Privatizzazioni con la regia di CDP
Marco Bersani
«La miopia delle privatizzazioni: privarsi di beni e servizi per realizzare un’entrata una tantum, perdendo asset strategici. La filosofia? Trasformare i servizi pubblici a partire dall’acqua, da garanti di diritti universali in un mercato al servizio dei grandi capitali finanziari». Il granello di sabbia n.16, novembre dicembre 2014  (m.p.r.)

Poste, ferrovie, interi comparti industriali, servizi pubblici locali, patrimonio pubblico: l’Italia del governo Renzi è in vendita e, dietro l’alibi del debito pubblico (peraltro, grazie a Monti, Letta e Renzi, in ascesa verso nuovi record) prepara la definitiva consegna dei beni comuni e dei servizi pubblici agli interessi dei grandi capitali finanzia. Che tutto questo avvenga dietro lo slogan “Cambia verso” ci dice solo delle straordinarie capacità comunicative del premier: cosa c’è di nuovo infatti nell’affrontare la crisi a colpi di privatizzazioni?

Negli anni ’90 l’Italia è già stata investita da un colossale piano di privatizzazioni, al punto che, nonostante il simbolo di quei decenni sia stata Margaret Thatcher, pochi sanno come quantitativamente, l’Italia abbia privatizzato più della Gran Bretagna, risultando seconda solo al Giappone. Abbiamo privatizzato più dell’Inghilterra e senza bisogno di alcuna Thatcher. E mentre la “lady di ferro” dichiarava la propria guerra affermando «La società non esiste. Esistono solo gli individui e le famiglie», in Italia è bastato dire che occorreva modernizzare il paese per poter dare il via al gigantesco processo di espropriazione sociale.

Nulla di nuovo sotto il sole di Renzi, dunque, se non il definitivo affondo che, non solo determina un
drammatico impoverimento di massa, ma rischia di precipitare il paese in un baratro, privandolo degli
stessi mezzi di una possibile ripresa. La miopia delle privatizzazioni è difatti evidente: privarsi di beni e servizi per realizzare un’entrata una tantum, perdendo nel contempo asset strategici che diventa quasi impossibile recuperare in una seconda fase. Ciò diviene ancor più grave se si pone attenzione al fatto che, nella grande ondata di privatizzazioni degli anni ‘90, il nostro paese sia riuscito a raggiungere un’ineguagliabile record: la privatizzazione dell’intero sistema bancario e finanziario. Se dal 1990 ad oggi il controllo pubblico sulle banche in Francia è passato dal 36% al 31% e in Germania dal 62% al 51%, in Italia è precipitato dal 74,5% allo 0 assoluto.

Al punto che perfino la Cassa Depositi e Prestiti, l’ente finanziario che sino ad allora aveva il compito di gestire il risparmio degli italiani e consentire il finanziamento a tassi agevolati degli investimenti degli enti locali, oggi è privatizzata e ha nel tempo assunto il ruolo di player preponderante dentro la politica economica del Paese. E oggi tutte le privatizzazioni in corso vedono Cassa Depositi e Prestiti non solo come leva finanziaria, bensì come soggetto ispiratore. Si intitola «Una nuova politica industriale dei servizi pubblici locali: aggregare e semplificare» la relazione svolta dal presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini al convegno di Federutility del 14 ottobre scorso a Roma. Si tratta di 24 pagine in cui Bassanini enuclea le linee guida sui servizi pubblici locali, non a caso divenute poi normative concrete con il decreto “Sblocca Italia” e con la Legge di stabilità.

Qual è la filosofia di fondo? Trasformare i servizi pubblici locali, a partire dall’acqua, da garanti di diritti universali in un mercato redditizio e competitivo al servizio dei grandi capitali finanziari. «L’obiettivo da perseguire è quello di porre le condizioni perché nascano operatori di grandi dimensioni, capaci di competere con i grandi players europei anche nei mercati emergenti» dice Bassanini, rilevando come nei comparti energetico, idrico e rifiuti operino attualmente 1.115 società territoriali che, nel disegno suo e del governo, dovranno divenire non più di 4-5 colossi multiutility.

Tutto questo considerato necessario per garantire 5 miliardi di investimenti/anno nei servizi idrici, altri 5 nell’igiene urbana e 1 nella distribuzione del gas. Impossibile ricordare al “nostro” come gli investimenti, in questi anni di società per azioni e di collocamento in Borsa, siano crollati a meno di un terzo rispetto a quelli che facevano le vituperate municipalizzate, perché Bassanini è troppo concentrato su un altro obiettivo: il taglio drastico dei posti di lavoro: «(..) rispetto agli attuali 1.100 operatori complessivi dei tre comparti, occorre prevedere una loro riduzione a 60-190, ed è auspicabile che si arrivi ad un numero vicino all’estremo inferiore dell’intervallo».

Obbligo alla fusione tra società di servizi pubblici locali, gestore unico per ogni ambito territoriale
ottimale (che vanno ridefiniti su scala almeno regionale), ruolo di “controllo” esterno o con quote
di assoluta minoranza degli enti pubblici e aumento delle tariffe: ecco il puzzle per consegnare tutti i beni comuni territoriali ai quattro colossi collocati in Borsa che già fremono ai binari di partenza: A2A, Iren, Hera e Acea (con la chicca di prevedere per il comparto rifiuti la costruzione di 97 inceneritori!). E per farlo, il governo Renzi ha inserito nella Legge di stabilità la possibilità per gli enti locali di spendere fuori dal patto di stabilità le cifre ricavate dalla vendita delle loro quote nei servizi pubblici locali.

Ma chi investirà nei servizi pubblici locali finalmente consegnati ai capitali finanziari? Cassa Depositi e Prestiti, attraverso finanziamenti diretti (3 miliardi di euro già investiti nel triennio 2011-2013) o con i propri fondi equity FSI (500 milioni a disposizione per favorire le fusioni territoriali) e F21 (già attivo nei servizi idrici, nella distribuzione del gas, energie rinnovabili, rifiuti, in autostrade, aeroporti e telecomunicazioni).

Naturalmente con interessanti joint venture con capitali stranieri, a partire dal colosso cinese State Grid Corporation of China, che, con la benedizione estiva di Renzi, ha acquisito il 35% di Cdp Reti, la società di Cassa Depositi e Prestiti, che tiene in pancia il 30% di Snam (gas) e il 29,85% di Terna (energia elettrica). Come si può intuire, siamo di fronte al più pesante attacco sinora tentato ai beni comuni e alla loro gestione territoriale e partecipativa. Vogliono chiudere definitivamente la straordinaria stagione referendaria. Vogliono consegnare le nostre vite alla finanza.

Occorre reagire in ogni luogo. Il tempo è ora.
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