Obama, la sconfitta e la sfida
Bruno Cartosi
«Le pre­vi­sioni ave­vano pre­an­nun­ciato la vit­to­ria dei Repub­bli­cani e i risul­tati dicono che la vit­to­ria c’è stata, di dimen­sioni supe­riori ai timori o alle aspet­ta­tive. E tut­ta­via, per certi versi, non senza qual­che ele­mento che in pro­spet­tiva ne smorza l’impatto poli­tico concreto». Il manifesto, 6 novembre 2014

È come quando la Pro­te­zione civile avverte che pio­verà forte, ma non sa dire esat­ta­mente quanto forte e quali saranno i danni. Le pre­vi­sioni ave­vano pre­an­nun­ciato la vit­to­ria dei Repub­bli­cani e i risul­tati dicono che la vit­to­ria c’è stata, di dimen­sioni supe­riori ai timori o alle aspet­ta­tive. E tut­ta­via, per certi versi, non senza qual­che ele­mento che in pro­spet­tiva ne smorza l’impatto poli­tico concreto.

Il dato poli­tico imme­diato è l’isolamento del Pre­si­dente: il nuovo Con­gresso è tutto con­tro di lui. Quindi sarebbe lecito pen­sare che saranno ancora più forti gli sbar­ra­menti che i Repub­bli­cani ave­vano già oppo­sto, per esem­pio, a pro­getti come l’innalzamento del sala­rio minimo e la riforma dell’immigrazione. Ed è più che pro­ba­bile che il loro attacco alla pre­si­denza demo­cra­tica si con­cen­trerà su due obiet­tivi prin­ci­pali: la riforma sani­ta­ria, per boi­cot­tare la quale hanno fatto ogni pos­si­bile bat­ta­glia in tutte le sedi legali; l’altrettanto invisa «legge Dodd-Frank», che ha sot­to­po­sto a norme e con­trolli le atti­vità del mondo finan­zia­rio. Di entrambe i Repub­bli­cani hanno detto di volere la cancellazione.

Non è detto, però, che nei pros­simi due anni essa venga per­se­guita con la stessa deter­mi­na­zione mostrata finora. A Obama resta comun­que il potere di veto, ed è con que­sto in mente che il nuovo spea­ker di mag­gio­ranza, l’appena rie­letto Mitch McCon­nell, si è affret­tato a dichia­rare la dispo­ni­bi­lità a «lavo­rare insieme» con il Pre­si­dente. In sostanza, l’unica pos­si­bi­lità che il Con­gresso eviti la para­lisi è la pra­tica del compromesso.

La para­lisi – quello che vogliono i Repub­bli­cani viene bloc­cato da Obama; quello che vuole lui viene fer­mato da loro – fer­me­rebbe sì il Pre­si­dente, che potrebbe agire solo con gli “Ordini ese­cu­tivi”, ma direbbe al paese che la mag­gio­ranza stessa è inetta. Il che met­te­rebbe poi in forse la pro­spet­tiva di una pre­si­denza repub­bli­cana nel 2016.

Ma non suc­ce­derà, per­ché «gli adulti», come ha scritto Tho­mas Edsall, hanno ripreso le redini del Par­tito repub­bli­cano e della sua agenda poli­tica. Quindi, se città e Stati con­ti­nue­ranno a innal­zare a 8–9 dol­lari l’ora o più il sala­rio minimo (adesso a 7,25) che Obama voleva por­tare a oltre 10 dol­lari, diventa pro­ba­bile che anche i Repub­bli­cani pro­por­ranno un rialzo. Sull’immigrazione, se vogliono sot­trarre i voti ispa­nici ai Demo­cra­tici – a cui anche que­sta volta sono andati in massa – dovranno pre­sen­tarsi con qual­cosa di fatto alle pros­sime pre­si­den­ziali, magari aggior­nando le pro­po­ste di George W. Bush. La riforma sani­ta­ria e la legge Dodd-Frank saranno attac­cate e inde­bo­lite entrambe, ma sarà più dif­fi­cile can­cel­lare la prima che la seconda.

In tutto que­sto disfare e rifare i Repub­bli­cani non saranno soli. Tra i Demo­cra­tici, la dispo­ni­bi­lità al com­pro­messo verrà cer­ta­mente, più che da Obama, dai suoi com­pa­gni di par­tito. L’isolamento del Pre­si­dente, infatti, si è veri­fi­cato ed è stato sban­die­rato anche nel suo stesso schieramento.

Obama è stato ridi­men­sio­nato – reso «pic­colo», da grande che era, ha scritto il New York Times – dal suc­cesso della pro­pa­ganda avver­sa­ria, che ne ha fatto il primo desti­na­ta­rio dell’offensiva pre­e­let­to­rale, e dalla presa di distanza di una parte del suo partito.

Tutti i gior­nali hanno scritto dei can­di­dati che non lo hanno voluto al loro fianco nella cam­pa­gna per non com­pro­met­tere le pro­prie poss<CW-17>ibilità di suc­cesso. È troppo pre­sto per con­trol­lare come è andata a costoro. Il pro­blema poli­tico però è reale e con esso Obama dovrà fare i conti.

La distri­bu­zione geo­gra­fica del voto con­ferma, per quanto pos­si­bile (per Senato e Gover­na­tori i rin­novi erano 36), che il Sud e le grandi aree rurali sono repub­bli­cane, men­tre le aree metro­po­li­tane in tutto il paese e le zone di antica indu­stria­liz­za­zione riman­gono pre­va­len­te­mente democratiche.

Stando ai son­daggi per gruppi sociali, invece, risul­te­rebbe che le donne, i gio­vani, gli ispa­nici e gli afroa­me­ri­cani hanno votato in mag­gio­ranza, in pro­por­zioni diverse, per i Demo­cra­tici, men­tre gli anziani, i maschi bian­chi e i resi­denti dei suburbs hanno pre­fe­rito i Repub­bli­cani. In molti casi il distacco tra vin­cente e scon­fitto non è stato grande.

Que­sto anda­mento del voto, come ricorda una parte dei com­men­ta­tori, è in buona misura «fisio­lo­gico»: l’amministrazione in carica è sem­pre sfa­vo­rita nelle ele­zioni di mid­term. E l’esito ha anche a che fare con i tanti ridi­se­gni delle cir­co­scri­zioni elet­to­rali effet­tuate negli anni scorsi, soprat­tutto negli Stati gover­nati dai Repub­bli­cani e natu­ral­mente a pro­prio van­tag­gio. Inol­tre, va sot­to­li­neato che molti sono dispo­sti a mobi­li­tarsi quando in ballo è la pre­si­denza, ma non quando si tratta di Con­gresso e gover­na­tori. Infatti nelle ele­zioni di mid­term la per­cen­tuale dei votanti non arriva mai al 40 per cento. Que­ste con­si­de­ra­zioni non sono con­so­la­to­rie, ser­vono a ricor­dare che nel 2016 i Repub­bli­cani dovranno gua­da­gnar­sela la pre­si­denza. Que­sto voto, di per sé, non gliela promette.

Rimane il fatto che è un elet­to­rato «scon­tento», come ha scritto Dan Balz sul Washing­ton Post, ad avere decre­tato la scon­fitta dei Demo­cra­tici. Non sono tanto le que­stioni legate a una poli­tica estera «debole» e incerta, su cui pure i Repub­bli­cani hanno bat­tuto pesan­te­mente. Ancor più che nelle pre­si­den­ziali, in que­ste ele­zioni conta il con­te­sto locale e nazionale.

E qui hanno pesato le con­trad­di­zioni attuali.

La ripresa eco­no­mica c’è stata, la cre­scita è buona (supe­riore al 3,5 per cento), la disoc­cu­pa­zione è bassa (al 5,9 per cento, appena sopra quel 5,5 con­si­de­rato «piena occupazione»). Ma: le disu­gua­glianze sono aumen­tate, il lavoro è fatto di sot­toc­cu­pa­zione pre­ca­ria e sot­to­pa­gata e men­tre i salari sono fermi i red­diti dei grandi ric­chi hanno con­ti­nuato a salire.Non importa che siano stati in parte i Repub­bli­cani a bloc­care l’azione pre­si­den­ziale (sui salari minimi, sui lavori pub­blici, sull’ambiente, sull’estensione del sus­si­dio di disoccupazione…).

La loro pro­pa­ganda è riu­scita nell’opera di attri­buire le man­cate rea­liz­za­zioni legi­sla­tive all’inettitudine di Obama e a costruire intorno a lui un alone di fal­li­mento. Una sorta di senso comune a cui ha ade­rito una parte del suo stesso par­tito, come s’è detto: debo­lezza della poli­tica, volu­bi­lità delle con­vin­zioni e potere della comu­ni­ca­zione, vale a dire dei milioni spesi nella cam­pa­gna elet­to­rale di mid­term più costosa della storia.

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