L’Istat gufa: ma quale ripresa!
Massimo Franchi
«Per l’istituto nazionale di ricerca aumentano i disoccupati di lunga durata, vero freno del Sud. La «nota mensile» sbugiarda Renzi e Padoan. Il ministro dell’Economia aveva stimato un più 0,5 per cento di Pil per il petrolio a 60 dollari. Invece a causa della stessa crisi "l’effetto per l’Italia sarà nullo"». Il manifesto, 31 dicembre 2014
Nella cate­go­ria dei gufi — se non dei diser­tori — in que­sto 2014 che si chiude va cer­ta­mente inse­rita l’Istat. Che anche nel penul­timo giorno dell’anno è tutt’altro che otti­mi­sta sullo stato dell’economia ita­liana e — ancor di più — del mer­cato del lavoro. Nella sua «Nota men­sile» di dicem­bre, l’istituto nazio­nale di sta­ti­stica «neu­tra­lizza» il calo del costo del petro­lio — uti­liz­zato invece dal mini­stro Padoan per pre­ve­dere un aumento del Pil dello 0,5 per cento nel 2015 — par­lando di «impatto nullo per Ita­lia e Ger­ma­nia», men­tre «i segnali posi­tivi per la domanda interna» por­te­reb­bero ad «una sostan­ziale sta­zio­na­rietà della cre­scita nel tri­me­stre finale dell’anno»: insomma, il Pil nel quarto tri­me­stre potrebbe far dimi­nuire di un deci­male il meno 0,4 per cento ora pre­vi­sto per il 2014.

Molto peg­gio va l’occupazione. L’Istat parla di «con­di­zioni del mer­cato del lavoro» che «riman­gono dif­fi­cili con livelli di occu­pa­zione sta­gnanti e tasso di disoc­cu­pa­zione in cre­scita». I numeri più neri in campo occu­pa­zio­nale ven­gono dai disoc­cu­pati di lunga durata. Al record del tasso di disoc­cu­pa­zione, che ad otto­bre ha toc­cato quota 13,2 per cento — il governo lo ha moti­vato con il ritorno sul mer­cato del lavoro dei molti gio­vani prima “inat­tivi” o “sco­rag­giati”: in realtà il loro numero, sot­to­li­nea l’Istat, è aumen­tato del 6,5 per cento nel 2014 — si uni­sce infatti «un allun­ga­mento dei periodi di disoc­cu­pa­zione: l’incidenza dei disoc­cu­pati di lunga durata (quota di per­sone che cer­cano lavoro da più di un anno) è salita nell’anno in corso dal 56,9 per cento al 62,3». Per l’istituto nazio­nale di sta­ti­stica «que­sto gruppo di indi­vi­dui, gene­ral­mente con­si­de­rati poco appe­ti­bili dalle imprese, costi­tui­sce un fat­tore di freno alla discesa della disoc­cu­pa­zione soprat­tutto nel Mez­zo­giorno». È quindi il Sud il tal­lone d’Achille del paese. Ma il governo Renzi pare non esser­sene accorto. Così come sem­bra non voler far niente per aiu­tare coloro che per­dono il lavoro dopo i 50 anni, i più col­piti dalla crisi e quelli con meno pos­si­bi­lità di tro­vare nuova occupazione.

Nel frat­tempo si allon­tana sem­pre di più la pro­spet­tiva per loro della pen­sione. Il governo ha infatti appro­vato il decreto sull’adeguamento dell’età pen­sio­na­bile dovuto all’aumento dell’aspettativa di vita che scat­terà però dal primo gen­naio 2016. Si tratta di un mec­ca­ni­smo pre­vi­sto già dalla riforma Monti che il governo Ber­lu­sconi nel 2010 fissò a cadenza trien­nale. La riforma For­nero lo ha acce­le­rato: lo scatto ora arriva ogni due anni. E per la prima volta dal primo gen­naio sarà di quat­tro mesi — rispetto ai 3 decisi dal 2013. Un salto di quat­tro mesi che si applica a quasi tutte le “quote” maschili, facendo pas­sare il requi­sito ana­gra­fico per la pen­sione di vec­chiaia dei dipen­den­denti del set­tore pri­vato a 66 anni e 7 mesi — era a 66 anni e 3 mesi, sem­pre a con­di­zione di avere almeno 20 anni di con­tri­buti ver­sati. Allo stesso modo aumenta il requi­sito per la pen­sione anti­ci­pata a pre­scin­dere dall’età ma con una decur­ta­zione gra­duale ana­gra­fica sull’assegno: da 42 anni e sei mesi a 42 anni e dieci mesi. Più pena­liz­zate le donne, a causa del pro­cesso di armo­niz­za­zione con gli uomini: dal primo gen­naio 2016 nel set­tore pri­vato il requi­sito ana­gra­fico aumen­terà di ben un anno e 10 mesi: da 63 anni e 9 mesi a 65 anni e 7 mesi. Uno schema che por­terà nel 2050 a pre­ve­dere un’età di pen­sione a 70 anni uguale per donne e uomini, senza che il governo abbia men che meno preso in con­si­de­ra­zione ope­ra­zioni di fles­si­bi­lità in uscita — men­tre pre­ca­rizza ancor di più quella in entrata con il Jobs act — nè di aumen­tare i coe­fi­centi per i pre­cari a lavoro discon­ti­nuo che quest’anno si tro­ve­ranno reca­pi­tare dalla nuova Inps tar­gata Tito Boeri la stima di pen­sione da poche cen­ti­naia di euro.

Ieri sul fronte pen­sioni è arri­vata anche la denun­cia da parte dello Spi Cgil. A gen­naio gli asse­gni pen­sio­ni­stici saranno più leg­geri per resti­tuire allo Stato una parte della riva­lu­ta­zione rice­vuta nel 2014, cal­co­lata ini­zial­mente con un tasso prov­vi­so­rio dell’1,2% e poi asse­sta­tosi in via defi­ni­tiva all’1,1%: una pen­sione minima per­derà 5,40 euro rispetto a dicem­bre 2014 men­tre una pen­sione da 1.500 euro per­derà 16,30 euro. Tut­ta­via «lievi aumenti sono pre­vi­sti per feb­braio: la riva­lu­ta­zione del 2015 por­terà 1,50 euro in più sul 2014 per la «minima»», 3 euro per una da 1.500.
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