuoso fra la produzione e il consumo di cibo, basato sulla giustizia sociale, sulla relazione diretta fra contadini e cittadini e sulla qualità dell’alimentazione.

Si tratta con tutta evidenza di mettere l’ente locale al centro di una nuova economia sociale territoriale, in grado, almeno parzialmente, di produrre una riflessione collettiva non sulla crescita astratta, bensì sul “cosa, come, dove e perché produrre” provando ad intervenire direttamente laddove la scala della territorialità lo consente (pensiamo anche alla questione della mobilità) e di innescare pluri-livelli di confronto laddove la scala diviene necessariamente più ampia. Tutto questo richiede enti locali attenti e soprattutto comunità consapevoli, conflittuali e attive nella riappropriazione di ciò che a tutti appartiene e che oggi viene progressivamente sottratto dagli interessi dei grandi capitali finanziari. Una comunità che non accetta supinamente la vendita del patrimonio pubblico esistente, ma lo occupa per metterlo a disposizione dei bisogni di lavoro, socialità, formazione e cultura dell’intera comunità.

Dove sono i soldi per fare tutto questo? Qui tocchiamo il nodo fondamentale dello scontro in atto, perché se non si mettono in discussione le regole esistenti, la partita è già segnata. Fra drastica riduzione dei trasferimenti, spending review e, soprattutto, un patto di stabilità, che andrebbe più correttamente rinominato “patto di destabilizzazione sociale”, gli enti locali sono ormai privi di risorse, quando non a rischio default: le manovre economiche dei diversi governi dell’ultimo decennio hanno comportato complessivamente un taglio delle erogazioni agli enti locali pari a oltre 16 miliardi, nonostante gli stessi contribuiscano solo per il 7,6% alla spesa pubblica nazionale e per il 2,5% al debito pubblico del Paese.Per questo diviene necessaria la rottura dell’attuale patto di stabilità, chiedendo da subito che tutti gli investimenti rivolti ai beni comuni e al welfare locale vengano sottratti ai vincoli dello stesso; e diviene dirimente la rivendicazione di una nuova finanza pubblica e sociale che, a partire dalla socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, consenta agli enti locali di effettuare investimenti d’interesse generale a tassi agevolati. Mentre, al contempo, si possono sperimentare forme locali di tasse di scopo o di finanziamento a progetto, collettivamente decisi attraverso processi partecipativi delle comunità locali.

Sono processi complessi che necessitano di una forte partecipazione dal basso: quella che troppi amministratori continuano a temere, invece di rendersi permeabili anche alle forme più conflittuali della stessa. “Scateniamo tempeste, ma preferiamo il sole” era scritto su un muro della città di Roma. Solo un sindaco che vede ma non guarda può decidere di cancellarla, illudendosi di poter mantenere un ruolo nel silenzioso grigiore delle sue stanze.
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