Benvenuti nelle città del futuro, con qualche perplessità
Emanuela Di Pasqua
Una rassegna piuttosto nutrita di esperienze urbane e urbanistiche internazionali, da cui emerge la relativa banalizzazione imperante ovunque tra gli operatori. Corriere della Sera online, 4 febbraio 2014, postilla (f.b.)

Le città del futuro, si dice, saranno ridisegnate. Perché c’è l’emergenza dei trasporti, della mobilità sostenibile, dell’inquinamento. Ma soprattutto per quei 60 milioni di cittadini supplementari che si aggiungono ogni anno per i quali, a rigor di logica, sarebbe necessario costruire ogni 5-6 giorni una città in grado di ospitare un milione di persone. Della questione si occupano ormai da tempo architetti e psicologi, urbanisti e ingegneri, antropologi e persino sociologi. E in giro per il mondo sorgono esempi interessanti o discutibili, se non addirittura fallimenti annunciati. Ma la città del domani sarà diversa da quella di oggi e a questo bisogna abituarsi, anche se magari conserverà qualcosa del passato.

QUALCHE ESEMPIO - Nel cuore degli Emirati Arabi sorgerà Masdar, la prima città a zero inquinamento e zero rifiuti, dotata di tecnologie all’avanguardia saprà sfruttare l’energia termica solare e depurare le acque. In Corea del Sud invece ci sarà Songdo, già ribattezzata la città verde e intelligente per antonomasia. Costruita su una superficie di 6 chilometri quadrati di terra bonificata, ospiterà 65 mila abitanti e sarà immersa in 240 ettari di parchi e spazi aperti. Sono solo due esempi delle città del futuro, alle quali Courrier International dedica un dossier e alle quali il Guardian offre addirittura un sito, Guardian cities, una sorta di piattaforma aperta per discutere di centri metropolitani, sicurezza, energie, infrastrutture e di come ottimizzare tutte le attività umane in vista della crescita della popolazione prevista entro il 2050.

HOPE CITY - Senza dimenticare Hope City, in Ghana, che con quel riferimento alla speranza fa sognare veramente un futuro migliore. Sarà pronta nel 2016 e sarà costituita da sei torri, darà un’abitazione a 25 mila persone e lavoro a 50 mila. Sorgerà vicino ad Accra, in una fetta di territorio attualmente disabitato, costerà 10 miliardi di dollari, ospiterà gli edifici più alti dell’Africa (270 metri) e sarà supertecnologica e super-smart, tanto da essere già stata ribattezzata la Cupertino africana. Hope City ospiterà inoltre fabbriche e magazzini, università e ospedali, un’area residenziale e strutture per il tempo libero. Ma come altre fantasie urbane (così sono state definite dai loro detrattori) ci si chiede se queste città del futuro nascano più per la gente o per gli investitori, e se rispondano ai reali bisogni della popolazione, specie se si parla di aree molto, troppo povere.

CRITICHE – Nella pubblicazione dal titolo per nulla sibillino African urban fantasies: dreams or nightmares? (Fantasie urbane africane: sogni o incubi?), pubblicato dall’International Institute for Environment and Development (Iied), Vanessa Watson, professoressa dell’Università di Città del Capo, si chiede se queste aree metropolitane che stanno proliferando in Africa e di cui troviamo già molti esempi in Cina non siano un’illusione, per altro destinata a fallire a fronte di un fabbisogno di energia galoppante e blackout sempre più frequenti. Ambiziosi progetti che hanno funzionato in Cina (Shanghai), Singapore e Dubai, stanno diventando modelli per le nuove città africane, ma non possono funzionare in un Paese dove la classe media ha una capacità di spesa giornaliera tra i 2 e i 20 dollari al giorno e la reale vivibilità di soluzioni architettoniche chiaramente d’élitesembra decisamente un miraggio.

IN ITALIA – Nel nostro Paese il tema delle città intelligenti è molto sentito e non sono poche le città che vantano già qualche risultato significativo in termini di vivibilità e qualità di vita. Milano sta realizzando un sistema di illuminazione a Led che, oltre a essere eco-friendly, gradua la sua intensità in base alla luce dell’ambiente e alle persone che frequentano la zona.Padova sta diventando il punto di riferimento per i cortili ecologici e Genova è impegnata sul Porto Green, ambizioso progetto per la fornitura di energia con microimpianti eolici e molto altro.

COMUNI DENOMINATORI – Le città del futuro andranno ben oltre però e cambieranno completamente il volto urbano, si espanderanno sempre più verso l’alto e verso l’esterno, saranno città con piste ciclabili sopraelevate e macchine intelligenti e saranno disseminate di sensori ovunque, deputati a segnalare i cassonetti pieni e i parcheggi liberi e a monitorare i tombini: la futura città mette ordine nel caos urbano, ma corre il rischio di delegare un po’ troppe cose a un computer.

PRIVATI - L’altro fenomeno che vale la pena rilevare a questo riguardo è una massiccia privatizzazione dei centri urbani, giacché dietro questi progetti architettonici c’è quasi sempre un’iniziativa privata. Si assiste a un ritorno al passato e si stanno creando città dentro le città, con una (pericolosa) delocalizzazione del controllo e della gestione urbana da parte dei governi. Infine nelle città del futuro tanti elementi cambieranno accezione e le città verranno riconfigurate attraverso la lente della paura. La panchina, per esempio, non sarà più un luogo dove socializzare e rilassarsi, ma diverrà un luogo sinistro, potenzialmente pericoloso e da sorvegliare. E questo è il destino dell’umanità. Infine c’è il tema delle calamità naturali e ci si chiede: la città del domani dovranno imparare a convivere con alluvioni e fenomeni naturali sempre più ricorrenti o a gestirli come emergenze?

L’UTOPIA DELLA CITTÀ IDEALE – La questione delle città intelligenti, disegnate su misura, torna in auge, senza dimenticarsi che questo sogno esiste da tempo. Basti pensare a Jules Verne che nel 1879 ipotizzava, nell’opera I 500 milioni della Bégum, ben due differenti città ideali su misura, in grado di rispondere ai bisogni del tempo in modo, appunto, intelligente. Nel romanzo un medico francese, il dottor Sarrasin, e uno scienziato tedesco, il professor Schultze, investono una fortuna ereditata per realizzare entrambi le loro città ideali, secondo parametri e modelli decisamente differenti. Oggi le questioni aperte a proposito della città perfetta rimangono tantissime, mentre vale la pena ricordare l’approccio che risale al 1961 dell’antropologa e studiosa dei modelli di sviluppo urbano, Jane Jacobs: «Le città sono capaci di restituire qualcosa a ognuno solo perché e solo quando sono create da ognuno». Nel suo saggio sulle metropoli americane (Vita e morte delle grandi città) si scagliò contro le città moderne e fu accesa sostenitrice del recupero a misura d’uomo dei nuclei urbani. Oggi sarebbe chiaramente demodé, ma su qualcosa continuerebbe ad avere ragione.

postilla
Raro e assai positivo, che per una volta un articolo di giornale italiano non solo si soffermi in modo articolato sulle fonti, ma ne citi una con un valore tutto sommato scientifico oltre che critico, come quella sulle città africane. Troppo spesso infatti la stampa tende semplicemente a recepire i comunicati degli uffici degli operatori, contribuendo più a far confusione che a informare su cosa accade. E parlando di nuove frontiere dello sviluppo urbano là dove non accade altro che speculazione, segnatamente nei paesi emergenti e specie in Africa. Sulla disparità fra bisogni e new town africane, anche alla luce del citato articolo di Vanessa Watson (scaricabile con altri simili), si veda questo pezzo su Millennio Urbano (f.b.)
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