Michela Murgia, il Piano di Soru e quello di Cappellacci sono uguali?
Giorgio Todde
Illusi che basti chiudere le porte in faccia ai fatti per non averci a che fare, cancelliamo dalla disputa elettorale sarda temi nazionali cruciali. E riaffiorano nella discussione ... >>>


Illusi che basti chiudere le porte in faccia ai fatti per non averci a che fare, cancelliamo dalla disputa elettorale sarda temi nazionali cruciali. E riaffiorano nella discussione le bistrattate “comunità locali”. Entità indecifrabili ed elastiche, riserva aurea di voti, tirate qua e là con la promessa che saranno decisive.

Le “comunità locali” non coincidono, è chiaro, con i Comuni, né, tanto meno, con il Bene Comune, che è superiore alle singole comunità. E uno degli argomenti che più le attira è l’uso della terra, dell’aria e delle acque.

Noi sardi ci siamo dati nel 2006 un Piano paesaggistico universalmente apprezzato. Però, alla fine della legislatura, la Giunta che ci governa ne ha spremuto uno illegittimo, opposto a quello del 2006. Sostiene di averlo concepito in armonia con le “comunità locali” e ora, per dimostrare che in Sardegna si decide senza il Ministero, verrà approvato dalla Giunta prima delle elezioni.

Dalla poliedrica area indipendentista, Michela Murgia afferma che i due Piani paesaggistici sono uguali perché ambedue hanno prestato poca attenzione alle “comunità locali”. Il Ppr del 2006 rispose a circa 3.000 obiezioni, venne discusso in ogni sede, anche in giro per “comunità locali”, talvolta contestato, sottoposto a innumerevoli procedimenti dai quali uscì vittorioso.

Però anche il nuovo Piano, quello del “sì a tutto”, concepito da scaltri “ascoltatori di elettorato”, è condiviso da non poche “comunità locali” proprio perché dice sì a tutto e promette una valanga di milioni di metri cubi di cemento. E sfrutta il medesimo argomento indipendentista che solletica le “comunità locali”. Il cemento di Capo Malfatano era condiviso dalla “comunità locale”, ma i giudici del Tar e del Consiglio di Stato hanno stabilito che è illegittimo. E allora? Certo, con le “comunità locali” è indispensabile dialogare, ma è colpevole blandirle o, peggio, imbrogliarle con una falsa ubbidienza ai loro voleri.

Il Piano del 2006 è indigesto non perché macchinoso, ma perché contiene norme e regole mal tollerate. Vedi Terralba contro i vincoli idrogeologici, Olbia e la sua deregulation urbanistica, la Cagliari del cemento.

Secondo la religione delle “comunità locali” ridotte a serbatoio elettorale, ogni nuova maggioranza dovrebbe essere il decisore ultimo sul territorio a seconda di chi vince o perde. Insomma, a ogni elezione si cambiano le regole. Sarebbe questa la certezza evocata da certi indipendentisti e dai conservatori sviluppisti? L’indipendenza paesaggistica sottometterebbe il Bene Comune – che è molto più grande delle singole comunità – agli interessi locali. E sarebbe un drammatico regresso.

Ma per ora siamo salvi perché oggi le regole non sono locali e durano più delle amministrazioni di passaggio.,Sostenere che il Ppr è un “macroprogetto” imposto dall’alto, conduce all’idea che il paesaggio diventi vittima dei localismi, giù, sempre più giù, sino al preistorico “padrone in casa mia”. E sino al principio primordiale che codici e leggi ognuno se li possa fare da solo. Un codice per ogni comunità. Ma c’è qualcosa che vorremmo obiettare anche al candidato della sinistra, Francesco Pigliaru, il quale dice di voler “semplificare” il Ppr del 2006. Questa faccenda della “semplificazione” spaventa.

La parola “semplificazione” è arrischiata. E’ positiva, in sé, ma l’uso è degenerato e in Italia fregano milioni di persone con questa parola. Nessuno può affermare di ambire alla complicazione, ma la semplificazione, messa come la mettono i “semplificatori”, è stata un grimaldello per fare cose orribili, cancellando verifiche indispensabili e, in fin dei conti, regole.

Semplificazione è una parola che si è vuotata di significato come chimica verde (detta verde anche quando produce schifezze), sostenibilità, ecocompatibilità, green economy, termini dei quali qualcuno si è impadronito per confondere meglio tutti, comprese le tartassate “comunità locali”. E serve conoscerne il significato profondo ché troppa semplificazione complica le cose.

Questo articolo è inviato contemporaneamente a La Nuova Sardegna


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