Cinquant'anni dopo
Giorgio Todde
Il traghetto che in un’ora porta da Bonifacio alla bruttezza di Santa Teresa di Gallura spiega la Sardegna .>>>

Il traghetto che in un’ora porta da Bonifacio alla bruttezza di Santa Teresa di Gallura spiega la Sardegna e la Corsica meglio di ogni parola. Il paragone impietoso tra isole sorelle aiuta a comprendere in cosa consista la questione urbanistica sarda e la sua squallida essenza. In questi mesi la nostra urbanistica è subacquea. I sommergibilisti dell’assessorato tengono d’occhio le coste e affiorano raramente.

In Corsica, nella terra emersa, giudici estremisti annullano il Piano urbanistico sostenuto dai sindaci di Cap Corse - i sindaci sono uguali dappertutto - perché i metri cubi sono troppi rispetto alle necessità reali. Elementari rudimenti di urbanistica. Ma non in Sardegna, dove progettiamo la moltiplicazione dei metri cubi chiamandola “investimento”. Un’idea vetusta che ha fallito ovunque.

In Corsica distinguono tra uso dei luoghi ed economia. In Sardegna confondiamo gli affari con l’urbanistica che è un’altra cosa. La Corsica prova a salvarsi. La Sardegna trasporta la sua croce edilizia mentre i corsi se la scrollano di dosso anche se un poco di cemento gli resta appiccicato.

La Corsica ha 1000 chilometri di litorali. Dal ‘75 la loro Conservatoria delle coste ha acquisito allo Stato francese 200 chilometri per circa 18000 ettari. Dal ‘75 la Sardegna, 1800 chilometri di costa, ha perduto irreversibilmente molto, molto più di 200 chilometri. Per non dire di quelli consumati dal ‘60 in mezzo secolo. E la giovane malformata Conservatoria sarda non ha acquistato neppure un metro di litorale. Però non è colpa sua se le era vietato quello che magari sarà permesso al Qatar. La Conservatoria sarda non ha mai avuto né poteri né quattrini e i sommergibilisti l’hanno silurata.

Fatto sta che in Corsica lo Stato compra dai Rothschild, che pure non sono un’opera pia, mentre da queste parti stiamo offrendoci al Qatar, storditi all’odor di quel metallo, proprio come mezzo secolo fa. Siamo sempre gli stessi.

In Corsica lo Stato acquista aree sconfinate. Solo l’Agriate e la foce dell’Ostriconi sono grandi 6000 ettari. E là non si costruisce neppure un muretto. In Sardegna, sempre più poveri di paesaggio, un luogo intatto rappresenta una buona ragione per eliminare tutele e spargere cemento. Per questo motivo restano in piedi gli effetti tossici del Piano casa e del Piano paesaggistico di Cappellacci, piedi di porco per altre eruzioni metrocubiche. Il ricorso al Capo dello Stato contro il Piano di Cappellacci viene trasferito al tribunale amministrativo perché, si vede, preferiamo immergerci negli abissi giuridici e riemergere a paesaggio estinto.

In Corsica, tra mille difficoltà, hanno compreso quanto vale la loro terra. Non è l’eden, no, ma va meglio, molto meglio che in Sardegna. In Corsica al valore della tutela ci credono. Qui, dopo la luce del Piano paesaggistico che nel 2006 ha reso inedificabili le zone F, le più belle, vorrebbero renderle di nuovo campi dove seminare mattoni. Qui annientiamo i nostri paesi mentre la Corsica li conserva. Qui confondiamo il turismo con l’edilizia, chiamiamo “prodotto” il paesaggio, sentiamo la necessità psichiatrica di affidarci ad altri, ci autoescludiamo dalle nostre spiagge e dalla nostra terra. Abbiamo tragicamente trasformato l’urbanistica in una contrattazione un tanto al chilo condotta da funzionari, consulenti, assessori e borgomastri gongolanti per tanto onore.

Un istruttivo pezzetto di storia per i nostri sommergibilisti durante le loro lunghe immersioni. Era la fine degli anni ’50. Grandi immobiliaristi francesi volevano 1000 posti letto nell’Agriate. I corsi si opposero. Trascorsero molti anni, nuove leggi, il lavoro della loro Conservatoria. E oggi là non c’è un mattone. Insomma, i corsi hanno salvato la loro terra dalla speculazione edilizia, non chiamano “investimento” la distruzione dei luoghi e dimostrano che anche in Sardegna c’è un’alternativa economica ai guardiani del metro cubo.

Durante un’emersione il nostro assessore all’urbanistica ha assicurato nuovi “accorgimenti” per il paesaggio sardo. Chissà. Noi temiamo che un “accorgimento” là, un “investimento” qua, la bocca impastata dal cemento, consumeremo quello che resta dell’isola.
Questo articolo è inviato contemporaneamente La Nuova Sardegna
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