Le debolezze della legge Delrio sulle Città Metropolitane
Roberto Camagni
Né chiarezza né coerenza né risorse nel pasticcio della Cittàmetropolitana in salsa Delrio, Lavoce.info, 18 febbraio 2014


Il disegno di legge Delrio, approvato dalla Camera e oggi indiscussione al Senato, oltre a trasformare le attuali Province in enti disecondo livello e in prospettiva in pure agenzie a supporto dei Comuni e delleUnioni di Comuni, stabilisce l’organizzazione, le funzioni e le modalità dielezione degli organi delle Città Metropolitane, previste dal Titolo V dellanostra Costituzione. Il Sindaco del comune capoluogo diverrebbe anche ilSindaco metropolitano, e il nuovo ente, che si sostituirebbe alla Provincia sulsuo territorio, sarebbe governato da un consiglio, eletto da – e fra - gliattuali sindaci e consiglieri comunali, e da una conferenza in cui siederebberotutti gli attuali sindaci. Il Sindaco metropolitano attribuirebbe deleghe aconsiglieri di sua fiducia; tutte le cariche sarebbero a titolo gratuito, inomaggio all’obiettivo della legge di “ridurre la classe politica” e di limitarela spesa pubblica. A certe condizioni, dopo tre anni si potrebbe procedereall’elezione del Sindaco a suffragio universale.

Sarebbe la terza volta in cui ci si accinge a costituirequesto nuovo ente, ritenuto necessario per rilanciare la competitività dellenostre grandi città nonché l’efficienza e la qualità delle loro aree diinfluenza. Speriamo che sia la volta buona! Ma il problema sta nel fatto che laparte delle legge che tratta del tema della Città Metropolitana, al suo statoattuale, è inadeguata: la distanza fra obiettivi e soluzioni appare tale da farpresagire un’ennesima occasione mancata per il paese.

Servirebbe infatti, come recita la relazione al disegno dilegge iniziale, “uno strumento di governo dalle ampie e robuste competenze”. Mala proposta legislativa va in tutt’altra direzione: le Città Metropolitaneassomigliano in larghissima misura alle Province, già deboli istituzionalmentee ulteriormente indebolite, “enti governati dai sindaci” che prestano gratuitamentei loro servizi, senza risorse per le poche competenze aggiuntive. Le funzioniassegnate sono infatti “le funzioni fondamentali delle Province”(pianificazione territoriale di puro coordinamento, infrastrutture interne e servizidi mobilità, ambiente, rete scolastica). Di nuovo troviamo sostanzialmente solo:
- il piano strategico: uno strumento di coordinamento e diindirizzo, certamente utile, ma che è possibile attivare comunque, come hadimostrato la recente esperienza realizzata dalla Provincia e dal Comune diBologna;
- la promozione dello sviluppo, ma totalmente senza risorse;
- la pianificazione territoriale generale, non meglio definita,che duplica e rischia di appiattirsi sulla pura pianificazione di coordinamento.

Di più: se si volesse passare all’elezione diretta delSindaco metropolitano occorrerebbe lo smembramento del comune capoluogo, unavecchia e sbagliata idea dei primi anni ’90. Indeboliamo la città centrale percostruire una Città Metropolitana già debole?

Vediamo più in dettaglio quattro punti chiave. Lapianificazione territoriale di area vasta - cui si dovrebbe attribuire ilcompito fondamentale di ridurre l’insensato consumo di suolo, anche riorientandol’attività edilizia verso la rigenerazione urbana - temo stia subendo lo stessodestino che si vuole per le Province: un sostanziale ridimensionamento. La sua attribuzionea istituzioni di secondo livello è certo accettabile, come avviene in Franciaper le Communautés urbaines, ma a condizione che se ne definiscano i poteri diinquadramento e di vincolo sulla pianificazione comunale, le funzioni loro trasferitedai Comuni, il sistema di incentivi; in sintesi, l’ ’adeguatezza’ delle nuovestrutture per esercitare funzioni di area vasta. Occorrerebbe almeno indicare,come è stato giustamente suggerito da Luciano Vandelli, che la pianificazionemetropolitana coincida con la ‘pianificazione di struttura’ introdotta edefinita da molte leggi regionali italiane.

Quanto alla condizione dello scorporo del comune centrale –una condizione alleggerita alla Camera per le CM con più di 3 milioni diabitanti, ma in modo non facilmente giustificabile -  essa potrebbe rispondere all’esigenza dievitare conflitti fra il sindaco del comune centrale e il sindacometropolitano, una volta che entrambi siano eletti direttamente, secondo la giustapreoccupazione di molti. Ma ribatterei: perché utilizzare uno strumento natoper tutt’altro obiettivo – quello di evitare scontri fra capoluogo e hinterland– e comunque sbagliato? Perché temere un conflitto aperto fra le dueistituzioni, che potrebbe essere evitato differenziando in modo chiaro lefunzioni loro attribuite? Questa condizione renderebbe ancora più difficile ilpassaggio all’elezione diretta del sindaco metropolitano, un obiettivo didemocrazia, anche se da raggiungere nel lungo periodo.

Una parola sul numero di CM prevedibili sulla base del testodi legge attuale. In Francia, dopo un periodo di sperimentazione di cinquant’annisulle Communautés urbaines, si è deciso oggi di passare alle Métropolesistituendone tre (per il momento). In Italia, dopo un dibattito di qualche mesee soprattutto nessuna sperimentazione, stiamo per lanciarne 18 (9 obbligatorie+ Roma + 5 possibili nelle regioni a statuto speciale + 3 nelle province conpiù di un milione di abitanti), aumentabili in futuro, più uno statuto disimile autonomia per due province montane. Ogni commento è superfluo.

Infine occorrerebbe rafforzare nettamente sia gli obiettiviche le competenze attribuite alle città metropolitane, prevedendo almeno:
- una robusta competenza di pianificazione territoriale “distruttura”, come già detto,
- una delega sulla fiscalità delle trasformazioniimmobiliari e sulle relative rendite, oggi frammentata e tenuta a livelliincompatibili col finanziamento finanche delle infrastrutture di base e dellamanutenzione urbana,
- un esplicito obiettivo di riduzione dei consumi di suolo,
- un obiettivo di semplificazione ed efficientamento dellagestione delle aree produttive,
- una competenza su edilizia sociale e riuso del patrimonioedilizio inutilizzato,
- l’istituzione di un “consiglio di sviluppo” metropolitano conle parti sociali, economiche e culturali, sull’esempio francese,
- la proposizione di credibili procedure per lapartecipazione dei cittadini,
- un’azione di comunicazione e di costruzione di un’identitàmetropolitana.

Si tratta di materie che potrebbero essere anchesuccessivamente introdotte nei singoli statuti metropolitani con leggiregionali, ma sulle quali sarebbe molto meglio che la legge nazionale dessealmeno un forte indirizzo, invece di restare totalmente muta. Al Senato spettanooggi a mio avviso queste cruciali responsabilità.

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