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Barbara Spinelli
Europa. Serve un cambio radicale
30 Agosto 2014
Articoli del 2014
Una fondata critica della leader italiana de "L'altra Europa con Tsipras" alle politiche dominanti. Non basta dire che si è sbagliato, come hanno fatto Hollande e Padan, «occorre un cam­bio radi­cale di para­digma, se è vero che sono le idee di fondo sull’austerità, fos­si­liz­za­tesi ormai in ideo­lo­gia, ad aver pro­dotto que­sti sbagli».
Una fondata critica della leader italiana de "L'altra Europa con Tsipras" alle politiche dominanti. Non basta dire che si è sbagliato, come hanno fatto Hollande e Padan, «occorre un cam­bio radi­cale di para­digma, se è vero che sono le idee di fondo sull’austerità, fos­si­liz­za­tesi ormai in ideo­lo­gia, ad aver pro­dotto que­sti sbagli».

Il manifesto, 30 agosto 2014

È cer­ta­mente un buon segno che la riu­nione infor­male dei mini­stri per gli affari euro­pei, incen­trata sul fun­zio­na­mento dell’Ue dopo le ele­zioni del 25 mag­gio, abbia aperto le porte al Par­la­mento euro­peo, e soprat­tutto alla Com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali, giac­ché è pro­prio nell’assenza di una vera costi­tu­zione euro­pea - tut­tora lati­tante, a cin­que anni dall’entrata in vigore del Trat­tato di Lisbona e della Carta dei diritti - che si rias­sume l’essenza della crisi che attraversiamo.

La timida aper­tura all’unione poli­tica, con­te­nuta nel rap­porto sti­lato nel 2012 dai «quat­tro pre­si­denti» – Com­mis­sione, Bce, Con­si­glio euro­peo ed Euro­gruppo (il Par­la­mento fu malau­gu­ra­ta­mente escluso) – pare già eva­po­rata, e i mali dell’Ue con­ti­nuano immu­tati, a comin­ciare dalla teo­ria delle «case nazio­nali» da met­tere in ordine prima di rifon­dare l’Europa nel senso soli­dale chie­sto dai cittadini.

Impres­sio­nante è la sot­to­va­lu­ta­zione del mes­sag­gio venuto dalle ultime ele­zioni euro­pee, mai sot­to­po­sto a una seria ana­lisi auto­cri­tica. Il giu­di­zio fu eva­sivo già nella riso­lu­zione del Con­si­glio euro­peo di giu­gno, quando si parlò di cre­scente «disin­canto», una parola che signi­fica tutto e niente. Appena due mesi son pas­sati, e i disin­can­tati ven­gono oggi bol­lati come popu­li­sti e estre­mi­sti. I due agget­tivi sono abu­si­va­mente pro­po­sti come sino­nimi, refrat­tari a ogni distin­guo fra euro­cri­tici ed euro-ostili, ignari di quel che chiede la mag­gio­ranza dei cit­ta­dini: non meno Europa, ma un’Europa più demo­cra­tica, più soli­dale, più giu­sta socialmente.

Spe­ravo in un seme­stre ita­liano capace di impri­mere una svolta in que­sto campo. Dopo la crisi gover­na­tiva in Fran­cia e le ammis­sioni del mini­stro dell’Economia Pier Carlo Padoan («Abbiamo sba­gliato tutti sulle pre­vi­sioni di cre­scita», ha detto il 17 ago­sto alla Bbc), è neces­sa­rio rico­no­scere che, per quanto riguarda l’austerità, non bastano para­me­tri un po’ più fles­si­bili. Occorre un cam­bio radi­cale di para­digma, se è vero che sono le idee di fondo sull’austerità, fos­si­liz­za­tesi ormai in ideo­lo­gia, ad aver pro­dotto que­sti sbagli.

Chiun­que prenda sul serio il males­sere dila­gante in Europa non può non com­pren­dere che è venuta l’ora di far par­te­ci­pare i cit­ta­dini al governo della crisi (lo pre­scrive, tra l’altro, l’art. 11 del Trat­tato di Lisbona). Non ci si può limi­tare a ren­dere le isti­tu­zioni più celeri, né si può minac­ciare tagli a pro­grammi come Era­smus, sol­le­vando le giu­ste pro­te­ste di tanti gio­vani. Abbiamo di fronte pro­blemi gravi con cui con­fron­tarci, che richie­dono tra­spa­renza e demo­cra­zia, a comin­ciare dalle trat­ta­tive sul par­te­na­riato tran­sa­tlan­tico per il com­mer­cio e gli inve­sti­menti (Ttip). La pre­si­denza ita­liana chiede, giu­sta­mente, che sia declas­si­fi­cato il man­dato nego­ziale della Com­mis­sione, ma non basta: il Par­la­mento euro­peo –i cit­ta­dini, ancora una volta – deve avere accesso a tutti docu­menti nelle varie fasi del nego­ziato. Non può essere messo al cor­rente a trat­tato con­cluso, quando gli verrà chie­sto di dare il cosid­detto parere conforme.

Pre­oc­cupa l’insidioso ritorno dei nazio­na­li­smi e delle intese inter­go­ver­na­tive. Ai mali di una Com­mis­sione pri­gio­niera della ten­sione e dello squi­li­brio crea­tosi fra Stati più o meno potenti dell’Unione, alla sfi­du­cia degli elet­tori, si risponde creando nuove buro­cra­zie, non euro­pee, ma nazio­nali. Pari­menti, si invita a non appro­fon­dire l’integrazione: l’Unione «dovrebbe aste­nersi dall’intervenire quando gli Stati mem­bri pos­sono rag­giun­gere meglio gli obiet­tivi». Come si spiega allora l’invito di Mario Dra­ghi a cedere sovra­nità sulle riforme strut­tu­rali? O si sba­gliava il Con­si­glio, o si sba­glia Dra­ghi, o le parole non signi­fi­cano nulla. In effetti non signi­fi­cano nulla, se non si spiega verso quali poteri sovra­na­zio­nali, e demo­cra­ti­ca­mente legit­ti­mati, si tra­sfe­ri­scono le sovranità.

A giu­gno si par­lava di lotta all’evasione, alla frode fiscale, alla cor­ru­zione, alla vio­la­zione dei dati per­so­nali, al restrin­gi­mento dei diritti: tutti temi assenti nei docu­menti di oggi. Si pro­met­te­vano rispo­ste comuni alla sfida della migra­zione, tra cui «forti poli­ti­che dell’asilo», ma il pro­po­sito sem­bra dimen­ti­cato, men­tre rimane l’ambiguità sui migranti irre­go­lari (i pro­fu­ghi da zone di guerra sono sem­pre e per defi­ni­zione «irre­go­lari»). Non una parola sulla neces­sità di una poli­tica pen­sata a fondo sul Medi­ter­ra­neo e sui rap­porti con la Rus­sia. Resta la pro­messa di un comune piano d’investimenti nell’economia reale, pari a 300 miliardi di euro su 3 anni: una sorta di New Deal che Junc­ker ha espo­sto al Par­la­mento euro­peo, favo­rito in que­sto dai governi di Ita­lia e Fran­cia (è quanto va chie­dendo l’Iniziativa cit­ta­dina che porta lo stesso nome: New Deal for Europe). Con che mezzi lo si voglia attuare non è chiaro - men­tre l’Iniziativa cit­ta­dina chiede una duplice tassa comu­ni­ta­ria sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie e sull’emissione di ani­dride car­bo­nica – ma appog­giarlo sarebbe già un primo passo.

L'articolo è una sintesi delle posizioni espresse nel corso dell'Incontro informale dei ministri per gli affari europei che si è tenuto il 28 e 29 a Milano, al quale, Barbara Spinelli ha partecipato in qualità di vicepresidente della Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo.
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