La partita dell’Europa
Alfredo Reichlin
«Dietro l’appello diretto e demagogico al popolo in contrapposizione alsistema politico e istituzionale democratico c’è il fatto che il centro digravità del potere risiede sempre meno nelle istituzioni rappresentative». L’Unità,3 dicembre 2013

Con l’espulsione di Berlusconi dal Parlamento e l’uscita dal governodell’ala estremista del suo vecchio partito si sono aperti nuovi scenari. Lasinistra ne dovrebbe approfittare per riflettere sulla sua esperienza digoverno con un po’ più di respiro. L’emergenza non è finita, dalla crisi nonsiamo ancora usciti, e ciò per tante ragioni. Molte riguardano la necessità diquel «cambio di passo» di cui parla Enrico Letta. Però io vorrei attirarel’attenzione sul fatto che nodo politico principale, in ultima istanza, è ilpesante interrogativo sul dove va l’Italia se il cammino dell’Europa resta cosìincerto.
Siamo seri, il cuore delle riforme è questo. È il rapporto tra un grandePaese come il nostro che non riesce a riformare il complesso del suo«organismo» (il nesso tra Stato e società) e una moneta unica che continua anon avere un sovrano, e che quindi non dipende da un potere collettivo,condiviso, bensì da vincoli in larga parte imposte dalle scelte del Paese piùforte. Il problema, a questo punto, non è più soltanto economico. Io credo siamatura una riflessione sulle forme del potere in un mondo globalizzato. È quiche si gioca la partita della democrazia. Pongo questo problema alla vigiliadelle primarie del Pd. Lo faccio per l’enorme responsabilità che pesa su questopartito e, nella convinzione che chiunque sia il vincitore molto dipende dallacoscienza di sé e del ruolo che è in grado di esprimere quell’insieme dibisogni, di culture e di speranze che mi ostino a chiamare la «sinistra», e chenon accetterà mai di farsi emarginare, essendo un fattore costitutivo del Pd.So che la parola «sinistra» turba alcuni nostri amici. Ma forse non si è capitoche con essa non si intende evocare storie e attori del passato. Al contrario,si cerca di misurarsi con le nuove dimensioni dei problemi e, quindi, dellapolitica.
L’avanzata delle destre in tutta Europa non è leggibile (solo) concategorie sociologiche (i ricchi, i poveri, gli emarginati, i nuovi ceti) né(solo) con le tradizionali categorie politiche. Per capire cosa sta succedendodobbiamo partire dalla nuova dimensione, ormai mondiale, dei processi politicie sociali essendo questi essenzialmente questi che ridefiniscono i termini deiconflitti e dei nuovi bisogni. È giusto condannare quella falsa risposta che èil «populismo». Ma la sinistra rischia davvero di ridursi a una èliteminoritaria, se non capisce che dietro il «populismo», cioè dietro l’appellodiretto e demagogico al popolo in contrapposizione al sistema politico eistituzionale democratico (comprese le leggi e i tribunali, nel caso delladestra italiana) non c’è solo il vecchio qualunquismo. C’è il fatto che ilcentro di gravità del potere risiede sempre meno nelle istituzionirappresentative. È anche a causa di ciò che si è creata quella profondafrattura tra dirigenti e diretti che quasi ovunque si manifesta. Il popoloemerso dalla vecchia società non capisce più chi lo rappresenta, sente lavacuità della vecchia politica e finisce col condannare tutto e tutti. Possiamodisprezzare i demagoghi che ne approfittano, ma la sinistra riformista sbagliase non capisce che dietro tutto questo c’è la necessità di ridefinire il sensoe la ragione effettiva del riformismo nel mondo globale.
Dobbiamo uscire da una grande contraddizione. Siamo e restiamo convinti cheuna prospettiva di sviluppo dell’Italia non è pensabile se finiamo ai marginidell’Europa. Ma, al tempo stesso, non possiamo accettare i diktatdell’oligarchia dominante. Perché è vero che non è la signora Merkel ma sono inostri sprechi e le nostre rendite più o meno malavitose che hanno accumulatol’enorme debito pubblico. Ma il rischio che il debito italiano diventiinsostenibile resta, e tale resterà fino a quando ci viene imposta una linea dipolitica economica in cui il «rigore» si mangia le risorse per lo sviluppo e incui i profitti finanziari si formano a scapito dell’occupazione, dei servizisociali e degli investimenti produttivi.
Come ne usciamo? La mia tesi è che l’alternativa, in realtà, non è cosìsecca: o mangi questa minestra o salti dalla finestra; o esci dall’Europa o cistai dentro in questo modo. Bisogna mettere in campo la grande politica, unanuova soggettività. Non bastano i «numeri» dei centri studi, ci vogliono nuovealleanze, politiche e sociali. Sarebbe semplicemente stupido non tener contodei numeri che riflettono la realtà e i suoi vincoli. Ma cos’è la realtà? Non ècosì banale e così ovvio ricordare che la realtà siamo anche noi, non sono soloi fattori esterni a noi. La realtà sono anche gli italiani: la volontà e ipensieri di sessanta milioni di persone, un quinto degli europei. La realtà nonsono solo i pochi che contano.
Mi chiedo, a questo proposito, noi oggi inItalia chi rappresentiamo, e chi, di fatto, abbiamo rappresentato in tuttiquesti anni di governo. Ce la poniamo questa domanda? Dopotutto i popoli esistonoe alla fin fine ciò che decide è il loro modo di pensare, di schierarsi, diunirsi o di dividersi. Non si capisce perché la loro voce non può diventarequella di una nuova domanda di democrazia invece di quella della protestaeversiva, senza sbocco. Forse pesa anche il fatto che il nostro linguaggioè troppo simile a quello felpato dei ministri. Certo è che la costruzioneeuropea non regge se consiste solo in un interminabile negoziato quasiincomprensibile e riservato a vertici ristretti. Non è realistico. Non èpossibile misurarsi con la complessità dei problemi e dei poteri di un insiemevariegato di Stati se non si mette in campo la forza di un grande e chiarodisegno politico alternativo, sia pure a medio termine, cioè con l’idea di unaEuropa diversa e messa sulle gambe di un movimento reale; democratico e disinistra.
Io inviterei a riflettere bene sulla grande questione che sta venendoall’ordine del giorno. La questione della democrazia e della sovranità in uncontesto sovranazionale. E inviterei tutti noi gli anziani ma anche i giovani asmetterla di pensare la politica solo nell’ambito del breve periodo. Governarenon significa solo stare al governo, significa anche mettere in campo un grandedisegno politico capace di parlare a trecento milioni di persone, tra le piùcolte e le più ricche del mondo, le quali non possono stare alla mercè di unpugno di eurocrati, se non peggio. Che prospettive ha la sinistra se nonaffronta questo problema?
Vorrei concludere con le parole di un autentico statista europeo, l’excancelliere Helmut Schimt. «Ci troviamo di fronte a uno scenario in cui alcunemigliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia di rating americane hannopreso in ostaggio i governi europei». E così concludeva: «Se gli europeiavranno la forza e il coraggio di imporre una drastica regolamentazione delmercato finanziario potremmo pensare di diventare una zona essenziale perstabilizzare il mondo. Se falliremo, il peso dell’Europa continuerà a diminuiree il mondo si avvarrà avvierà verso un duopolio Washington-Pechino».


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