Per uscire dalla crisi pensano a meno diritti e meno libertà
Massimo Villone
Rimet­tere i diritti del lavo­ra­tore al mer­cato, come vorrebbero Draghi e Renzi,  non signi­fica solo can­cel­lare di colpo più di un secolo di sto­ria, ma anche scar­di­nare in larga misura l’architettura della prima parte della Costi­tu­zione. Il manifesto, 26 agosto 2014

L’ultima e defi­ni­tiva lapide sulla riforma del senato l’ha messa Cal­de­roli, già padre del Por­cel­lum, e ora del Mer­di­nel­lum. A quanto pare, pro­prio non gli rie­sce di fare un salto di qua­lità. Nella cat­tiva poli­tica di un tempo, un rela­tore avrebbe piut­to­sto dato le dimis­sioni. Evviva il cambiamento.

Men­tre il padre cer­ti­fi­cava alla sto­ria il giu­di­zio sulla sua prole, altrove si chia­riva la vera posta in gioco. Nella riu­nione dei ban­chieri cen­trali a Jack­son Hole il 22 ago­sto, si è discusso di mer­cato del lavoro. Dra­ghi, per il quale Renzi ha espresso apprez­za­mento e con­di­vi­sione, ha riba­dito la sua pres­sante richie­sta di riforme strut­tu­rali. Quali? In sin­tesi, la filo­so­fia della riforma auspi­cata è que­sta: dalla crisi si esce rimet­tendo i diritti dei lavo­ra­tori al mer­cato. Ogni tutela è sino­nimo di dan­nosa rigidità.

È ad esem­pio illu­mi­nante il pas­sag­gio del discorso nel quale Dra­ghi trac­cia un paral­lelo tra Spa­gna e Irlanda. Quest’ultimo paese avrebbe meglio con­tra­stato la cre­scita della disoc­cu­pa­zione con­sen­tendo - tra l’altro - una più ampia pos­si­bi­lità di com­pri­mere i salari (in inglese ele­gante, dow­n­ward wage adjust­ment) sin dal 2008. In breve, lavo­rare affa­mati. L’Italia pos­siamo vederla in tra­spa­renza die­tro la Spa­gna. Per­sino la Yel­len, capo della Fede­ral Reserve USA, sem­bra più attenta ai risvolti sociali, quando nello stesso sim­po­sio si chiede se la crisi non abbia pro­dotto danni strut­tu­rali sul mer­cato del lavoro, e indica nel sot­toim­piego un ele­mento di per­du­rante rischio per l’economia statunitense.

Rimet­tere i diritti del lavo­ra­tore al mer­cato non signi­fica solo can­cel­lare di colpo più di un secolo di sto­ria, ma anche scar­di­nare in larga misura l’architettura della prima parte della Costi­tu­zione. Non spetta a Dra­ghi e alla BCE veri­fi­care se, in che misura e con quali moda­lità un dow­n­ward wage adjust­ment sia com­pa­ti­bile con gli artt. 35, 36 e 37 della Costi­tu­zione ita­liana. Né spetta a loro valu­tare quali effetti col­la­te­rali un inde­bo­li­mento delle garan­zie per il lavoro com­por­te­rebbe per il diritto di for­mare una fami­glia, di avere dei figli, o una casa. O ancora per l’istruzione o la salute. Ma a chi fa poli­tica in Ita­lia spetta, eccome.

Pre­oc­cu­pano con­sensi e plausi acri­ti­ca­mente espressi. Soprat­tutto per­ché in pro­spet­tiva l’attacco alla parte I della Costi­tu­zione può non venire solo da qui. Non tanto per i rumors sulle pen­sioni, per i quali vogliamo al momento cre­dere alle smen­tite gover­na­tive, quanto per i venti di guerra che ven­gono dal Medi­ter­ra­neo. Alfano comu­nica che rife­rirà in par­la­mento sul calif­fato Isis, ma che non dirà nulla di ita­liani che abbiano ade­rito alle for­ma­zioni armate, come è acca­duto in GB. Forse si vuole pre­ve­nire un effetto di imi­ta­zione. Ma la for­mula uti­liz­zata, man­cando una smen­tita netta, fa pen­sare che ita­liani pos­sono ben esservi. E rende rea­li­stico e attuale il timore di tro­varci con il ter­ro­ri­smo in casa.

Se que­sto sce­na­rio dovesse con­so­li­darsi, sarebbe facile pre­ve­dere nuove ten­sioni sulla prima parte della Costi­tu­zione. Non sui rap­porti eco­no­mici e sui nuovi diritti, tipi­ca­mente intro­dotti nelle costi­tu­zioni del secondo dopo­guerra, ma su diritti e libertà che rite­ne­vamo ormai defi­ni­ti­va­mente scritti nel costi­tu­zio­na­li­smo moderno dalla rivo­lu­zione fran­cese in poi, dalla libertà per­so­nale al diritto di difesa. Gli Stati Uniti ne hanno di recente fatto l’esperienza con il Patriot Act. E pos­siamo per noi ricor­dare – in forma minore – gli anni delle Bri­gate rosse.

Stiamo dun­que vivendo una fase in cui si intra­ve­dono, in atto o in pro­spet­tiva, rischi per tutto il tes­suto di libertà e diritti, vec­chi e nuovi. Se ne può uscire in due modi: con più demo­cra­zia, o meno demo­cra­zia. E in que­sto pos­sono tro­vare spie­ga­zione riforme appa­ren­te­mente insensate.

La sto­ria dimo­stra che sono i par­la­menti, e non i governi, a dare voce e vita ai diritti e alle libertà dei cit­ta­dini. Pur­ché, ovvia­mente, siano rap­pre­sen­ta­tivi. È que­sta loro pecu­liare natura che li legit­tima a tale com­pito, for­mal­mente e sostan­zial­mente. Com­pri­mere la rap­pre­sen­ta­ti­vità del par­la­mento signi­fica inde­bo­lire il primo difen­sore isti­tu­zio­nale di diritti e libertà. Ed ecco che, tra liste bloc­cate, camere non elet­tive, e domi­nanza degli ese­cu­tivi sui lavori par­la­men­tari, il cer­chio si chiude. È la rispo­sta di chi vuole affron­tare la crisi con meno demo­cra­zia. E non vale come smen­tita il richiamo di Cal­de­roli al refe­ren­dum sul modello sviz­zero, peral­tro anche tec­ni­ca­mente ine­satto e comun­que rin­viato, quanto a con­di­zioni ed effetti, a una suc­ces­siva e diversa legge costi­tu­zio­nale (art. 71, u. co, testo aula).

Le crisi ci sono, e non pos­siamo igno­rarle. Spetta alla sini­stra – che vede con­te­stata la sua stessa ragion d’essere - avan­zare pro­getti alter­na­tivi, se ne ha. Il peri­colo è la man­canza di idee più che l’arrogante gio­va­ni­li­smo di Renzi. Al costi­tu­zio­na­li­sta spetta riba­dire che il cuore di ogni costi­tu­zione è nelle libertà e nei diritti. Ad essi deve rima­nere ser­vente l’organizzazione dei poteri, e l’asse prin­ci­pale di ogni indi­rizzo poli­tico. Que­sto non dovrebbe mai essere dimen­ti­cato dai gover­nati, e in spe­cie dai gover­nanti. Diver­sa­mente, si può solo entrare di diritto nel club della con­ce­zione escre­men­ti­zia delle istituzioni
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