Autostrade e Fondazioni, i due veri poteri forti
Tito Boeri
«Non c’è bisogno di alcuna legge. Per le autostrade basta semplicemente mettere a gara le concessioni, rimettendo mano allo sblocca-Italia. Anche per le fondazioni nessuna legge è richiesta: la legge c’è già e prevede la separazione tra fondazioni e banche. Viene sistematicamente disattesa come documentano, tra gli altri, i casi macroscopici di Siena, Genova, Ferrara, Teramo, ......». La Repubblica, 29 settembre 2014

Matteo Renzi ha dichiarato guerra ai “poteri forti”. Alla domanda di un giornalista che gli chiedeva in cosa consistessero i poteri forti, e cosa intendesse fare, il nostro premier ha preferito glissare. Non sappiamo perciò cosa abbia in mente, oltre forse il sindacato e la battaglia sull’articolo 18. Vorremmo allora suggerirgli due poteri davvero forti che può fortemente ridimensionare senza bisogno di alcun passaggio parlamentare. Gli basterà utilizzare la forza datagli dal voto delle primarie e dal voto europeo.

Il primo è rappresentato dalla lobby delle concessioni autostradali. Oggi costituiscono una barriera importante alla mobilità del lavoro: milioni di italiani pagano i pedaggi autostradali ogni giorno per recarsi dove lavorano. E i pedaggi continuano ad aumentare (4 per cento quest’anno e l’anno scorso a fronte di un’inflazione vicina allo zero), nonostante il traffico sia in forte riduzione, un caso tipico di abuso del potere di monopolio che viene loro concesso dallo Stato. Aumentano i profitti delle concessionarie, che registrano redditi lordi (prima di imposte e interessi) del 60%, mentre calano gli investimenti nella rete, che intervengono comunque sempre in ritardo rispetto ai piani concordati. Come spiega molto bene Giorgio Ragazzi su lavoce. info, nonostante tutto questo le concessionarie continuano ad ottenere proroghe e l’art. 5 dello sblocca-Italia estenderà le concessioni del gruppo Gavio addirittura fino al 2038. Insomma, mentre si decide giustamente di abolire i senatori a vita, si istituiscono le concessionarie autostradali a vita.

Una seconda potente lobby che blocca il nostro Paese è rappresentata dalle fondazioni bancarie, vero e proprio cavallo di Troia della politica nel nostro sistema bancario e finanziario. Continuano a tenere sotto controllo le banche con quote importanti e nominando i consiglieri d’amministrazione: il 50% delle fondazioni ha quote superiori al 5% nelle banche conferitarie, il 31% detiene più di un quinto delle quote, il 15% addirittura più del 50%. Le due banche più grandi — San Paolo e Unicredit — sono dominate dalle fondazioni. Ridurre l’ingerenza della politica nelle banche, impedire che si passi dalla politica alle banche per tornare alla politica come se si stesse salendo su un tram (il caso di Sergio Chiamparino) o che un legislatore di fondazioni entri con disinvoltura in un consiglio (è il caso di Roberto Pinza) è fondamentale per almeno tre motivi. Primo, perché una buona struttura proprietaria rende più efficiente il sistema finanziario facendo sì che i soldi vadano a chi li merita maggiormente perché ha idee migliori anziché a chi è più connesso con i politici. Di riflesso, il sistema bancario è più stabile rendendo il Paese meno vulnerabile alle crisi. È la ragione che ha portato l’Fmi e la Banca d’Italia nell’ultima relazione a riproporre questo tema. Secondo, perché staccandole dalle banche si salvano le fondazioni da morte certa e si proteggono quelle funzioni di utilità sociale che questi enti dovrebbero perseguire (hanno in media calato le loro erogazioni del 30% negli ultimi 3 anni). Terzo, perché si riconducono i partiti alle loro funzioni primarie. Se vogliono occuparsi di credito, lo facciano in Parlamento.

Sia nel primo caso, che nel secondo non c’è bisogno di alcuna legge. Per le autostrade basta semplicemente mettere a gara le concessioni, rimettendo mano allo sblocca-Italia. Anche per le fondazioni nessuna legge è richiesta: la legge c’è già e prevede la separazione tra fondazioni e banche. Viene sistematicamente disattesa come documentano, tra gli altri, i casi macroscopici di Siena, Genova, Ferrara, Teramo, Pesaro, Macerata, Saluzzo e Bra. Manca un atto di volontà di chi oggi gestisce le fondazioni di fare quello che, oltre alla legge, suggerisce anche il buon senso: vendere le partecipazioni nelle banche e investire nel settore del credito tanto quanto investono nell’alimentare. 
Basterebbe che Renzi, come segretario del Pd, impegnasse il suo partito a far uscire le fondazioni dalle banche liquidando le partecipazioni nelle banche conferitarie, chiedendo ai membri del suo partito che occupano posizioni di rilievo nelle fondazioni di procedere in tal senso. Gli esempi non mancano: il presidente della Fondazione Banco di Sardegna è un ex senatore del Pd e la fondazione controlla il 49% del Banco di Sardegna; le fondazioni, secondo la ricostruzione del Fondo monetario internazionale, esprimono oltre i due terzi dei boards di Unicredit e Intesa San Paolo; il caso della Fondazione Monte Paschi è sotto gli occhi di tutti.

Il premier Renzi ha giustificato il capitale politico da lui investito nella riforma del senato, paragonando questa riforma al pin che serve per poter fare le telefonate da un cellulare: fatta quella riforma, ha sostenuto il nostro presidente del Consiglio, si potrà iniziare a riformare pezzo per pezzo il Paese dove è necessario. Varare le leggi però è laborioso, soprattutto quando, usando la sua stessa metafora, non si possiede ancora il pin. I due interventi che suggeriamo su autostrade e fondazioni sono molto importanti, molto utili e “scrostanti” e possono essere attuati fin da subito senza approvare leggi, senza decreti e senza bisogno di formare altre maggioranze, ma usando il potere che gli è proprio e quel consenso enorme che ha ottenuto alle primarie del suo partito e poi alle elezioni Europee. Servirà per favorire la mobilità e la miglior allocazione delle persone e dei capitali, due cose di cui il Paese ha immenso bisogno per uscire dalla stagnazione.
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