Il bluff di Renzi e i silenzi del Pd
Alfio Mastropaolo
«Nel Pd nes­suno sem­bra avere il corag­gio di innal­zare le ban­diere della Costi­tu­zione vili­pesa e dire un no forte e chiaro. Spiace dirlo, ma dagli eredi legit­timi dei par­titi che scris­sero quella Carta c’era da aspet­tarsi ben di più». Il manifesto, 10 agosto 2014

Il dato sulla cre­scita sotto zero divul­gato dall’Istat dimo­stra che i nodi prima o dopo ven­gono al pet­tine. Renzi, com’è sua natura, ci ride sopra e, smen­tendo i rosei oriz­zonti da lui dise­gnati tre mesi or sono, dichiara che tutto va come pre­vi­sto. C’è solo da insi­stere. In realtà, dopo quasi un ven­ten­nio di bluff ber­lu­sco­niano, in pochi mesi si sta con­su­mando il bluff di Renzi. Il quale di tutto può essere tac­ciato, tranne che di man­canza di auda­cia e di scarsa intel­li­genza poli­tica. Ne ha da ven­dere, con­dite con una dose da cavallo di spregiudicatezza.

Renzi ha sfi­dato nel 2012 Ber­sani alle pri­ma­rie, ha perso, come pre­ve­di­bile, ma ha nego­ziato una sostan­ziosa quota di par­la­men­tari a lui fedeli. Appa­ren­te­mente leale nei con­fronti di Ber­sani nella cam­pa­gna elet­to­rale del 2013, ha comun­que mar­cato le distanze da lui, sabo­tan­dolo in ogni modo. Che la riven­di­ca­zione ripe­tuta del suo tasso di novità — sfo­ciata nella man­cata can­di­da­tura di D’Alema e altri — abbia con­corso all’insuccesso del Pd è vero­si­mile ed è altret­tanto vero­si­mile che ci sia il suo zam­pino (ben­ché non solo il suo) die­tro le disa­strose boc­cia­ture di Marini e Prodi alla pre­si­denza della Repub­blica. A con­clu­sione di que­sto primo capi­tolo della sto­ria, Renzi, inco­ro­nato segre­ta­rio del par­tito dalla ple­bi­sci­ta­ria litur­gia delle pri­ma­rie aperte, ha dato il ben­ser­vito al troppo opaco Enrico Letta, inse­dian­dosi alla guida di un governo fatto per intero di figure inca­paci di far­gli ombra. Con quale pro­gramma? Tolto l’ammuine — i toni più accesi nei con­fronti dell’Europa e della signora Mer­kel si sono subito rive­lati fumo negli occhi — non c’è altro che sto­lida con­ti­nuità con le poli­ti­che dei suoi due ultimi pre­de­ces­sori. Eso­sità fiscale, destrut­tu­ra­zione del lavoro dipen­dente, tagli spie­tati ai ser­vizi pub­blici, abban­dono del Mezzogiorno.

Con una pic­cola variante, che ricorda la fami­ge­rata abo­li­zione dell’Ici da parte di Ber­lu­sconi nel 2008. Men­tre con impla­ca­bile rego­la­rità sem­pre nuove schiere di lavo­ra­tori segui­ta­vano a per­dere il posto, il Nostro ha elar­gito 80 euro a una discreta pla­tea di elet­tori, pro­met­tendo d’estenderla nei mesi a venire. Come per la pro­messa di abo­lire l’Ici, l’obiettivo non era quello di far ripar­tire i con­sumi, bensì spun­tare un buon suc­cesso alle euro­pee in grado di legit­ti­marlo e con­so­li­dare il suo potere. Il declino di Ber­lu­sconi e l’uscita di scena delle frat­ta­glie cen­tri­ste, mas­sa­crate dal fal­li­mento di Monti, gli ha dato un suc­cesso inaspettato.

A dire il vero, di varianti Renzi ne ha intro­dotta anche una seconda. Per neu­tra­liz­zare ogni oppo­si­zione entro il suo par­tito ha inta­vo­lato una spre­giu­di­cata trat­ta­tiva con Ber­lu­sconi onde ridi­se­gnare a misura d’entrambi il pro­filo delle isti­tu­zioni repub­bli­cane. Non avendo novità da pro­porre sul piano delle poli­ti­che, Renzi ha inve­stito tutte le sue ener­gie in un dise­gno volto a can­cel­lare d’un tratto il deli­cato sistema di con­trap­pesi adot­tato dai padri costituenti.

Per carità, non par­liamo di lesa demo­cra­zia. La demo­cra­zia di per sé è un con­te­ni­tore assai capiente. E molto acco­mo­dante. I suoi requi­siti irri­nun­cia­bili — suf­fra­gio uni­ver­sale, prin­ci­pio di mag­gio­ranza, plu­ra­li­smo par­ti­tico — tol­le­rano dosi mas­sicce di non demo­cra­zia. Troppo spesso si dimen­tica che senza un decente soft­ware poli­tico, l’hardware demo­cra­tico vale poco. È così che da tempo i regimi demo­cra­tici si sono ampia­mente immu­niz­zati dalle misure impo­po­lari, e anti­po­po­lari, che adot­tano e hanno but­tato a mare i cosid­detti diritti sociali. L’inciucio Renzi-Berlusconi non fa che con­clu­dere un per­corso, avviato un quarto di secolo or sono, di omo­lo­ga­zione dell’Italia alle altre demo­cra­zie avan­zate, le quali — c’è fior di ricer­che che lo atte­sta -, tranne quelle che hanno man­te­nuto il pro­filo “con­sen­suale” intro­dotto nel dopo­guerra, ver­sano in mise­re­voli condizioni.

L’efficienza e cele­rità deci­sio­nale che Renzi, con insop­por­ta­bile vio­lenza ver­bale, invoca come ragione del suo pro­gramma isti­tu­zio­nale è d’altra parte già assi­cu­rata dall’uso e abuso del voto di fidu­cia e non è certo ragione suf­fi­ciente di uno zelo che andrebbe dedi­cato a tutt’altre cause. Prima fra tutte l’occupazione. Dif­fi­cile pen­sare che lui non ne sia con­sa­pe­vole. Per quanto sem­pli­ci­stico sia il suo approc­cio ai pro­blemi del paese, e per quanto sia anche lui impre­gnato di quella cul­tura popu­li­sta che intos­sica le demo­cra­zie avan­zate, il Nostro non fa che gio­care il suo bluff.

In com­penso, due acquie­scenze stu­pi­scono non poco. La prima è quella del Capo dello Stato, sem­pre riven­di­ca­tosi garante della lealtà costi­tu­zio­nale. In sin­to­nia con Dra­ghi, che detta la sua ricetta eco­no­mica, il Pre­si­dente non lesina il suo appog­gio. La seconda è quella della diri­genza e della rap­pre­sen­tanza par­la­men­tare del Pd. Che una parte sia acquie­scente per con­vin­zione, si sapeva. Che un’altra sia rima­sta abba­ci­nata dal risul­tato delle euro­pee, si spiega. L’opportunismo è un morbo dif­fu­sis­simo in poli­tica. Più dif­fi­cile è spie­garsi l’isolamento dei Chiti, Mineo, Tocci, Cas­son (mi scuso per chi non nomino) che si sono fie­ra­mente oppo­sti alla bru­tale castra­zione del Senato. Che degli oppo­si­tori ci siano pure alla Camera è noto. Lo stesso Ber­sani ha mani­fe­stato il suo disa­gio. Ma nel Pd nes­suno sem­bra avere il corag­gio di innal­zare le ban­diere della Costi­tu­zione vili­pesa e dire un no forte e chiaro. Spiace dirlo, ma dagli eredi legit­timi dei par­titi che scris­sero quella Carta c’era da aspet­tarsi ben di più
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