F.M.I. meglio di Renzi
Stefano Perri
Diceva Key­nes: «gli uomini al potere sono schiavi di qual­che eco­no­mi­sta defunto. Pazzi al potere i quali odono voci nell’aria, distil­lano fre­ne­sie da scri­bac­chini acca­de­mici di pochi anni addietro». Il manifesto, 17 dicembre 2014

Dopo decenni di esor­ta­zioni osses­sive sull’austerità espan­siva e le cosid­dette riforme strut­tu­rali, il tema della lotta alle cre­scenti disu­gua­glianze sem­bra tor­nato cen­trale per affron­tare i pro­blemi non solo di giu­sti­zia sociale e di benes­sere in senso lato, ma anche della cre­scita eco­no­mica. Stu­diosi e acca­de­mici (il grande suc­cesso del Capi­tale del XXI secolo di Tho­mas Piketty), isti­tu­zioni inter­na­zio­nali come il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale o l’Ocse pro­pon­gono studi dif­fi­cil­mente con­fu­ta­bili sulla cre­scita delle dise­gua­glianze sfa­tando alcuni miti del neo (ma anche vetero) liberismo.

Pur­troppo que­sta con­sa­pe­vo­lezza non ha ancora sfio­rato i governi, in par­ti­co­lare quelli euro­pei. La com­mis­sione euro­pea insi­ste con per­se­ve­ranza del tutto dia­bo­lica sul rigore e il rispetto di regole prive di fon­da­mento, men­tre qual­che governo medi­ter­ra­neo si agita per met­tere l’accento sulla cre­scita, ma essen­dosi pre­clusa per igna­via, per oppor­tu­ni­smo o per acquie­scenza verso inte­ressi “forti” qual­siasi via effi­cace, si riduce ad insi­stere sulle riforme strut­tu­rali, che per quanto riguarda la poli­tica eco­no­mica sono un modo ele­gante di affer­mare la volontà di ridurre sem­pre più il lavoro a stru­mento, a merce che serve a pro­durre altre merci.

Come diceva Key­nes, gli uomini al potere «sono spesso gli schiavi di qual­che eco­no­mi­sta defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distil­lano le loro fre­ne­sie da qual­che scri­bac­chino acca­de­mico di pochi anni addietro».

Il nostro capo del governo afferma spesso di essere a favore dell’uguaglianza ma con­tro l’egualitarismo. Che que­sta frase sia più adatta all’epoca del tele­fono a get­tone non sem­bra tur­barlo affatto. Come ricorda Paul Krug­man, l’alternativa è tra chi pre­fe­ri­sce l’eguale ma estre­ma­mente impro­ba­bile pos­si­bi­lità per cia­scuno di vivere secondo lo stile di vita dei ric­chi e dei famosi (una egua­glianza da lot­te­ria) e chi ritiene che tutti deb­bano avere la pos­si­bi­lità di vivere una vita digni­tosa. Renzi da che parte sta?

A dif­fe­renza del suo ispi­ra­tore Tony Blair, non sem­bra nem­meno che il governo ita­liano sia par­ti­co­lar­mente sen­si­bile al pro­blema della povertà. Per lo meno Blair si pro­po­neva di eli­mi­nare la povertà infan­tile. Non che ci sia riu­scito, ma qual­che risul­tato lo ha pur rag­giunto, almeno a giu­di­care dai dati Ocse secondo i quali in Inghil­terra il tasso di povertà rela­tiva della popo­la­zione sotto i diciotto anni era nel 2011 del 9,5%. La media Ocse era del 13,9% e il dato dell’Italia il 17,3%.

Ma come giu­sta­mente sot­to­li­nea l’Ocse, che cer­ta­mente non può essere sospet­tata di vetero-egualitarismo, ma che sul tema negli ultimi mesi e ancora pochi giorni fa è inter­ve­nuta più volte con focus, rap­porti e studi, il pro­blema non è solo la povertà, ma la cre­scente dise­gua­glianza nella distri­bu­zione del reddito.

Non solo da diversi decenni il 10% della popo­la­zione che ha il red­dito più basso resta sem­pre più indie­tro, ma l’effetto nega­tivo affligge il 40% meno ricco della popo­la­zione. Anche da que­sto punto di vista l’Italia non brilla tra i paesi europei.

Infatti, secondo dati Euro­stat, al 40% più povero della popo­la­zione va il 19,8% del red­dito com­ples­sivo, una quota più bassa della media euro­pea (21,2%). L’Italia poi, come è noto, tra i paesi euro­pei ha un alto indice di Gini, che misura la dise­gua­glianza nella distri­bu­zione del red­dito, più basso solo di Gre­cia, Esto­nia, Por­to­gallo, Spa­gna e Regno Unito. Inol­tre, per citare un altro dato tra i tanti che mostrano la nostra arre­tra­tezza, il rap­porto tra la quota di red­dito otte­nuta dal 10% più ricco della popo­la­zione e quella del 10% più povero è in Ita­lia molto alto (11,18), infe­riore, in Europa, solo a Spa­gna, Gre­cia, Bul­ga­ria, Roma­nia e Lituania.

Se a que­sti dati aggiun­giamo che secondo un rap­porto del Social Insti­tute Moni­tor Europe, che si pro­pone di cal­co­lare un indice rela­tivo alla giu­sti­zia sociale nei diversi paesi euro­pei, l’Italia si col­loca al 23° posto, insieme alla Litua­nia, nella clas­si­fica dei 28 paesi dell’Unione euro­pea, si capi­sce che ci sarebbe molto lavoro per un governo nel quale la forza prin­ci­pale è un par­tito che si dichiara di centro-sinistra, ma non sem­brano que­ste le priorità.

La novità delle ultime ana­lisi è che esse pro­vano, attra­verso stime eco­no­me­tri­che, che la mag­giore dise­gua­glianza causa un ral­len­ta­mento della cre­scita eco­no­mica, soprat­tutto restrin­gendo le oppor­tu­nità di otte­nere alti livelli di istru­zione, per una parte signi­fi­ca­tiva della popo­la­zione, sco­rag­giando la for­ma­zione del cosid­detto capi­tale umano (ma il ter­mine non mi piace, riman­dando ad una uma­niz­za­zione del capi­tale e ad una rei­fi­ca­zione delle qua­lità umane) e osta­co­lando la mobi­lità sociale.

Per l’Italia si stima che la man­cata cre­scita del Pil reale per abi­tante cau­sata dalla cre­scita delle dise­gua­glianze sia del 6,6% dal 1990 al 2010. Con­si­de­rando che la cre­scita effet­tiva in que­sto periodo è stata dell’8%, non è certo poca cosa. Altro che arti­colo 18!

L’Ocse pro­pone di affron­tare il pro­blema della dise­gua­glianza con misure che fino a poco tempo fa sareb­bero state con­si­de­rate poco meno che bestem­mie dalla sag­gezza convenzionale.

In primo luogo pro­pone di accre­scere la redi­stri­bu­zione del red­dito e rifor­mare in que­sto senso la strut­tura della tas­sa­zione, aumen­tando la ali­quota mar­gi­nale delle impo­ste sui red­diti più alti, cioè esat­ta­mente il con­tra­rio di quanto è stato fatto negli ultimi decenni. In Ita­lia, ad esem­pio, la ali­quota mar­gi­nale era del 72% ancora nel 1982.

Come nota il rap­porto dell’Ocse la dimi­nu­zione delle ali­quote fiscali sui red­diti alti non solo deprime l’effetto redi­stri­bu­tivo sui red­diti dispo­ni­bili, ma tende a far aumen­tare la quota di red­dito otte­nuta dai più ric­chi, per i quali diviene più facile, in un cir­colo vir­tuoso per loro ma vizioso per tutti gli altri, accu­mu­lare capi­tale e accre­scere ulte­rior­mente i pro­pri red­diti. Infatti in Ita­lia la quota di red­dito di mer­cato (cioè sti­mata prima della tas­sa­zione) otte­nuta dall’1% più ricco della popo­la­zione è pas­sata dal 6,4% del 1982 al 9,38% del 2009.

Ma il rap­porto dell’Ocse sug­ge­ri­sce anche di eli­mi­nare o ridurre le dedu­zioni fiscali che ten­dono a bene­fi­ciare i più ric­chi e rior­ga­niz­zare il sistema di tas­sa­zione su tutte le forme di pro­prietà e di ric­chezza. In par­ti­co­lare si sot­to­li­nea l’importanza di ripen­sare il ruolo della tas­sa­zione sui red­diti da capi­tale. Quest’ultimo punto appare molto signi­fi­ca­tivo per Ita­lia in cui la quota di red­dito pro­ve­niente dal capi­tale del 10% più ricco della popo­la­zione è signi­fi­ca­ti­va­mente più alta in con­fronto agli altri paesi di cui l’Ocse for­ni­sce i dati.

L’altra rac­co­man­da­zione dell’Ocse, dopo anni di auste­rity e di attac­chi al wel­fare state, è di incre­men­tare i tra­sfe­ri­menti pub­blici a favore non solo dei poveri, ma del 40%, e pro­muo­vere e favo­rire l’accesso ai pub­blici ser­vizi di alta qua­lità, in par­ti­co­lare l’istruzione e la sanità.

Non è il caso di atten­dere per vedere se que­ste idee saranno vera­mente assi­mi­late nel pros­simo futuro e ancor meno aspet­tare che Renzi si accorga che la moder­nità ha cam­biato segno. Anche lui, al di là della reto­rica, è imman­ca­bil­mente schiavo di qual­che eco­no­mi­sta defunto. Ma le sparse forze della sini­stra poli­tica, nel momento in cui la sini­stra sociale e sin­da­cale mostra final­mente vita­lità, fareb­bero bene da subito a orga­niz­zarsi attorno ad un pro­gramma che abbia al suo cen­tro l’eguaglianza
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