Città Metropolitana e democrazia
Giancarlo Consonni
Lagatta frettolosa fece i gattini ciechi. Accanto alla prevaricazione di segnopre-democratico dalle riforma del Parlamento e della legge elettorale, anche lafrettolosa approssimazione con la quale si affronta la “riforma” dei poterilocali è un segno del degrado italiano. Un commento da Milano, inviato aeddyburg il 13 luglio


1.La legge n. 56 del 7 aprile 2014, nota come legge Del Rio, ha istituito leCittà Metropolitane di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari,Napoli e Reggio Calabria, più Roma Capitale con disciplina speciale. L’entratain funzione è fissata al primo gennaio 2015 (con una dilazione al 2016 perReggio C.). Condizione perché il sindaco metropolitano possa essere elettodirettamente dai cittadini è che il comune capoluogo venga suddiviso in zone (omunicipi) dotate di autonomia amministrativa. Senza questa suddivisione, la leggeprevede che la carica venga assunta automaticamente dal sindaco del comunecapoluogo con un evidente deficit di democrazia.
Milimito qui al caso milanese, dove il pubblico dibattito latita, mentre affiorano prese di posizione con agli estremidue alternative: da un lato quella di chi vede nell’istituzione della CittàMetropolitana l’occasione per abolire il Comune di Milano (in tal modo, percostoro, si farebbe finalmente giustizia di una politica centralistica edisattenta ai problemi cronici della periferia urbana); dall’altro quella dichi pensa si debba procedere con la massima attenzione e cautela, esaltando le potenzialitàdel decentramento senza abolire un ambito di governo come quello comunalepotenzialmente in grado di esprimere una politica unitaria per la città nel suoinsieme. È questo anche l’orientamento di chi scrive. È mia convinzione infattiche si debba procedere a un’articolazione del governo locale così da risponderenel modo più adeguato ai problemi evitando la trappola di populismi vecchi enuovi.

2. Ogni abitante della Città Metropolitana èinteressato da almeno tre livelli relazionali su cui si definiscono anche le appartenenze/identità:
- il luogo in cui abita (con un orizzonte esteso alquartiere);
- la città (o cittadina, o paese) in cui in diversamisura si riconosce;
- la metropoli in cui esplica comunemente le sueattività nell’arco delle 24 ore.
Ognunadi queste appartenenze/identità chiede di essere rappresentata politicamente,anche perché ad ognuna di esse corrispondono ambiti di polarizzazione deiproblemi che il governo locale è chiamato ad affrontare. Ma, per risponderepositivamente a questa richiesta, va ricercato un equilibrio fra livellidecisionali, cominciando con il mettere ben in chiaro chi decide che cosa (unamateria su cui, a poco più di quattro mesi dell’entrata in funzione del Governometropolitano, grava una fitta nebbia). Equilibrio significa che ogni livello –locale, urbano, metropolitano – deve saper pervenire a una sintesi nell’ambitodi sua competenza, in una dialettica complessa con gli altri livelli.
Èquesta la materia che va ordinata dallo Statuto: un nodo da sciogliere primadel nuovo anno.
Perinciso, alle incognite che si addensano su questo passaggio delicato se neaggiunge un’altra. Il Governo metropolitano dovrà vedersela con la RegioneLombardia. Un rapporto, questo tra città Metropolitana e Regione, per nullaregolato dalla legge Del Rio e su cui, se non si prende una adeguata iniziativapolitica, potrebbe crearsi una situazione incresciosa: quella che potrebbevedere tutte le altre realtà provinciali (con la finta abolizione delleprovince) coalizzate contro la Città Metropolitana Milanese (Barbarossa docet).
Perrestare alla questione degli equilibri interni alla Città Metropolitana, aifautori della cancellazione di Palazzo Marino chiedo: per quale motivo icittadini di Milano dovrebbero rinunciare alla seconda delle treappartenenze/identità sopra indicate? Hanno forse da scontare una doppia colpa:l'egemonia esercitata dal capoluogo sulla metropoli e sulle sue zone deldecentramento? A chi pensa che sia giunto il momento di una resa dei conti,faccio osservare che una simile operazione da piazza pulita sarebbe unarivoluzione condotta a tavolino. Un non senso sul piano storico. Le egemonie sicombattono sul loro terreno, facendone sostanza della politica. Puntare aeliminare i problemi con improvvisate ingegnerie istituzionali portaimmancabilmente al fallimento.

3. Mi preoccupa poi la moltiplicazione dei parlamentini e degliapparati burocratici. E dei costi relativi. Che si arrivi cioè a spendere lerisorse scarse per mantenere in piedi macchine amministrative farraginose esovradimensionate invece che per fare le cose necessarie.
In una situazione come quella italiana dove una della cause deldissesto del bilancio dello Stato, oltre che nelle politiche governative, stain quella parte della Pubblica Amministrazione che va sotto il nome di EntiLocali (a tutti i livelli), una riforma come quella della Città Metropolitana,dovrebbe essere obbligatoriamente accompagnata da una quantificazione dei costieconomici. Senza questo bilancio, ogni proposta è difficilmente giudicabile esarebbe comunque un'operazione mistificatoria. Il decentramento, ilfederalismo, la sussidiarietà in questo nostro malandato Paese presentano unquadro che fa acqua da tutte le parti.
Se non si procede con accortezza e con una logica sperimentale,c'è il rischio di perdere la bussola in nome del localismo. Per bussola intendoun progetto politico e civile volto a combattere e a correggere gli squilibriinterni e a portare qualità urbana,vivibilità e vitalità dove non c'è.
Un simile progetto richiede:
a) una mobilitazione di intelligenze e di risorse apartire da un'analisi condivisa;
b) la messa a punto di un quadro degli interventi daattuare sulla base di una sintesi tra una visione d'assieme e una visionedall'interno dei diversi contesti in cui è articolata la città (una prospettivapraticabile solo se crescita politica e crescita civile procedonoparallelamente);
c) la definizione di priorità in un processo che nonpotrà che essere graduale e di medio periodo.
Tuttecose che, a tutt'oggi, la giunta Pisapia non ha voluto o saputo mettere incampo, giocando invece di rimessa rispetto all'iniziativa privata eall'insorgere di problemi.

4.Senza un progetto come quello sopra richiamato, il decentramento èun'operazione velleitaria e populistica che porterà solo a complicare le cose ea sollevare dalle responsabilità chi assumerà la guida del Governometropolitano. Oggi, come milanese, mi sento coinvolto rispetto a quel chesuccede a Lambrate o a Baggio; quando il Comune di Milano verrà suddiviso in 9parti, ogni Municipio (ex-zona) sarà forse più vicino ai cittadini ma certo piùisolato e impotente.
Pernon dire della debolezza con cui ogni Municipio ex-zona dovrà fare i contiquando avrà come interlocutore la grande società immobiliare o anche Ferroviedello Stato.
Cosìcome stanno le cose, si rischia di decentrare per scaricare i problemi. Sipotrà anche avere una maggiore partecipazione dei cittadini, ma parallelamentesulle grandi questioni aumenterà, c'è da scommettere, il senso di impotenza edi inadeguatezza.

5.Se dici Isola, o Niguarda, ti viene in mente una parte di città che ha trattiidentitari per chi ci abita, come anche per gli altri abitanti della città edella metropoli; se dici Zona 2 il riferimento resta muto. E si potrebbecontinuare. L'identità non è una cosa che si inventa a tavolino.
AMilano sopravvive qualcosa di un policentrismo storico; altre focalità sipotrebbero individuare in un progetto unitario capace di fare sistema. A Barcellonalo si è fatto in modo esemplare (a partire dagli anni settanta!) per l'interacittà su una dimensione ancora più ampia di quella di Milano, che tutto sommatoresta una città piccola ma con una precoce e spiccata propensionemetropolitana. Il progetto che può rendere effettivamente policentrica Milanova coltivato e realizzato in un'ottica metropolitana.
Primadi ogni progetto istituzionale occorre un piano di interventi volto non a unaastratta equipotenzialità del territorio (Giancarlo De Carlo), ma a superare ledisparità in fatto di qualità urbana dei luoghi. Quelli che alcuni chiamano conun certa sufficienza "quartieri" (per Milano l'elenco sarebbe moltolungo, almeno sei volte 9) hanno al loro interno energie per orientare ilprogetto unitario di riqualificazione della città in un'ottica di superamentodegli squilibri (De Carlo, che invece su questo aveva ragione, chiamava questaprospettiva la piramide rovesciata).

Senzaun progetto strategico, spezzare Milano in 9 piccoli comuni è pura macelleriaistituzionale che non porterà a risolvere i problemi: porterà solo a moltiplicarecosti e burocrazia (magari sistemando qualche politico a spasso) e a riprodurrein piccolo, quando non a moltiplicarli, gli squilibri e le disfunzioni chesulla carta si vuole combattere. Non si farà un passo per avvicinare icittadini alle istituzioni: ci sarà un triste spettacolo dove i pochi soldipubblici, invece che essere spesi per migliorare la città, verranno sperperatiper tenere in piedi apparati pletorici.
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