I paradossi di un anniversario
Angelo d'Orsi
Non tutti i giornali né tutti gli intellettuali hanno subìto il morbo del revisionismo storico e hanno tradito la verità. Per fortuna è rimasto ancora qualcuno  che sa che la storia è maestra di vita e perciò la utilizza per comprendere e valutare il presente la ricorda a chi non l'ha vissuta. Il manifesto, 7 giugno 2014

La celebrazione del D-day. Si dimentica che la guerra a Hitler non fu vinta a Dunquerke, ma a Stalingrado, e si coglie l’ennesima occasione per appuntare sul petto degli yankeees la medaglia dei salvatori: tutti i servizi giornalistici esordiscono o si concludono con «Le truppe alleate cominciarono il 6 giugno 1944 la liberazione dell’Europa dal nazismo». Finiscono nell’oblio i 20-22 milioni di russi morti in guerra

E siamo di nuovo alla ricor­renza del “giorno più lungo”, il 6 giu­gno 1944. Fan­fare, cor­na­muse, ceri­mo­nie civili e reli­giose, finti sbar­chi sulle coste fran­cesi, finti lanci di para­ca­du­ti­sti, foto ricordo dei vete­rani, le trombe che suo­nano le note del silen­zio nei cimi­teri di guerra, rin­no­vata pro­du­zione di car­to­line ricordo, e tutto il resto. Con il “valore aggiunto” di un para­dos­sale incon­tro del G8 dive­nuto G7, per l’esclusione della Fede­ra­zione Russa. Il con­vi­tato di pie­tra Vla­di­mir Putin, si aggi­rava ospite sgra­dito, ma inevitabile.

Gli affari con la Rus­sia non pos­sono fer­marsi, anche se Obama lo pre­ten­de­rebbe. Del resto se ai festeg­gia­menti pren­dono parte ita­liani e ucraini, alleati ai nazi­sti, oltre ai tede­schi, non si capi­rebbe per­ché non dovreb­bero essere invi­tati i russi. Sic­ché accade che venga rice­vuto in pompa magna,un uomo sul libro paga dei ser­vizi sta­tu­ni­tensi, il miliar­da­rio ucraino cioc­co­la­taio Poro­shenko, vin­ci­tore di ele­zioni farsa, dopo la desti­tu­zione del pre­si­dente Yanu­ko­vic, men­tre Putin deve stare alla porta di ser­vi­zio: l’uomo che rap­pre­senta non solo una delle 8 eco­no­mie più impor­tanti del mondo, il più grande Stato in ter­mini di esten­sione ter­ri­to­riale, uno Stato che, a dispetto di quanti pre­ten­de­reb­bero di espun­gerlo dalla geo­gra­fia e dalla sto­ria d’Europa, è pie­na­mente parte del con­ti­nente, pur con la sua gigan­te­sca “appen­dice” euroasiatica.

In que­sta strana situa­zione, natu­ral­mente, si esalta il ruolo dell’Unione euro­pea come «fat­tore di pace»: e si dimen­tica che dopo l’aggressione alla Fede­ra­zione Jugo­slava del 1999 — la «guerra social­de­mo­cra­tica» di Clin­ton, Blair e D’Alema — la guerra è di nuovo nel cuore del con­ti­nente: l’Unione euro­pea ha tol­le­rato e sup­por­tato l’azione dell’Amministrazione sta­tu­ni­tense volta a rea­liz­zare in Ucraina un colpo di Stato, assi­stendo inerte, da set­ti­mane, ai mas­sa­cri com­piuti dal governo gol­pi­sta di Kiev con l’ausilio di truppe mer­ce­na­rie. Come in Siria. Come in molte «rivo­lu­zioni» aran­cioni o medi­ter­ra­nee. Nella guerra dei Bal­cani si usò il para­digma della «guerra giu­sta», con un inces­sante, fuor­viante e stuc­che­vole rife­ri­mento al Secondo con­flitto mon­diale, e dun­que i per­fidi serbi diven­nero i nazi­sti e i poveri koso­vari gli ebrei vit­time di un «geno­ci­dio»: che poi non fosse dimo­strato poco impor­tava. A Milo­se­vic furono fatti cal­zare gli sti­vali di Hitler, ed egli fu addi­tato come il nuovo mostro da far fuori senza tanti com­pli­menti; il che avvenne, e nel modo più tra­gico e infame, dopo che i cac­cia­bom­bar­dieri «alleati» ave­vano spia­nato la Ser­bia. L’importante era col­pire l’immaginazione dell’opinione pub­blica, toc­care le corde della pietà, e natu­ral­mente sven­to­lare la ban­diera della demo­cra­zia: che veniva difesa, nel ’99 come nel ‘39.

La stessa ban­diera, in que­ste ultime ore, è agi­tata da Obama e Came­ron, in rife­ri­mento all’Ucraina: le cele­bra­zioni dello sbarco in Nor­man­dia diven­tano fun­zio­nali all’attacco per ora media­tico e solo par­zial­mente com­mer­ciale, alla Rus­sia. Ma nelle parole sem­pre più roboanti di un Obama rive­la­tosi in pol­tica estera degno del suo pre­de­ces­sore Bush jr., non si esclude il ricorso alle «misure militari».

Insomma, si cele­bra la fine di una guerra, minac­ciando una nuova guerra; e si gioca su un dop­pio piano: la memo­ria corta e l’uso poli­tico della sto­ria. Le ele­zioni euro­pee sono già alle nostre spalle, nel disin­te­resse gene­rale. E sem­pre di più, davanti a certi discorsi e alle pra­ti­che poste in essere, dob­biamo chie­derci dove sia finita quella «Europa dei popoli», pero­rata da Spi­nelli (Altiero!), Erne­sto Rossi, Euge­nio Colorni, nel loro sogno di fede­ra­li­smo demo­cra­tico e socialista.

Men­tre si dimen­tica che la guerra ad Hitler non fu vinta a Dun­querke, ma a Sta­lin­grado, e si coglie l’ennesima occa­sione per appun­tare sul petto vigo­roso degli yan­keees la meda­glia dei sal­va­tori: tutti i ser­vizi gior­na­li­stici esor­di­scono o si con­clu­dono con «Le truppe alleate comin­cia­rono il 6 giu­gno 1944 la libe­ra­zione dell’Europa dal nazi­smo». Fini­scono tran­quil­la­mente nell’oblio i 20–22 milioni di russi morti in guerra.

Memo­ria corta, ma, appunto, disin­volto uso poli­tico della sto­ria: solo ieri Obama ha dichia­rato, dopo un grot­te­sco para­gone fra la «gene­ra­zione del 6 giu­gno» con quella «dell’11 set­tem­bre», che allora come oggi gli Stati Uniti sono «il baluardo mon­diale della libertà». E, da ultimo, Lech Walesa, a Roma a pre­sen­tare il film senile di Waida sull’«eroe» di Soli­dar­nosc, dà la sua bene­di­zione a Obama: «È dav­vero un grande». Se lo dice lui.
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