Su la testa
Norma Rangeri
In piazza San Giovanni a Roma, alla Leopolda a Firenze, due Italie. Da una parte i governo e dall'altra l'opposizione; da una parte la destra  e dall'altra la sinistra.La linea che le divide e' la difesa del lavoro. Il manifesto, 25 ottobre 2013
Il pas­sato e il futuro, i sin­da­ca­li­sti e gli impren­di­tori, le tute blu e le cami­cie bian­che, i pezzi da museo e la moder­nità, gli spin doc­tor e i comi­tati cen­trali, lo sto­ry­tel­ling e il comu­ni­cato stampa. Sarà più o meno rac­con­tata così que­sta gior­nata particolare.

Eppure, per segnare la dif­fe­renza e la distanza tra chi oggi sarà in piazza San Gio­vanni a Roma e chi andrà ad applau­dire Renzi alle ex sta­zione Leo­polda di Firenze si potrebbe più sem­pli­ce­mente dire che da una parte sfi­lerà l’opposizione dall’altra il governo o, se pre­fe­rite, da una parte la sini­stra e dall’altra la destra. Parole che sta­volta si pos­sono decli­nare sulla linea Magi­not della difesa dei lavoratori.

E’ sini­stra chi per uguale lavoro chiede uguale retri­bu­zione, è destra chi con il Jobs act pre­vede il deman­sio­na­mento. E’ sini­stra chi al con­tratto a ter­mine pone il vin­colo di una cau­sale, è destra chi toglie anche quella. E’ sini­stra chi per il licen­zia­mento pre­vede una giu­sta causa, è destra chi la can­cella. E’ sini­stra chi misura con il sala­rio ope­raio la dise­gua­glianza sociale, è destra chi sce­glie l’impresa come rife­ri­mento. Per una volta siamo pie­na­mente d’accordo con la sem­pre sor­ri­dente mini­stra Elena Boschi, madrina della ker­messe ren­ziana, quando sot­to­li­nea orgo­glio­sa­mente «noi siamo un’altra Ita­lia rispetto alla Cgil».

Ma il Pd di governo che si riu­ni­sce a Firenze per cele­brare il suo 40 per cento farebbe bene a riflet­tere su un pic­colo pro­blema. Molti, mol­tis­simi di quelli che oggi sfi­le­ranno in cor­teo per le strade della capi­tale sono elet­tori dello stesso par­tito di Boschi e com­pa­gni. Anche se è vero, come ci dicono gli esperti di son­daggi, che il feno­me­nale con­senso di Renzi sfonda gra­zie a un elet­to­rato di cen­tro­de­stra con abban­doni nel mondo di sini­stra. In ogni caso siamo in pre­senza di una pla­teale spac­ca­tura — fisica, poli­tica, cul­tu­rale — tra il raduno fio­ren­tino e la mani­fe­sta­zione sin­da­cale. Una divi­sione a lungo costruita con un netto spo­sta­mento del par­tito demo­cra­tico verso i sogni della Con­fin­du­stria, con­tro le lotte del sindacato.

Natu­ral­mente non sarà solo tutto potere e finanza ad ani­mare l’incontro fio­ren­tino, né solo oro quello che bril­lerà in piazza San Gio­vanni. L’imprenditore non è sino­nimo di Mar­chionne, e i lavo­ra­tori non sono tutti iscritti alla Cgil o alla Fiom. D’altra parte la Cgil non è stata in que­sti anni un sin­da­cato capace di inter­pre­tare lo scon­vol­gi­mento del mer­cato del lavoro, né di rap­pre­sen­tare l’immenso eser­cito di riserva del pre­ca­riato. Come del resto ha ammesso la stessa segre­ta­ria Camusso («è stato un grave errore di valu­ta­zione, non pen­sa­vamo che il pre­ca­riato sarebbe dila­tato in que­sto modo»). E un sin­da­cato che non capi­sce l’arrivo della tem­pe­sta, fatal­mente non rie­sce poi nem­meno a farsi argine e a rilan­ciare la bat­ta­glia del lavoro sulla nuova fron­tiera della mici­diale globalizzazione.

Tut­ta­via c’è un milione di ragioni per essere oggi in piazza. Ragioni con­tin­genti (la mano­vra eco­no­mica e le pes­sime leggi sul mer­cato del lavoro), ragioni ideali (una memo­ria da custo­dire e un futuro da costruire), ragioni poli­ti­che (una sini­stra da rifondare).

Noi del mani­fe­sto saremo tra i mani­fe­stanti con il nostro gior­nale in edi­zione spe­ciale. Saremo in edi­cola come sem­pre, ma anche in piazza con decine di “stril­loni” per dif­fon­dere insieme al mani­fe­sto anche un inserto di otto pagine (che distri­bui­remo gra­tui­ta­mente) dedi­cato all’articolo 18, con inter­vi­ste, ana­lisi, testi­mo­nianze: un diritto di chi lo ha usato per difen­dere il posto di lavoro, di chi, pre­ca­rio, non ce l’ha ma lo vor­rebbe e oggi è in piazza per difen­derlo. Un con­tri­buto alla bat­ta­glia comune, un gesto con­creto di soli­da­rietà e di vici­nanza, frutto dell’impegno del nostro gruppo di lavoro. Un pic­colo con­tri­buto per una grande, deci­siva bat­ta­glia di democrazia.

E un con­tri­buto anche con­tro la disin­for­ma­zione. Per­ché sui quo­ti­diani amici di Renzi (tanti, troppi), sui tele­gior­nali proni (tanti, troppi) nei con­fronti del pre­mier si è voluto far pas­sare l’idea che l’articolo 18 è un affare di pochi, men­tre il governo vuole esten­dere i diritti ai più. Que­sta è una fal­sità, una bugia, una presa in giro. Siamo anche pronti a scom­met­tere che la Leo­polda verrà rac­con­tata dai media nazio­nali e locali per filo e per segno, con arti­coli di gos­sip, retro­scena, curio­sità. Sapremo tutto sui sor­risi e sugli abbracci, sui twit­ter del pre­mier, sui par­venu filo ren­ziani in cerca di uno stra­pun­tino, sui «mi si nota di più se ci vado o se non ci vado», ma che poi pre­fe­ri­scono esserci per­ché lì, a Firenze, c’è il nuovo potere e non si sa mai.



Noi del mani­fe­sto, più mode­sta­mente, ripor­te­remo le voci di chi soli­ta­mente è senza voce. Delle donne e degli uomini, dei gio­vani e degli anziani che si bat­tono per la loro dignità. E per quella di tutti. Com­presi i leopoldini.
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