Le tre scommesse della sinistra
Livio Pepino
Organizzati, comunicativi e con una nuova leadership. Questo occorre oggi per costruire una nuova sinistra e scongiurare il disastro dell'Italia. Un ragionamento  basato sulla valutazione critica dell'esperienza "movimentista". Il manifesto, 11 ottobre, con postilla

All’indomani del «patto degli Apo­stoli» e dell’invito di Norma Ran­geri a una nuova unità a sini­stra, Tonino Perna invita alla pru­denza e sol­le­cita «una grande tes­si­tura sociale e cul­tu­rale di parole in grado di costruire la visione del futuro desi­de­ra­bile e cre­di­bile». Ha ragione: il disa­stro ren­ziano ha radici anti­che e l’alternativa non può certo stare in una rivin­cita (sep­pur la cer­casse) dell’esta­blish­ment del Pd di ieri, che di quel disa­stro ha posto le pre­messe poli­ti­che e cul­tu­rali (a comin­ciare dall’elevazione a stelle polari «delle leggi di mer­cato e della cre­scita eco­no­mica senza se e senza ma»).

Ma que­sta neces­sa­ria tes­si­tura deve accom­pa­gnarsi a una ini­zia­tiva poli­tica imme­diata: per­ché il rischio di una deser­ti­fi­ca­zione del tes­suto sociale e isti­tu­zio­nale è sem­pre più forte e sul deserto è dif­fi­cile anche rico­struire. Nello stesso tempo, non siamo all’anno zero ché i ten­ta­tivi degli ultimi tempi, sep­pur impro­dut­tivi sul piano elet­to­rale, non sono stati avari di ela­bo­ra­zione cul­tu­rale. Una rin­no­vata ini­zia­tiva poli­tica, che abbia l’ambizione di diven­tare ege­mone (e non solo di supe­rare il quo­rum delle pros­sime ele­zioni, spe­rando che non sia troppo alto…), deve, peral­tro, misu­rarsi con alcune que­stioni, troppo spesso eluse o esor­ciz­zate e che stanno alla base degli insuc­cessi degli ultimi anni. Provo a indi­carne alcune.

Primo. In tutte le recenti espe­rienze alter­na­tive e inno­va­tive ci si è mossi, talora teo­riz­zan­dolo e comun­que nei fatti, sul pre­sup­po­sto che le buone idee sono di per se sole, pro­prio per­ché buone, capaci di pro­durre in modo auto­ma­tico l’organizzazione neces­sa­ria (e suf­fi­ciente). Non è così. Lo dico pur con­sa­pe­vole, da vec­chio movi­men­ti­sta, delle dege­ne­ra­zioni buro­cra­ti­che e auto­ri­ta­rie che spesso si anni­dano negli appa­rati. Con­tro que­ste derive va tenuta alta la guar­dia ma la sot­to­va­lu­ta­zione del momento orga­niz­za­tivo (e della sua legit­ti­ma­zione) è stata una delle cause prin­ci­pali della ris­so­sità e della incon­clu­denza di molte aggre­ga­zioni poli­ti­che ed elet­to­rali dell’ultimo periodo. Posso dirlo per espe­rienza diretta con rife­ri­mento a “Cam­biare si può” (para­liz­zato dalla man­canza di luo­ghi di deci­sione e, per que­sto, facile preda di una nefa­sta e alie­nante occu­pa­zione). Ma lo stesso dimo­strano le dif­fi­coltà in cui si dibatte la lista Tsipras.

Secondo. La bontà delle idee non ne garan­ti­sce, di per se sola, nep­pure la capa­cità di autoaf­fer­marsi e di aggre­gare con­sensi. Il fatto nuovo della società dell’immagine – affer­mato da tutti ma non ancora com­piu­ta­mente meta­bo­liz­zato – è il pri­mato della comu­ni­ca­zione sui valori. Sem­pre più per­sino chi è subal­terno o mar­gi­nale com­batte bat­ta­glie non pro­prie, mobi­li­tan­dosi e votando su parole d’ordine altrui più che a soste­gno dei pro­pri biso­gni e inte­ressi. Si spie­gano così i suc­cessi di Ber­lu­sconi e di Renzi, che – moder­niz­zando un copione antico – hanno attinto con­senso e voti in maniera mas­sic­cia in strati popo­lari. La comu­ni­ca­zione, poi, ha oggi regole e moda­lità sem­pli­fi­ca­to­rie, asser­tive, spesso dema­go­gi­che. Non ci piac­ciono (o non piac­ciono a me). Ma da esse non si può pre­scin­dere, almeno oggi. Meglio, in ogni caso, adot­tarle – con il neces­sa­rio distacco cri­tico – per vei­co­lare buoni pro­getti piut­to­sto che subirle con il loro carico di cat­tivi pro­getti… Nella odierna comu­ni­ca­zione fast food le parole con­tano più della realtà che rap­pre­sen­tano: occorre cam­biare que­sta spi­rale per­versa, ma per farlo biso­gna saper usare le parole.

Terzo. Se que­sto è vero lo sbocco è con­se­guente. Abbiamo buone idee e buoni pro­getti ma con­ti­nue­remo, cio­no­no­stante, ad essere scon­fitti e saremo ridotti all’irrilevanza (non solo alla mino­rità) se non sapremo espri­mere nuovi lin­guaggi, sem­pli­fi­cati e ripe­ti­tivi, ma capaci di dare con­cre­tezza a una pro­spet­tiva di egua­glianza e di eman­ci­pa­zione (la man­canza di una pro­messa atten­di­bile di red­dito decente per tutti ha fatto vin­cere chi ha dato a molti una man­cia di 80 euro, pur sot­tratta con l’altra mano).

E lo stesso acca­drà se non sapremo espri­mere un per­so­nale poli­tico radi­cal­mente diverso da un ceto respon­sa­bile di scon­fitte seriali (non sco­pro l’acqua calda se dico che nella resi­sti­bile ascesa di Renzi è stato deter­mi­nante il con­tri­buto, miope quanto com­pren­si­bile, di chi lo ha votato «per­ché è il solo che può farci vin­cere»). E un nuovo per­so­nale poli­tico dovrà avere un punto di rife­ri­mento rico­no­sci­bile e media­ti­ca­mente forte: non un uomo della prov­vi­denza cir­con­dato da nul­lità che ne esal­tano la fun­zione sal­vi­fica (come è stato ed è da due decenni), ma un uomo, o una donna, in grado di aggiun­gere un per­so­nale cari­sma a un gruppo auto­re­vole e coeso. Anche que­sto pro­voca in noi (o almeno in me) non poca dif­fi­denza. Ma il ter­reno e le moda­lità dello scon­tro non li deci­diamo noi. Dovremo cam­biarli, epperò – qui e ora – non pos­siamo pre­scin­derne.
Arrivo così alla parte più dif­fi­cile. Esi­ste oggi in Ita­lia la pos­si­bi­lità di dar corpo a una pro­spet­tiva sif­fatta (come sta acca­dendo altrove: dalla Gre­cia alla Spa­gna)? Esi­ste, ma per costruirla biso­gna uscire dal gene­rico e avan­zare pro­po­ste con­crete, anche venendo meno al poli­ti­cally cor­rect. Dun­que ci provo.

Il nucleo forte della pro­po­sta poli­tica non può che essere il lavoro, con le sue con­di­zioni e i suoi pre­sup­po­sti, di cui riap­pro­priarsi sot­traen­dolo a chi lo distrugge ma, insieme, lo declama pre­sen­tan­dosi come il suo vero e unico difen­sore. C’è chi può rap­pre­sen­tare que­sta pro­spet­tiva in modo non per­so­na­li­stico e con un rico­no­sci­mento dif­fuso, veri­fi­cato in cen­ti­naia di piazze e – par­ti­co­lare non meno impor­tante, secondo quanto si è detto – in cen­ti­naia di con­fronti tele­vi­sivi. È – non devo certo spie­gare per­ché – Mau­ri­zio Landini.

Lo so. Lan­dini ha detto più volte che il suo posto è il sin­da­cato e non la poli­tica. È un atteg­gia­mento fino a ieri com­pren­si­bile e apprez­za­bile. Ma oggi c’è una ragione aggiun­tiva per chie­der­gli di farle il salto: il lavoro non lo si può più inven­tare, creare e difen­dere solo o soprat­tutto a livello sin­da­cale. E le occa­sioni per ribal­tare il qua­dro non si ripetono

postilla
Certamente il tema del lavoro è centrale per operare da subito un ribaltamento del percorso lungo il quale l'Italia corre verso il baratro. Ma il Lavoro non è difendibile se esso non è collegato, fin dalla sua prima enunciazione, ad altri due grandi temi che, con esso, costituiscono i tre pilastri di un nuovo sviluppo: Ambiente e Democrazia.  Per ora ci limitiamo qui ad asserirlo. Proveremo presto ad argomentarlo meglio.
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