Illegalità e ingiustizia, il tandem italiano
Alberto Burgio e Stefano Perri
«In Italia i poveri sono più poveri della media europea: al 40% della popolazione va il 19,8% del reddito complessivo contro una media del 21,2%» Ma in compenso i ricchi diventano sempre più ricchi. Il manifesto, 24 dicembre 2014

Dai recenti dati dell’Ocse e del Social Insti­tute Moni­tor Europe in tema di dise­guale distri­bu­zione del red­dito (il mani­fe­sto del 17 dicem­bre), risulta con­fu­tato il prin­ci­pale mito ideo­lo­gico dei libe­ri­smi vec­chi e nuovi, l’idea secondo cui una mag­giore dise­gua­glianza offri­rebbe ai più ric­chi cospi­cue oppor­tu­nità d’investimento e quindi ali­men­te­rebbe la cre­scita, con bene­fi­cio di tutti.

Il ragio­na­mento (sul quale fanno leva da sem­pre le cam­pa­gne della destra neo­li­be­rale e della stessa sini­stra social-liberista) pro­spetta uno sce­na­rio nel quale, favo­rendo la cre­scita, la tem­po­ra­nea rinun­cia alla giu­sti­zia sociale garan­ti­rebbe, poi, giu­sti­zia e benes­sere, poi­ché ben pre­sto il mag­gior benes­sere «sgoc­cio­le­rebbe» anche sui più poveri. Pec­cato che ogni evi­denza – e la dram­ma­tica crisi nella quale ci dibat­tiamo – mostra il con­tra­rio.

Non solo la dise­gua­glianza tende ad autoa­li­men­tarsi radi­ca­liz­zando le spe­re­qua­zioni, ma mar­cia altresì di pari passo con la sta­gna­zione. L’ingiustizia, insomma, avvan­tag­gia sol­tanto i più ric­chi, men­tre rovina la stra­grande mag­gio­ranza della popo­la­zione. E il libe­ri­smo si con­ferma per quel che è: un’arma letale, oltre che sul piano etico e della coe­sione sociale, anche sul ter­reno economico.
Ma i dati Ocse e Sime offrono anche l’opportunità di riflet­tere su talune spe­ci­fi­cità del caso ita­liano, per rica­varne una rap­pre­sen­ta­zione sin­te­tica degna di atten­zione. La società ita­liana è sem­pre più dise­guale. Que­sto è un trend euro­peo e glo­bale, ma in Ita­lia le spe­re­qua­zioni appa­iono par­ti­co­lar­mente forti. Per citare il dato più signi­fi­ca­tivo, al 40% più povero della popo­la­zione ita­liana va il 19,8% del red­dito com­ples­sivo, con­tro una media euro­pea del 21,2. I poveri in Ita­lia sono dun­que più poveri rispetto alla media. Non bastasse, ciò che a que­sto punto si evita accu­ra­ta­mente di aggiun­gere è che anche que­sta meda­glia ha, come tutte, il suo rovescio.

Se i poveri sono più poveri, i ric­chi sono sem­pre più ric­chi, e molto pro­ba­bil­mente tra i due feno­meni sus­si­ste qual­che con­nes­sione. Basti anche qui il dato più rile­vante: la ric­chezza netta delle fami­glie ita­liane aveva nel 2012 un valore pari a 8 volte il valore del red­dito dispo­ni­bile, men­tre nel 2001 il rap­porto era di “appena” il 6,7. Men­tre il pub­blico si impo­ve­ri­sce e si inde­bita, il pri­vato regi­stra dun­que un signi­fi­ca­tivo aumento delle pro­prie sostanze.

Il dato sul quale si pone sem­pre l’accento per avva­lo­rare l’impellente neces­sità delle cosid­dette riforme strut­tu­rali è l’ingente debito pub­blico, supe­riore ai 2.200 miliardi. Nes­suno mai ricorda invece che la ric­chezza netta delle fami­glie ita­liane (le meno inde­bi­tate d’Europa) supera (dati del 2013) gli 8.700 miliardi di euro.

Il che sarebbe un bene, inten­dia­moci. Se que­sta enorme ric­chezza pri­vata non fosse distri­buita in modo disa­stro­sa­mente ini­quo (lo è in modo molto più spe­re­quato del red­dito: l’indice che misura la dise­gua­glianza della sua distri­bu­zione è pari a 62,3%, con­tro il 33,3% dell’indice di con­cen­tra­zione dei red­diti, onde il 10% delle fami­glie più ric­che pos­siede oltre il 45% della ric­chezza). Se non con­vi­vesse con una povertà dif­fusa e dram­ma­tica. Se, pro­prio in forza della sua col­lo­ca­zione, non con­cor­resse al tempo stesso al declino del paese e al suo cre­scente indebitamento.

Anche a pro­po­sito del debito pub­blico – a causa del quale l’Italia è un sor­ve­gliato spe­ciale sui mer­cati finan­ziari e in Europa, ed è costretta a una con­ti­nua ridu­zione di piani di spesa ormai incom­pa­ti­bili con la manu­ten­zione del wel­fare – si impone un chia­ri­mento, prima di trarre qual­che rapida con­clu­sione.

Si sa – anche se si suole sor­vo­lare – che il debito schizza in alto, irre­ver­si­bil­mente, quando, a par­tire dai primi anni Ottanta, governi e Banca d’Italia deci­dono di tra­sfor­mare il grande capi­tale pri­vato in pre­sta­tore, esen­tan­dolo di fatto dall’obbligo fiscale di con­tri­buire in misura ade­guata alla spesa pub­blica, anche attra­verso il cosid­detto divor­zio tra Banca d’Italia e Tesoro. Il fatto che il debito ita­liano si rad­doppi tra il 1981 e il ’95 (pas­sando dal 58 al 121% del pil) non è la con­se­guenza di una spesa pub­blica abnorme e meri­te­vole di tagli dra­co­niani, ma della scelta tutta poli­tica di remu­ne­rare il capi­tale pri­vato sol­le­van­dolo dalla gran parte degli oneri fiscali da una parte e limi­tando la cre­scita dei salari reali dall’altra.

Anche que­sto intrec­cio per­verso tra debito pub­blico ed eva­sione fiscale ha molto a che fare con la dise­gua­glianza, in quanto il mec­ca­ni­smo di remu­ne­ra­zione del debito opera nel senso di un con­ti­nuo e cre­scente spo­sta­mento di red­dito dal pub­blico al pri­vato, e in par­ti­co­lare alla quota più ricca della popo­la­zione, attra­verso il paga­mento degli interessi.

Il risul­tato del pro­cesso è pla­stico, nella sua para­dos­sa­lità. Da debi­tore insol­vente (da anni in l’Italia l’economia som­mersa è sti­mata rap­pre­sen­tare in modo sta­bile più del 15% del Pil), il capi­tale si tra­sforma magi­ca­mente in cre­di­tore, e costringe lo Stato a una spesa per inte­ressi che dal 1992 è l’unica causa della cre­scita dell’indebitamento pub­blico (e che, nel giro di trent’anni, ha com­por­tato un esborso di oltre 2.100 miliardi, pari quasi all’intero ammon­tare del debito). Anche così si spiega il fatto che la pro­prietà del debito sia oggi per il 50% in mano ai pri­vati ita­liani (fami­glie, ban­che e altre isti­tu­zioni finan­zia­rie). Il che, se da una parte riduce la dipen­denza del paese dagli attac­chi spe­cu­la­tivi, dall’altra con­corre ad accre­scere la dise­gua­glianza tra chi prende gli inte­ressi e chi paga le tasse.
In que­sto qua­dro l’evasione fiscale (circa 140 miliardi annui) ali­menta un ulte­riore dia­bo­lico cir­colo vizioso poi­ché, oltre a essere una delle prin­ci­pali cause dell’alto debito pub­blico, rende anch’essa sem­pre più dise­guale la distri­bu­zione del red­dito, facendo sì che il pre­lievo fiscale col­pi­sca soprat­tutto il lavoro dipen­dente (sul quale in Ita­lia grava la più alta ali­quota impli­cita di tas­sa­zione di tutta la Ue).

Ora pro­viamo a rileg­gere que­ste risul­tanze den­tro un qua­dro uni­ta­rio e sin­te­tico. Che cosa ne sor­ti­sce? Della cre­scente dise­gua­glianza e ini­quità del sistema si è detto: la pola­riz­za­zione vede con­trap­po­sti set­tori sociali poveri (sem­pre più vasti e più poveri) a set­tori ric­chi (pro­por­zio­nal­mente sem­pre più ric­chi). Se a ciò si aggiunge che tale mec­ca­ni­smo di ripartizione/riproduzione della ric­chezza nazio­nale fun­ziona in pre­senza di una per­cen­tuale pato­lo­gica di evasione/elusione fiscale e di un volume di cor­ru­zione sti­mato in circa 60 miliardi annui, ci pare se ne possa sin­te­ti­ca­mente con­clu­dere che, nella sua odierna con­fi­gu­ra­zione, l’economia ita­liana – il cosid­detto sistema-paese – non è sol­tanto un mec­ca­ni­smo fon­dato su ingiu­sti­zie eco­no­mi­ca­mente rovi­nose, ma anche un sistema di domi­nio lar­ga­mente basato sull’illegalità.

Lascian­dosi andare per l’ennesima volta, in que­sti giorni, a ester­na­zioni poli­ti­ca­mente impe­gna­tive a soste­gno del governo in carica, il pre­si­dente della Repub­blica ha pero­rato la causa della sta­bi­lità, rite­nendo di potere così moti­vare, alla vigi­lia delle dimis­sioni, le pro­prie scelte e il pro­prio inter­ven­ti­smo, a tanti auto­re­voli osser­va­tori apparso spesso costi­tu­zio­nal­mente discu­ti­bile. Sem­bra un po’ il Sordi della “Grande guerra”, che esor­tava a «fare i buoni» i sol­dati che, in fila, atten­de­vano di essere spe­diti al fronte. Qua­lora potes­simo per­met­terci di rivol­ger­gli una domanda, gli chie­de­remmo se la sta­bi­lità alla quale si è rife­rito riguardi per caso anche que­sto stato di cose
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