Sciopero per rompere la solitudine
Giorgio Airaudo
Oggi tutti in piazza. Per dare forza alle battaglie dei lavoratori e ricostruire solidarietà, contro il pareggio di bilancio, per un New Deal, per nuovi diritti da conquistare. Il manifesto, 12 dicembre 2014

Lo scio­pero gene­rale di Cgil e Uil è final­mente arri­vato a rom­pere la soli­tu­dine delle molte lotte che den­tro que­sta lunga crisi sono state «l’urlo nel silen­zio» della poli­tica di un lavoro che non accetta la sem­plice ridu­zione a merce tra le merci del lavoro umano. La sva­lu­ta­zione del lavoro come neces­sità ine­lut­ta­bile, come con­di­zione per­ma­nente dell’economia. Que­sto, nella crisi, è il tratto ideo­lo­gico che si è affermato.

Fino ad imma­gi­nare che i governi nazio­nali, den­tro la cor­nice delle poli­ti­che d’austerità e dei vin­coli di bilan­cio euro­pei — con­tro cui fino ad oggi è man­cato un vero movi­mento di massa per modi­fi­care trat­tati e accordi verso il lavoro-, non pos­sano che diven­tare ese­cu­tori disu­ma­niz­zati. In assenza di qua­lun­que veri­fica con­creta sugli effetti di fran­tu­ma­zione sociale e per­so­nale che que­ste poli­ti­che gene­rano sulle comu­nità e sulle per­sone, espro­prian­dole, sem­pre più spesso, anche del senso di una vita, quando le si sra­dica nel lavoro e dal lavoro.

In que­sti ultimi giorni assi­stiamo al dispie­garsi nel nostro Paese di que­ste poli­ti­che «con­tro il lavoro», il Jobs Act ne esprime a par­tire dalla forma, con il suo «abuso» di delega al governo, un con­cen­trato signi­fi­ca­tivo. Oggi, anche dopo il decreto Poletti sui con­tratti a ter­mine, 8 ingressi al lavoro ogni 10 restano tem­po­ra­nei, i nuovi con­tratti, se para­go­nati al tri­me­stre pre­ce­dente, si con­trag­gono di 190 mila unità, un calo che riguarda tutte le tipo­lo­gie di assun­zione, men­tre pro­se­gue il trend nega­tivo dei licen­zia­menti: 217.000 in tre mesi e in pre­senza dell’articolo 18 light ver­sione Monti/Fornero.

L’ ultimo stu­dio della Uil denun­cia che, per il com­bi­nato dispo­sto tra lo sconto Irap, per­ma­nente, e la ridu­zione dei con­tri­buti pre­vi­den­ziali per i neoas­sunti, in vigore fino al 2017, l’effetto del licen­zia­mento post art. 18 a inden­nizzi cre­scenti (non a tutele cre­scenti) sarebbe quello di ren­dere con­ve­niente per le imprese licen­ziare gli even­tuali neoas­sunti più che sta­bi­liz­zarli, que­sto per­ché si tratta in ogni caso sem­pre di con­tri­buti senza vin­coli, senza riserve né a sta­bi­liz­zare o ad assu­mere, né per pre­miare aziende che investono.

Se il lavo­ra­tore venisse licen­ziato a fine anno l’indennizzo, e per­ciò il costo per l’azienda, si aggi­re­rebbe intorno ai 2.538 euro lordi: il ’saldo’ per l’impresa dun­que sarebbe posi­tivo per 4.390 euro. Un van­tag­gio che aumen­te­rebbe, se il lavo­ra­tore, sem­pre assunto il 1 gen­naio 2015, venisse invece licen­ziato nel terzo anno: i bene­fici fiscali per l’azienda, su un red­dito di 22 mila euro, ammon­te­reb­bero a circa 20.790 euro men­tre il costo dell’indennizzo sarebbe di 7.600 euro lordi, con un ’van­tag­gio’ per l’impresa di 13.190 euro. Esat­ta­mente il con­tra­rio di quello ’sti­molo’ all’occupazione sta­bile sban­die­rata con il Jobs Act.

Tanta deter­mi­na­zione con­tro il lavoro grida «ven­detta» di fronte all’impotenza nell’aggredire i 60 miliardi all’anno di cor­ru­zione delle tante «terre di mezzo» di cui i fatti di Roma rap­pre­sen­tano sola­mente l’ultimo epi­so­dio. È que­sta inca­pa­cità e il livello rag­giunto dalla cor­ru­zione che bloc­cano il paese, impe­di­scono gli inve­sti­menti e minano la con­vi­venza sociale e la cre­di­bi­lità di poli­tica e isti­tu­zioni. Non i diritti dei lavo­ra­tori.

Il governo con la scelta di non «ascol­tare» le parti sociali, cioè i lavo­ra­tori subi­sce la pres­sione della «parte più forte», quella delle asso­cia­zioni d’impresa, si sosti­tui­sce nel ruolo di con­tro­parte e perde la sua fun­zione di media­zione tra inte­ressi diversi.

Anche per que­sto lo scio­pero gene­rale di oggi è neces­sa­rio per­ché rico­strui­sce par­te­ci­pa­zione e rap­pre­sen­tanza sociale, andando oltre gli inse­dia­menti tra­di­zio­nali del lavoro sin­da­ca­liz­zato, ridando voce e visi­bi­lità al precariato.

Pre­ca­riato che è sem­pre più una con­di­zione uni­ver­sale, che ride­fi­ni­sce rap­porti di forza in un con­flitto desti­nato a cre­scere anche per­ché ciò che si muove e si mobi­lita è ancora privo di una rap­pre­sen­tanza poli­tica ade­guata, ciò che è acca­duto in par­la­mento al di là delle giu­ste e gene­rose bat­ta­glie o è troppo poco in ter­mini di forza o è troppo mano­vriero e timido e ragiona su tempi che potreb­bero essere troppo lun­ghi e fuori sin­to­nia con le mobi­li­ta­zioni in campo.

Lo scio­pero gene­rale dà forza alle nostre bat­ta­glie e chie­derà con­ti­nuità, con­tro il pareg­gio di bilan­cio, per un piano del lavoro (New Deal), rico­strui­sce soli­da­rietà per nuovi diritti da con­qui­stare oltre le soli­tu­dini. Imma­gi­nando un altro mondo pos­si­bile che metta al cen­tro le per­sone, rico­no­sca i limiti ener­ge­tici e ambien­tali del pia­neta, e il lavoro per il bene comune oltre le dise­gua­glianze. Buon scio­pero generale!
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