Eddytoriale 161
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Lo scandalo giudiziario esploso a Venezia va visto su tre versanti distinti, ciascuno preoccupante per la realtà che svela e impegnativo per le azioni che richiede ai diversi soggetti interessati: la corruzione, le Grandi opere, il  nuovo sistema di potere. Esaminiamoli brevemente

La corruzione

Il primo versante, che ha avuto il maggiore peso nei mass media, è quello della corruzione. I risultati dell’indagine sono davvero strabilianti. Le somme di denaro distratte e impiegate per essere impiegate nelle varie forme, legittime e illegittime, è stupefacente. La pervasività della corruzione è un segnale preoccupante sull’ampiezza sociale del morbo: sembra che in Italia corrompere o essere corrotti sia la regola, e l’essere onesti l’eccezione. Già trent’anni fa Edoardo Detti, glorioso presidente dell’INU, diceva che «l’Italia è quel paese dove se vuoi rinnovare la carta d’identità devi portare al segretario comunale due polli». Per molti adempiere a un dovere d’ufficio non era un obbligo ma un piacere, che doveva essere ricambiato. Ma nell’ultimo trentennio quel “vizietto” originario è cresciuto in modo abnorme: come se fosse stato un effetto secondario della crescita della società opulenta e del disfacimento delle ideologie (cioè della capacità di credere in un progetto di società da costruire con gli altri). L’indagine giudiziaria Mani pulite svelò l’inferno in cui l’Italia era precipitata e condusse alla crisi di quella politica che aveva promosso e alimentato Tangentopoli.

Ma non riuscì a manifestarsi, contro la vecchia cattiva politica, una nuova buona politica. Poche novità positive furono introdotte per riparare i danni. Fra le poche, la buona legge Merloni per gli appalti delle opere pubbliche. Fu subito annacquata e, poco a poco, interamente rimossa. Il primo impegno che dunque si pone è, a livello nazionale, quello di restaurarla. Ma quale legislatore ha la forza, la competenza e la volontà di farlo? E quale istituzione a livello subnazionale compirà il primo passo necessario, quello di esautorare dal loro potere istituzionale quelli che sono fortemente indiziati di “complicità col nemico”, a partire dal sindaco di Venezia?

Le Grandi Opere

Il secondo versante è quello delle Grandi opere. Molti dicono oggi: le grandi opere sono necessarie, non si può rinunciare a farle. E dicono: non è la grandezza dell’opera che la rende necessariamente fonte di corruzioni. Quindi, avanti con le grandi opere limitandoci a colpire solo quelli che Benito Craxi chiamava “marioli”.

Ma bisogna uscire dalle affermazioni generiche ed esaminare i casi concreti. Se si farà così si scoprirà subito che c’è un nesso profondo tra corruzione e grandi opere: più grande e costosa è un’opera, più è complessa, più è necessario l’asservimento del decisore formale (il partito, l’istituzione) agli interessi dell’impresa (dispiace adoperare questa parola per indicare gli squallidi faccendieri cui è affidata la promozione e l’attuazione delle Grandi opere): è necessario ungere rotas, distribuire tangenti reali (moneta) o virtuali (assunzione di amici e parenti, viaggi e altri sollazzi). Ma le tangenti sono solo una determinata percentuale della somma incassata dall’”impresa”. Più l’opera cresce, più risorse ci sono per ungere le ruote. I due interessi del donato e del donatore s’incontrano: più l’opera è grande più ciccia c’è per i gatti.

Lo strumento che più spesso viene adoperato per rendere Grandi le opere è l’emergenza. Già lo si vide ai tempi di Tangentopoli. L’alibi sistematico è la rigidità del sistema delle garanzie, la conseguente lungaggine delle procedure, la sovrabbondanza di controlli. Invece di metter mano a una seria riforma delle procedure, e dei conseguenti apparati tecnici e amministrativi che devono gestirle, per scavalcare i controlli si inventano le deroghe. Anziché riformare lo Stato, che si è proceduto astutamente a imbastardire, se ne pratica lo smantellamento: “via lacci e laccioli”, “meno Stato e più mercato”, “privato è bello”.

In questa logica l’effettiva utilità dell’opera ai fini dichiarati non conta nulla, né contano i suoi “danni collaterali”, e neppure la sua priorità. L’unica utilità presa in conto è nella dimensione e nella possibilità di giustificare l’impiego di procedure eccezionali, dotate di due requisiti: l’opacità e la discrezionalità.

Basterebbe tornare alle analisi già fatte per le grandi opere per rendersene conto. Eddyburg gronda di documenti in proposito: dal Mose al Ponte sullo stretto, dalla Tav Val di Susa alle decine di autostrade, bretelle, tangenziali, raccordi, ai nuovi ospedali e parcheggi e stadi. In quasi tutti i casi l’analisi dimostra che la Grande opera provoca più danni che vantaggi, che essa è del tutto inutile oppure che quella esigenza cui l’opera finge di voler rispondere potrebbe essere soddisfatta con una spesa pubblica minore oppure che non è prioritaria rispetto ad altre più pressanti esigenze.

Una moratoria di tutte le Grandi opere in corso di esecuzione o decisione e un attento esame, a partire dalla legittimità, della necessità, del danno e delle alternative possibili: queste sono le decisioni che in un paese civile dovrebbero esser prese. Ma l’Italia è un paese serio? Da decenni le cassandre dicono di no; e Cassandra, come è noto, ci azzeccava sempre.

Il  sistema di potere

Il terzo versante sul quale lo scandalo veneziano deve essere valutato, e utilizzato per tentar di correggere le storture che ha reso evidenti, è il sistema di potere che ha svelato. L’indagine non è ancora conclusa e si spera che vada fino in fondo. Ma già da quanto ha svelato appare chiaro che le decisioni sugli interventi che trasformano il territorio, (la vita che su di esso si svolge, le stesse direzioni dell’economia, il sapere e la ricerca) non erano assunte dai poteri istituzionali, che avrebbero dovuto (è amaro dover adoperare il condizionale) esprimere l’interesse generale, o almeno quello della maggioranza degli elettori, ma da un gruppo di aziende private: aziende che, avendo abbandonato ogni spirito correttamente “imprenditoriale”, aveva sostituito al “libero mercato” una spietata oligarchia.

E’ interessante osservare che al centro di quella oligarchia c’era inizialmente un’ Azienda (la FIAT con la sua Impregilo) che, negli anni Settanta, era stata la prima ad abbandonare il suo impegno nel campo della ricerca e dell’innovazione – essenziale per una moderna politica industriale – per dedicarsi ai settori delle speculazioni immobiliari e finanziarie, trovando più facile raccogliere rendite che rischiare nella ricerca del profitto imprenditoriale. La FIAT-Impregilo, fu tra i primi e più potenti gruppi che costituirono, con il patrocinio dei ministri “riformisti” Nicolazzi e De Michelis, il Consorzio Venezia Nuova, ed è stata poi sostituita dalla Mantovani, oggi al centro della bufera giudiziaria.

L’indagine aperta dai magistrati veneziani illumina però una parte soltanto del gruppo potere politico-economico che domina lo scenario veneto. Sarebbe umiliante per loro non riconoscere il ruolo notevole che hanno svolto  altri soggetti: altre grandi potenze pubblico-privato con i quali la politica ha dovuto spesso fare i conti: come l’ente Porto di Venezia, accanito promotore di una nuova Grande opera che sventrerebbe ulteriormente la Laguna di Venezia, e come la SAVE, padrona degli aeroporti di Venezia e Treviso e promotrice dell’operazione immobiliare Tessera city, sul bordo Nord-Est della Laguna.

Così come sarebbe difficile comprendere l’egemonia che il CVN ha conquistato nell’opinione pubblica veneziana e veneta, nazionale e internazionale senza indagare nella trama dei rapporti tra il mondo delle attività immobiliari, quello delle banche e relative fondazioni, quello dei mass media e – last but not least, quello della cultura e dell’università. Per costruire una mappa precisa del potere a Venezia e nel Veneto non sarebbe però giusto affidarsi solo al lavoro alla magistratura, la cui responsabilità si arresta al limite tracciato dalle azioni contrarie alla legge. Ora non sono solo le truffe e la corruzione diretta le uniche armi di cui dispongono i poteri economici per conquistare il consenso e impadronirsi del dominio.
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