Renzi, il Pieraccioni della politica
Angelo d'Orsi
«A chi mi accuserà di rimpiangere il bel tempo antico, replicherò, come la mitica Edith Piaf: “No, non rimpiango nulla”. Invece, constato l'ennesimo atto di una catastrofe. Ma come ci insegna la tragedia greca dalla catastrofe si può rinascere».Micromega, 10 dicembre 2013
È sempre difficile, nelle analisi storiche, individuare le discontinuità nella linea del tempo: le rotture, i punti di non ritorno, insomma svolgere quel lavoro, che pure è fondamentale per chi faccia professione di storico, che si chiama periodizzazione. Esistono, certo, processi di lunga durata, e di breve periodo; ma la nostra capacità, mentre li ricostruiamo, deve essere quella di individuare delle cesure all'interno di quei processi. E giustificarle, spiegarle, o almeno tentare di darne ragione, per quanto sia possibile, ricordando sempre che nella storia agiscono tre fattori: le scelte degli individui, i contesti e il caso.

Tutta questa premessa è per arrivare a dire che non è semplice capire come nasca Matteo Renzi, che giunge oggi alla guida del Partito Democratico. Quello che mi pare chiaro è che Renzi è, per ora, il punto terminale di un tragitto costellato di vicende delle quali sono stati protagonisti, comprimari o comparse vari personaggi, figure e figuri, ora semplicemente inetti, ora più o meno squallidi, talvolta peggio.

A me pare sicuro che l'8 dicembre 2013 sarà una data periodizzante, nella futura ricostruzione storica del Pd, ma avrà dei riflessi non da poco sulla scena nazionale, altrimenti forse non varrebbe neppure la pena di discuterne tanto, come si sta facendo: purtroppo, aggiungo. Ebbene, mi pare che con Renzi, si sia compiuta definitivamente, la mutazione genetica del "partito della classe operaia", del partito che ha guidato l'opposizione al fascismo prima, la Resistenza al nazifascismo dopo, del partito che più di ogni altro ha contribuito alla identità della Repubblica a cominciare dalla stesura della sua Carta costituzionale, del partito che ha difeso i ceti subalterni, del partito che ogni volta si è battuto per frenare le derive autoritarie della DC, o di contrastare l’altra deriva, quella terroristica, del partito che di fatto ha svolto il compito di una onesta classe dirigente democratica, quel compito che i democratico-cristiani con la pletora di partiti e partitini satelliti non ha mai pienamente saputo svolgere, anzi, sovente cedendo a tentazioni di tutt’altro genere.

Insomma, la mutazione politica, culturale, sociale (ossia dei ceti di riferimento), e, persino, antropologica, è compiuta, è arrivata a una meta. Diceva Walter Veltroni, in un memorabile (in senso negativo) discorso del 2000, in occasione dei cinquant’anni della Fondazione intestata ad Antonio Gramsci: “Noi non siamo più a metà del guado, la nostra traversata è compiuta. Gramsci non ci appartiene più: siamo arrivati a Rosselli”. Al di là dell’ignoranza del poveretto (nel ’37, quando morirono entrambi, variamente uccisi dal fascismo, Rosselli era, in certo senso, persino più a sinistra di Gramsci!), non c’è dubbio che Gramsci non appartenga più ai suoi pretesi eredi: e per fortuna! Del partito di Gramsci (e di Bordiga, non dimentichiamolo!), di Togliatti, di Berlinguer, nel PD che oggi viene consegnato, a furor di popolo, all’oscuro Matteo Renzi, non rimane alcunché. La “trasformazione” è compiuta.

Ora si provvederà alla “rottamazione”, in nome di inquietanti e ambigue parole d’ordine che richiamano il giovanilismo fascistoide, ma anche il “novitismo” dei forzitalioti, e di tutti i loro sodali politici, e dei loro tristi ideologi che per decenni hanno cantato le lodi del cambiamento: oggi, ricordiamolo, la destra è per il cambiamento. È una destra all’attacco, con vesti diverse, ma la sostanza è la stessa: cancellare il welfare state, rimovendo ogni ostacolo sul cammino che conduce a tanto nobile obiettivo: e la Costituzione è l’ostacolo n. 1.

La creazione del PD, dopo la "svolta" nefasta della Bolognina (e non c’è dubbio che quell’atto, di cui non era a conoscenza praticamente nessun dirigente del Pci), guidata dall'improvvido nocchiero Achille Occhetto (vi ricordate di lui?), con il grottesco abbraccio con i resti della DC e delle frattaglie residue del PSI (una parte), fu l'esito di un processo di metamorfosi il cui risultato estremo, dopo gli ulteriori guasti compiuti da D'Alema, Fassino, Veltroni (soprattutto), Bersani, e l'imbarazzante, ultima gestione di Epifani, è il Pieraccioni della politica, il berluschino Renzi.

Che vincesse era scontato; che stravincesse no. E nella sua vittoria hanno giocato non soltanto le miserie della classe politica (specie quella nuova, devo dire) del PD, ma i cambiamenti stessi della politica, sempre all’insegna della modernizzazione e del “cambiamento”. Del “nuovo”: e Renzi, occorre riconoscerlo, ha saputo perfettamente interpretare il ruolo.

Populismo di tipo modernizzatore, a differenza di quello volgare di un Grillo (ma la sostanza non cambia), aderenza alle posizioni confindustriali su economia, scuola, diritti del lavoro, welfare, immigrazione, sistema elettorale (basti pensare all’apologia del “maggioritario”), eccetera. In realtà Renzi di programmi non ne ha: parla molto per non dire nulla, ma quel nulla lo dice bene, in modo che piaccia al suo popolo, ma non dispiaccia ai ceti dominanti e alle loro agenzie di comunicazione. Il suo è lo smalto sul nulla per citare un verso di Gottfried Benn.

Ma ora la sinistra, quel che ne rimane, dovrà pure fare una riflessione seria, che, oggi, appare drammaticamente urgente. E tentare di ripartire, se ne ha le forze, subito. Un lato positivo, peraltro, forse c'è: che farà quel 30% del PD che non è per Renzi? A chi mi accuserà di rimpiangere il bel tempo antico, replicherò, come la mitica Edith Piaf: “No, non rimpiango nulla”. Invece, constato l'ennesimo atto di una catastrofe. Ma come ci insegna la tragedia greca dalla catastrofe si può rinascere.
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