Cgil: “Brutali contro Renzi”
Antonio Sciotto
«Jobs Act. Danilo Barbi, vice di Camusso: "Risponderemo a chi attacca l’articolo 18". Il sindacato ha una finanziaria alternativa: "Patrimoniale sui ricchi per 10 miliardi: sarebbero 740 mila nuovi posti"». Il manifesto, 5 novembre 2014

Si riscalda sem­pre di più lo scon­tro sul Jobs Act, adesso che il testo è in pro­cinto di essere discusso alla Camera. Ieri nel corso di un’audizione sulla legge di sta­bi­lità, il segre­ta­rio con­fe­de­rale Cgil Danilo Barbi (com­po­nente dell’esecutivo gui­dato da Susanna Camusso) è stato netto: «Noi non con­sen­ti­remo così facil­mente di modi­fi­care l’articolo 18 libe­rando un canale per i licen­zia­menti ille­git­timi come ha pro­vato a fare Ber­lu­sconi – ha dichia­rato – Ci oppor­remo bru­tal­mente a que­sto tentativo».

Subito dopo il segre­ta­rio ha pre­ci­sato: «Ci oppor­remo con la stessa bru­ta­lità di chi ha cam­biato l’agenda poli­tica intro­du­cendo modi­fi­che all’articolo 18 mai pro­po­ste nelle dichia­ra­zioni pro­gram­ma­ti­che nè nelle cam­pa­gne elet­to­rali». Ad arro­ven­tare il lin­guag­gio, a fine set­tem­bre, era stato lo stesso pre­si­dente del con­si­glio Mat­teo Renzi, che dalla sua mis­sione negli Usa aveva par­lato della neces­sità di un «cam­bia­mento vio­lento» per l’Italia.

La Cgil e il pre­mier restano per il momento su due oppo­ste bar­ri­cate: la prima impe­gnata nel per­corso di mobi­li­ta­zioni che oggi vede schie­rati i pen­sio­nati e sabato i lavo­ra­tori del pub­blico impiego (entrambe le ini­zia­tive sono uni­ta­rie, con Cisl e Uil), men­tre il 14 e il 21 la Fiom aprirà la sta­gione degli scio­peri gene­rali. Dall’altro lato, Renzi gioca le sue carte: ieri l’apparizione a Bal­larò, e subito dopo la riu­nione con la mino­ranza Pd per un pos­si­bile accordo su Jobs Act e arti­colo 18 che possa iso­lare il sindacato.

Quanto alla legge di sta­bi­lità, Barbi ha spie­gato che secondo la Cgil il governo «sta pro­gram­mando il disa­stro sociale».

La mano­vra «è ina­de­guata e insuf­fi­ciente in ter­mini di inve­sti­menti e poli­ti­che di soste­gno alla cre­scita», spiega la Cgil. Ser­vi­rebbe al con­tra­rio un «Piano per il lavoro»: quello che il sin­da­cato ha già pre­sen­tato da tempo, ma che non rie­sce a discu­tere con il governo, visto che qual­siasi tipo di con­cer­ta­zione, o anche solo di dia­logo, è spa­rito del tutto dal pano­rama dell’Italia renziana.

Il governo, pro­se­gue Barbi, «scom­mette su una forte ridu­zione delle tasse alle imprese (taglio gene­ra­liz­zato dell’Irap sul costo del lavoro e sgravi con­tri­bu­tivi per nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato) e sulla sva­lu­ta­zione del lavoro (Jobs Act, come “col­le­gato” alla legge di sta­bi­lità) spe­rando che, senza vin­coli e con meno tutele, aumen­tino gli inve­sti­menti pri­vati e, per que­sta via, l’occupazione». «Ma non suc­ce­derà – è l’analisi della Cgil – per­ché il per­ma­nere di una crisi di domanda sco­rag­gia le imprese».

Anche gli incen­tivi diret­ta­mente legati alla sti­pula di nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato rea­liz­ze­ranno, secondo il sin­da­cato, «più sta­bi­liz­za­zioni e sosti­tu­zioni che nuovi occu­pati». Le poli­ti­che per le imprese e le misure fiscali per lo svi­luppo, inol­tre, «non sono ade­guate e manca una vera poli­tica indu­striale. In più sot­ten­dono una poli­tica con­cet­tual­mente anti­me­ri­dio­nale, deter­mi­nando un’ulteriore dif­fe­ren­ziale nella coe­sione del Paese».

Ecco quindi la contro-finanziaria della Cgil, fatta di inve­sti­menti, valo­riz­za­zione del lavoro e dei ser­vizi pub­blici, tasse sulla ric­chezza. Il sin­da­cato riba­di­sce la neces­sità che per creare posti di lavoro si deb­bano coin­vol­gere, con uno spe­ciale con­tri­buto, i milio­nari: il 5% delle fami­glie più ric­che del Paese, quelli che la crisi non l’hanno per­ce­pita lon­ta­na­mente, nean­che con il can­noc­chiale. Quei “poteri forti” che il buon Renzi potrebbe deci­dersi final­mente di scomodare.

La Cgil pro­pone «un piano straor­di­na­rio per l’occupazione gio­va­nile e fem­mi­nile (appunto il Piano del lavoro, ndr), da finan­ziare attra­verso un’imposta sulle grandi ric­chezze finan­zia­rie che con un get­tito di circa 10 miliardi di euro l’anno potrebbe garan­tire oltre 740 mila nuovi posti di lavoro (pub­blici e pri­vati), aggiun­tivi, in tre anni».

E ancora, la Cgil chiede: «Una nuova poli­tica indu­striale per l’innovazione, con il soste­gno delle grandi imprese pub­bli­che nazio­nali e della Cassa depo­siti e pre­stiti; una forte ridu­zione del carico fiscale sui red­diti da lavoro e da pen­sione, attra­verso un piano di lotta per la ridu­zione strut­tu­rale dell’evasione fiscale e della cor­ru­zione, recu­pe­rando le risorse utili ad aumen­tare ed esten­dere il bonus Irpef».

L’ultimo punto, sono que­gli 80 euro che da tempo i sin­da­cati (anche Cisl e Uil) vor­reb­bero fos­sero estesi a cate­go­rie come i pen­sio­nati e gli inca­pienti. Ma finora Renzi non li ha ascoltati.
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