La città giardino si taglia l’erba sotto i piedi
Michela Barzi
Varese. Una polemica locale sull'identità urbana della capitale morale leghista scalda gli animi di maggioranza e opposizione, ma nasconde le idee sbagliate e penalizzanti anche di chi si ritiene progressista e di sinistra
Varese è una città sorprendente ed il primo motivo di sorpresa deriva dal suo essersi auto-nominata città giardino. Sembra che il regista Paolo Virzì, che qui ha girato gran parte de Il capitale umano, avesse ad un certo punto chiesto perché mai si chiamasse così e che per rispondere qualcuno l’abbia invitato a recarsi nel parco del palazzo ora sede del comune, già dimora in forma di piccola Schönbrunn di Francesco III d’Este, che per volere di Maria Teresa d’Austria divenne signore di della città.

A metà Settecento l’espressione città giardino era di là da venire ma non è difficile capire che, invertendo concettualmente i termini, si possa pensare a Varese come ad una città di giardini, il primo e più bello dei quali è appunto quello estense. Insomma tutto ebbe inizio lì, da quelle magnifiche superfici verdi che circondano le aristocratiche ville, come la famosissima Melzi d’Eril che - appena fuori la città - fu ritratta da Bernardo Bellotto nel 1744. Poi, con la fine dell’Ancien Régime, furono i «degnissimi artefici della ricchezza e bruttezza lombarda (…) [a costruire] quale una villa, quale un villino, quale un villone. Da far prendere adeguato fresco, in su le belle sere estive, a loro coglioni spalancati nel terrazzo di dette ville». Le quali - continua il racconto del Gaddus in Le bizze del capitano in congedo - «concomitarono il primo arricchimento di questi arfasatti nuovi e cupidi di varesina villa, da sé medesimi denominatisi signori o [alla] lombardesca “sciuri” in cagione de’ copiosamente parti dinai» (1).

Qualcuno deve aver poi orecchiato quell’espressione, considerato che l’essere una sorta di decentramento di Milano forse con il concetto tutto sommato c’entrava, ed ecco grosso modo spiegata la denominazione di città giardino. Ma, come spesso accade nella vita, tutto tende a tornare da dove era iniziato e così, oggi, l’identità stessa di Varese sembra venir messa in gioco da ciò che sta accadendo in quei Giardini Estensi, concepiti per quel duca modenese di due secoli e mezzo fa. Si tratta, niente meno, del minacciato abbattimento di alcuni cipressi la cui varietà botanica - secondo l’assessore all’Ambiente – risulta estranea alla composizione paesaggistica del parco.

L’esponente della giunta, capeggiata dal leghista Attilio Fontana che presiede tra l’altro l’associazione dei comuni della Lombardia, non è nuovo alle iniziative clamorose, come l’intitolazione di giardinetti a filosofi fascisti o gli interventi sui parchi pubblici con progetti di parcheggi e aree per iniziative private. Il giovane politico berlusconiano - già militante della destra post-fascista - recentemente approdato alla ribalta nazionale per le dichiarazioni sprezzanti rilasciate in merito al sequestro delle due cooperanti italiane in Siria, sta diventando sempre più ingombrante per i delicati equilibri sui quali si basa la maggioranza di governo, l’ultima rimasta a guida leghista tra le città capoluogo del nord d’Italia.

Ma il punto non sta nel protagonismo dell’assessore Stefano Clerici quanto in quella certa idea di città giardino fondata nel passato rispetto alla quale l’esponente di Forza Italia non perde occasione per dichiarare il suo “me ne frego”. Idea che invece sostanzierebbe - secondo la stampa locale - la base valoriale dei due decenni di governo leghista: un conservatorismo ideologico che in fondo non dispiace nemmeno alla borghesia cittadina più progressista, incline a borbottare più che a mettersi politicamente in gioco. Così il giovane assessore Clerici, nella migliore tradizione dannunziana, sta metaforicamente bombardando il tradizionale spirito conservatore della città. Le sue sono iniziative di un radicale che forse vuole scuotere un po’ le fondamenta della destra tutto sommato moderata da vent’anni al governo della città.

Spinta dal motto giù-le-mani-dalla-città-giardino, la cosiddetta società civile si è da tempo mobilitata in difesa di quell’idea. E tuttavia la battaglia più complicata non sembra quella del salvataggio dei cipressi ma di impedire che la montagna sovrastante la città, dove quattro secoli fa è stato costruito uno dei Sacri Monti prealpini oggi patrimonio UNESCO, venga intaccata dalla costruzione di un posteggio interrato proprio sotto la prima delle quattordici cappelle della via sacra. Qui l’attivissimo assessore all’Ambiente non c’entra nulla, essendo l’opera in progetto fortemente voluta dal sindaco. Iniziativa questa molto meno ideologica rispetto a quelle a favore della mobilità automobilistica sostenute dal giovane assessore: il comitato NO Parcheggio che si è inevitabilmente formato sostiene l’esistenza di interessi molto concreti ed il sindaco minaccia querele.

Insomma quell’idea di città sviluppatasi attorno ad «una lunga tradizione di bellezza e d’artificioso e nobil senso del costruire, quale si riscontra nella terra nostra, dove sono infiniti peccati, ma infinite virtù» (2) sembra essersi perduta e a difenderla, paradossalmente, si vede solo un drappello di oppositori delle maggioranze di governo a guida leghista. I quali, nel frattempo, forse non si sono accorti che quell’idea di città si era definitivamente dissolta dentro uno sviluppo urbano per così dire ordinario, fatto di espansione suburbana e di gentrificazione delle aree centrali, di congestione da traffico automobilistico e di dipendenza per le funzioni di pregio dalla metropoli distante cinquanta chilometri.

Una città che conta, ora, solo un terzo della propria popolazione reale dentro il comune capoluogo e gli altri due distribuiti nell’area urbana generatasi a colpi di dispersione insediativa. Una città che si è appena dotata di un piano urbanistico tutto basato sullo scambio illimitato di diritti edificatori senza che si capisca, a parte la valorizzazione immobiliare, quale sia lo scopo di costruire là dove gli stessi potranno concretizzarsi in volumi. Una città, infine, che non ha capito dove sta e s’immagina capitale dell’Insubria mentre è parte integrante di una regione metropolitana da sette milioni di abitanti, a sua volta perno di una megalopoli da venti ed oltre milioni.

Varese sta vivendo da molto lustri un’evidente crisi d’identità che però nessuno sembra avere il coraggio di diagnosticare, forse perché ogni tanto prova a risuscitare almeno la propria immagine, come nel fallimentare tentativo collegato ai mondiali di ciclismo nel 2008. E’ in atto un lento ma inesorabile processo di sfaldamento, anche fisico, delle strutture materiali e sociali della città, in qualche modo rappresentato da un lato dalle molte difficoltà nella manutenzione della cosa pubblica – dalle strade, alle attrezzature collettive, ai parchi – sempre addebitato alla mancanza di risorse per eccesso di centralizzazione delle medesime (poco importa che nel ventennio berlusconiano la Lega abbia sempre governato), dall’altro dall’invasione della movida dei fine settimana nelle poco abitate strade del centro pedonalizzato da parte di giovani in gran parte suburbani, dei quali nessuno sembra accorgersi del desiderio di vivere la città almeno una volta alla settimana.

Quella vecchia ed alquanto fasulla idea di città giardino sta insomma sparendo e forse l’abbattimento dei cipressi nel suo parco simbolo ne costituisce la prova più evidente. Dispiacere per le povere ed incolpevoli piante a parte, il fatto che Varese perda un’identità costruita a metà del secolo scorso anche per ragioni di marketing non è di per sé un fatto negativo, a patto che il processo non si tramuti in una sorta di autodafè con il quale espiare la colpa di essere semplicemente una media città italiana come molte altre.

Note
(1) C. E. Gadda, Le bizze del capitano in congedo ed altri racconti, Milano, Adelphi, 1981, p. 14.
(2) Ibidem

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