L'emergenza abitativa vista con gli occhi di Lupi
Sergio Brenna
Analisi critica dell'art. 10 del DL n. 47 del 28 marzo scorso  “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per l’Expo 2015”. Nuvola di parole accattivanti a nascondere «accordi coi privati basati su indici urbanistici arbitrari e tesi a garantire il conseguimento della rendita attesa, anche in condizioni di mercato altalenante tra bolle speculative e stagnazione delle vendite. Inviato a eddyburg il 15 aprile 2014

Il ministro Lupi ha maturato nella propria passata esperienza di assessore all’urbanistica del Comune di Milano come si possa fomentare uno scambio ineguale tra presunte virtù private e permissivismo pubblico, accettando la demolizione di ogni regola basata su un razionale rapporto tra quantità costruite, densità di popolazione e spazi ed aree per strutture pubbliche a fronte della promessa di edifici "verdi", "intelligenti", "energeticamente autosufficienti", "riciclabili"o "resilienti" (in altre parole, tutto l'armamentario ideologico delle tecnologie delle smart cities), per promuovere accordi coi privati basati su indici urbanistici del tutto arbitrari e tesi solo a garantire loro il conseguimento della rendita fondiario-immobiliare attesa, anche in condizioni di mercato altalenante tra bolle speculative e stagnazione delle vendite.
E’ esattamente ciò che viene riproposto su un orizzonte di mercato esteso all’intero quadro nazionale con l’art. 10 del Decreto Legge n. 47 del 28 marzo scorso intitolato non casualmente “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per l’Expo 2015”. Il pensiero di fondo del provvedimento è alimentato da una mancanza di fiducia nella capacità della società di costruire progetti comunitari condivisi a lungo termine, come avviene nei piani urbanistici promossi dal pubblico sulla base di una propria visione dell’interesse generale, ed utilizza invece la pressione della domanda insoddisfatta di edilizia abitativa ad uso sociale, soprattutto in locazione, per tentare di smaltire a condizioni di smobilizzo senza regole insediative lo stock edilizio privato accumulato nel periodo della bolla speculativa immobiliare montante e il poco patrimonio edilizio pubblico sopravvissuto alle ricorrenti ondate di cartolarizzazioni e svendite.

Infatti, secondo il primo comma dell’art. 10, ciò dovrebbe avvenire “senza consumo di nuovo suolo rispetto agli strumenti urbanistici vigenti, favorendo il risparmio energetico e la promozione, da parte dei Comuni, di politiche urbane mirate ad un processo integrato di rigenerazione delle aree e dei tessuti attraverso lo sviluppo dell’edilizia sociale”.

Per conseguire questo scopo, tuttavia, il comma 5 mette in campo ogni genere di possibile intervento dalla “ristrutturazione edilizia, restauro o risanamento conservativo” alla “ sostituzione edilizia mediante anche la totale demolizione dell’edificio e la sua ricostruzione con modifica di sagoma o diversa localizzazione nel lotto di riferimento” alla “variazione di destinazione d’uso anche senza opere” (e quindi, eventualmente, anche con opere di trasformazione), alla “creazione di servizi e funzioni connesse e complementari alla residenza, al commercio (…) necessarie a garantire l’integrazione sociale degli inquilini degli alloggi sociali” alla “creazione di quote di alloggi da destinare alla locazione temporanea dei residenti di immobili di edilizia residenziale pubblica in corso di ristrutturazione o a soggetti sottoposti a procedure di sfratto”.

E’facile prevedere quali di queste modalità di intervento verranno preferite dai privati proponenti, soprattutto se si tiene conto che il comma 8 consente che essi “possono essere realizzati in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici, vigenti o adottati, e ai regolamenti edilizi ed alle destinazioni d’uso, nel rispetto delle norme e dei vincoli artistici, storici, archeologici, paesaggistici e ambientali, nonché delle norme di carattere igienico-sanitario e degli obiettivi di qualità dei suoli” e il comma 9 prescrive che tali interventi “devono comunque assicurare la copertura del fabbisogno energetico necessario per l’acqua calda sanitaria, il riscaldamento e il raffrescamento, tramite impianti alimentati da fonti rinnovabili”. Cioè, nel rispetto di ogni vincolo esterno, fuorché quelli di carattere di carattere intrinsecamente urbanistico-insediativo, che vengono totalmente deregolamentati.

Suona beffardo, infine, che tutto ciò si prescrive debba essere regolato “da convenzioni sottoscritte dal comune e dal soggetto privato, con la previsione di clausole sanzionatorie per il mancato rispetto del vincolo di destinazione d’uso”. Un’urbanistica “à la carte” che richiama in auge le convenzioni senza piano regolatore o il “rito ambrosiano” degli Anni Cinquanta-Sessanta che, nonostante il disastro insediativo di cui portiamo in gran parte ancora le nefaste conseguenze, si concluse solo dopo il simbolico episodio della frana di Agrigento del 1966, il cui impatto sulla pubblica opinione vinse le resistenze anche delle forze politiche più conservatrici nei confronti della necessità di una regolamentazione pubblica dell’assetto insediativo.

Anche il finanziamento che viene stanziato per l’attuazione dell’evento Expo 2015 a Milano-Rho lascia del tutto impregiudicato ciò che accadrà su quell’area (pochissimo adatta all’uso residenziale per le pesanti barriere infrastrutturali che la contornano) dal 2016 in poi, e su cui invece già aleggiano le aspettative del mondo della sussidiarietà cooperativistica dalle larghe intese, in assenza di chiari criteri insediativi prefissati dagli enti pubblici.

Oggi, l' urbanistica, dopo essere stata oggetto di grandi aspettative e rivendicazioni sociali negli anni Settanta e Ottanta, negli ultimi decenni, non gode più di una buona fama in un periodo di difficoltà finanziarie e di rapidità di mutamenti economico-produttivi e il suo posto nell’immaginario sociale collettivo dell’aspettativa di un futuro migliore è stato preso dall’ambientalismo ecologista o dal liberismo da regole insediative per l’attività economica imprenditoriale o familiare.

C’è da augurarsi che non occorra un nuovo choc analogo a quello provocato dalla disastrosa frana di Agrigento per comprendere su quale strada rischiamo di tornare a metterci.



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