Come non subire il «me ne frego» della destra al governo
Alberto Asor Rosa
«Le ragioni di un’opposizione comune allo sfa­celo demo­cra­tico pre­val­gono per­sino, all’inizio, su quelle del pro­getto rin­no­va­tore. Più che altro si tratta di difen­dere la pos­si­bi­lità di un futuro, non di sal­vare e pro­se­guire un digni­toso passato». Il manifesto, 13 novembre 2014

For­tu­na­ta­mente, dopo mesi di appros­si­ma­zioni e di con­fu­sione, il qua­dro poli­tico ita­liano si è ine­qui­vo­ca­bil­mente chiarito.

Su di un primo ver­sante, sap­piamo ormai con asso­luta cer­tezza di essere gover­nati da una com­pa­gine per certi versi poli­forme ma, senza ombra di dub­bio, com­ples­si­va­mente e stra­te­gi­ca­mente, di centro-destra. Che lo sia dal punto di vista delle poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali (Jobs act, e quant’altro), lo hanno argo­men­tato e dimo­strato molti auto­re­voli com­men­ta­tori, soprat­tutto, et pour cause, sulle colonne di que­sto gior­nale (ma, a dir la verità, non solo). Vor­rei però aggiun­gere qual­cosa in merito alle ten­denze politico-culturali cui si ispira in pro­fon­dità il nostro governo.

È vero, abbiamo all’inizio sot­to­va­lu­tato Mat­teo Renzi, scam­bian­dolo per un pic­colo avven­tu­riero di pro­vin­cia. Forse lo è, e lo resta; ma nelle dimen­sioni e carat­te­ri­sti­che della crisi ita­liana, la sua sta­tura tende indub­bia­mente a cre­scere. Ad esem­pio: la «rot­ta­ma­zione». Sem­brava una bat­tuta pro­pa­gan­di­stica per far fuori, anche agli occhi di un’opinione pub­blica stanca e disin­can­tata, la vec­chia diri­genza di centro-sinistra.

Renzi non si limita ad auspi­care e per­se­guire la rot­ta­ma­zione della vec­chia diri­genza del centro-sinistra. Renzi auspica e per­se­gue la rot­ta­ma­zione di tutto il «sistema» che secondo lui l’avrebbe pro­dotta e resa pos­si­bile: 
- la pri­ma­zia del par­la­mento sul governo; 
- la sepa­ra­zione dei poteri; 
- l’organizzazione col­let­tiva e comu­ni­ta­ria della poli­tica (vulgo, i par­titi, o quant’altro al loro posto); 
- il rispetto delle mino­ranze e l’attenzione nei loro con­fronti; 
- la dia­let­tica politica/cultura (capi­rai: gli «intel­let­tuali»…). 
Insomma, quanto fu ela­bo­rato e sta­tuito nella nostra «vec­chia» Costi­tu­zione, a ridosso della cata­strofe fasci­sta, allo scopo pre­ci­puo di ren­derne impos­si­bile la resur­re­zione in qual­siasi forma.

Né più né meno, dun­que, che il pro­gramma di Sil­vio Ber­lu­sconi, ma radi­ca­liz­zato ed effi­ca­ciz­zato dal fatto di por­tarlo avanti non da una posi­zione di destra, -  lad­dove appa­riva troppo sco­per­ta­mente per quel che era, e cioè un pro­gramma di destra, - ma da una posi­zione di centro-sinistra, - lad­dove può più facil­mente esser gabel­lato per quel che non è, e cioè, un pro­gramma rifor­ma­tore di centro-sinistra. Ma non c’è solo questo.

Recen­te­mente ho assi­stito alla pro­ie­zione di un bel­lis­simo docu­men­ta­rio sui rap­porti fra lin­gua ita­liana e fasci­smo, pro­dotto dall’Istituto Luce ed ela­bo­rato da una lin­gui­sta del cali­bro di Vale­ria della Valle. Il docu­men­ta­rio s’intitola: «Me ne frego», ripren­dendo uno sti­lema clas­sico, uno ste­reo­tipo esem­plare, del modo di par­lare, e dun­que di pen­sare, del fasci­smo. Visio­nando il docu­men­ta­rio, mi è acca­duto di pen­sare che ogni­qual­volta in Ita­lia c’è una pro­fonda crisi delle isti­tu­zioni e degli assetti poli­tici pre­ce­denti il lea­der che mira a impa­dro­nirsi senza remore né con­di­zio­na­menti del gioco, adotta men­tal­mente, prima che lin­gui­sti­ca­mente, il motto fasci­sta «Me ne frego».

È inne­ga­bile altresì che tale modo di pen­sare e di espri­mersi, quando si è in pre­senza, ripeto, di una pro­fonda e reale crisi delle isti­tu­zioni e degli assetti poli­tici pre­ce­denti, risulta estre­ma­mente sedut­tivo presso le masse popo­lari ita­liane diso­rien­tate e scon­fitte. Del resto il «Vaff…» di Grillo appar­tiene, più o meno, alla stessa spe­cie, - men­tale e oggi, ahimè, anche poli­tica (su que­sto si potrebbe e dovrebbe aprire un lungo discorso di natura storico-culturale, che riman­diamo a un tempo migliore).

Una prima con­si­de­ra­zione che si può trarre da que­sta som­ma­ria rico­stru­zione degli eventi è che non ci si può opporre, - come giu­sta­mente occorre fare, - alla rot­ta­ma­zione del sistema democratico-costituzionale, senza cogliere al tempo stesso, e denun­ciare, e chie­derne il supe­ra­mento, di tutte le sue, attual­mente, incom­pa­ra­bili defi­cienze e brut­ture e insuf­fi­cienze, e tal­volta inde­scri­vi­bili, sovru­mane defail­lan­ces. Il rin­no­va­mento, se dev’essere con­ce­pito e pas­sare, passa per due fronti, con­tem­po­ra­nei e con­ver­genti, non alter­na­tivi: la lotta con­tro la ten­denza auto­ri­ta­ria, lea­de­ri­stica, filo­pro­prie­ta­ria, del ren­zi­smo; e la lotta con­tro le dege­ne­ra­zioni ende­mi­che e in taluni casi il vero e pro­prio spap­po­la­mento del sistema democratico-costituzionale, che, in linea di prin­ci­pio, vor­remmo difen­dere. Chi separa le due cose, va alla sconfitta.

Nel secondo ver­sante, è emersa nel paese, nel corso degli ultimi mesi, una con­si­stente resi­stenza di natura sociale. Ma guarda un po’: il lavoro, i lavo­ra­tori, la classe ope­raia… O non erano azzit­titi per sem­pre, anzi sep­pel­liti, da un bel pezzo? Pare di no. E quest’osso è duro da rodere, non si sbri­ciola, come è acca­duto ad altri, facil­mente. Anche il fatto che la Cgil, i sin­da­cati, siano scesi (siano stati costretti a scen­dere?) in campo è un dato tutt’altro che irri­le­vante. E a que­sto pro­po­sito: le puzze sotto il naso in que­sta fase sto­rica, sono da con­si­de­rare mor­tali, e per­ciò evi­tate con la mas­sima cura. E que­sto soprat­tutto quando entra in gioco quell’elementare prin­ci­pio discri­mi­nante, per cui si sta o da una parte o dall’altra. E qui, in que­sto momento, l’aspetto deter­mi­nante, deci­sivo, è stare ine­qui­vo­ca­bil­mente o da una parte o dall’altra.

Certo, un’opposizione sindacal-sociale senza un’opposizione poli­tica è un’opposizione monca, inde­bo­lita pro­prio sul ter­reno, quello parlamentar-governativo, sul quale nei pros­simi mesi acca­dranno cose deci­sive (la legge elet­to­rale e, mas­simo dei mas­simi, l’elezione del pros­simo Pre­si­dente della Repub­blica). Qui vor­rei dire una cosa inu­tile ma dove­rosa. Desta stu­pore, e indi­gna­zione, che la massa degli eletti Pd alla camera e al senato (non parlo di alcune ristrette mino­ranze ma, pre­ci­sa­mente, della grande massa degli iscritti eletti), man­dati a gover­nare il paese con una diversa mag­gio­ranza di par­tito e con un diverso, diver­sis­simo pro­gramma, abbia seguito, e accom­pa­gnato, l’instaurazione a capo asso­luto di Mat­teo Renzi, e poi le sue alleanze, ipo­tesi isti­tu­zio­nale e costi­tu­zio­nali, e per­sino la fredda distru­zione del loro stesso par­tito, il Pd, con la pas­si­vità più assoluta.

Evi­den­te­mente la dege­ne­ra­zione pre­cede la rot­ta­ma­zione e l’aiuta, anzi, da un certo momento in poi, non solo la giu­sti­fica ma la rende neces­sa­ria. Se non si riparte con il mas­simo del rigore dalla for­ma­zione delle éli­tes poli­ti­che, e dalle loro nuove per­sua­sioni e abi­tu­dini, anche in que­sto caso non si cava un ragno dal buco.

Tutto ciò, com’è evi­dente, non fa che ripren­dere con­si­de­ra­zioni e ammo­ni­menti che cir­co­lano ormai da tempo nel campo della sini­stra non (ancora?) logo­rata, o non del tutto, dal con­tatto con il potere. Che sia arri­vato il momento di ridare vita a una Camera di con­sul­ta­zione della sini­stra, spe­rando che que­sta volta non ci sia qual­cuno che la manda in vacca per assi­cu­rarsi una vec­chiaia decente, anzi di grande benes­sere economico?

Oppure esi­stono le con­di­zioni per con­vo­care, più ambi­zio­sa­mente (e forse pre­ma­tu­ra­mente) una vera e pro­pria Costi­tuente della sini­stra? Ma anche qui: tutto inu­tile, se si tenta di farla pas­sare per la cruna dell’ago di un’estrema coe­renza ideo­lo­gica e sto­rica. Le ragioni di un’opposizione comune allo sfa­celo demo­cra­tico pre­val­gono per­sino, all’inizio, su quelle del pro­getto rin­no­va­tore. Più che altro si tratta di difen­dere la pos­si­bi­lità di un futuro, non di sal­vare e pro­se­guire un digni­toso passato.

P.S. Last but no least: «il mani­fe­sto». Io dico: se non ci fosse, tutto quello che s’è detto finora, e che altri come noi dicono e fanno, e diranno e faranno, non avrebbe né senso né dimen­sione. Que­sta per­sua­sione deve pas­sare «per li rami», dif­fon­dersi uni­ver­sal­mente, arri­vare a tutti quelli che lot­tano, e da lì ripar­tire per tor­nare al gior­nale, inso­sti­tui­bile tri­buna e pale­stra di una sini­stra nono­stante tutto ancora in movimento. Spe­riamo che in molti con­di­vi­dano quest’appello che parte dal gior­nale e, coe­ren­te­mente con quello che fanno nelle lotte sociali e poli­ti­che, si com­por­tino di conseguenza.

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