Fretta di governo. Cultura, decreto in chiaroscuro
Tomaso Montanari
Difficile commentare una legge che per la propaganda è già vigente ma non è ancora stata scritta. Eppure così lavora il governo/parlamento in Italia, ai tempi di Renzusconi. Il Fatto Quotidiano, 24 maggio 2014
Luci e ombre nel decreto legge sulla cultura e il turismo approvato giovedì dal Consiglio dei ministri. Un decreto di cui siamo costretti a parlare in base a schemi e riassunti diramati dallo stesso ministero per i Beni culturali, o su vecchie versioni (come quella inviata il 14 alle Regioni). Già, perché il decreto, di fatto, non esiste: l’ufficio legislativo del ministero per i Beni culturali lo sta ancora scrivendo. E uno si chiede come funzioni la collegialità di questo governo, e come il Quirinale possa accettare una simile prassi. Il perché di questa fretta è fin troppo ovvio: le elezioni. Occorreva scrivere qualcosa sotto la voce “cultura” nel dossier che raccoglie i risultati, veri o presunti, del governo: e i soldi che (giustamente) arrivano al Maggio Musicale Fiorentino servivano a Dario Nardella prima, e non dopo, domenica. Ciò detto, il decreto dimostra la buona volontà di Dario Franceschini: e, dato il governo in cui siede, non è una notizia da poco.

Il cosiddetto Art Bonus (propagandato da un pacchianissimo logo composto dalle firme di grandi artisti) è la vera novità. Esso prevede un credito d’imposta del 65% in tre anni per chi fa donazioni per “interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, musei, siti archeologici, archivi e biblioteche pubblici, teatri pubblici e fondazioni lirico sinfoniche”. Se funzionerà, aumenteranno finalmente i fondi per la cultura.

Si può notare che alla fine ci sarà ovviamente un minor gettito per il fisco, e dunque tanto valeva stanziare direttamente i denari che servivano per la manutenzione del patrimonio, senza dover dipendere dalla generosità dei singoli: ma è importante è aver affermato il principio. I 50 milioni in più concessi al fondo per le Fondazioni liriche che risanano i loro bilanci è un’altra buona notizia. Sono spiccioli, ma sono particolarmente di sinistra i 3 milioni annui che andranno “a finanziare progetti di attività culturali, elaborati da enti locali nelle periferie urbane”. Ed era ora che si permettesse di fare nei musei tutte le foto che uno vuole, purché “con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose”.

Quelle che lasciano, invece, molto perplessi sono le misure sulla struttura del ministero. Confermando tutti coloro che avrebbe invece potuto rimuovere, Franceschini ha perso l’occasione di operare un radicale rinnovamento della struttura apicale: ma nel decreto egli imbocca l’infausta strada dei commissariamenti. E non ha senso procedere per misure eccezionali e contemporaneamente mummificare la struttura centrale: c’è bisogno che la macchina funzioni con regole ordinarie, e non violando sistematicamente queste ultime. Al Direttore generale di Pompei vengono attribuiti “poteri commissariali”, e questa è una pessima buona idea. L’ultimo commissariamento di Pompei ha prodotto una serie di disastri (tra i quali la cementificazione del Teatro Grande) e uno strascico di processi. E l’Expo insegna che i poteri eccezionali in fatto di appalto generano corruzione: ora il direttore generale di Pompei è l’integerrimo generale dei carabinieri Giovanni Nistri, nominato da Massimo Bray, ma domani? E il posto di vicedirettore è ora vacante: e a questo punto la scelta sarà pesantissima. Stesso discorso vale per la Reggia di Caserta: quello che nelle prime bozze del decreto era un segretario generale ora è diventato (salvo varianti dell'ultima ora) un commissario senza se e senza ma.

Infine, l'inevitabile cedimento all’odio di Renzi contro le soprintendenze: il decreto impone la figura del mitico manager nei poli museali presenti e futuri. Per capire bene come funzionerà bisognerà leggere l’articolato: nello schema si dice che il manager avrà “specifiche competenze gestionali e amministrative in materia di valorizzazione del patrimonio culturale”. Il che potrebbe voler dire che deciderà quali mostre fare, con immaginabili disastri culturali. È un pessimo passo, ma non è (ancora) la strage voluta da Renzi: sarà per questo che, in un tweet, il presidente del Consiglio ha definito il decreto solo “molto interessante”, invece che usare uno dei superlativi che di solito riserva alle proprie gesta.

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