E se invece di (de)crescita cominciassimo a riparlare di progresso?
Umberto Mazzantini
«Se la crescita non ridiventa progresso, cioè ridistribuzione dei redditi, salute, istruzione, casa, salario e pensione dignitosi, ambiente sano, allora sarà solo un altro episodio effimero dell’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi». Greenreport, 19 dicembre 2013

Oggi, poche ore dopo che l’Onu aveva annunciato che la crescita mondiale sarà del 3% (ne parliamo in un altro articolo) e mentre l’Istat si accorge che l’Italia è più povera, ma il mondo è più ricco, il centro studi di Confindustria avverte che «La profonda recessione, la seconda in 6 anni, è finita. I suoi effetti no» e poi aggiunge che parlare di ripresa «E’ per molti versi improprio» e «derisorio». Secondo Confindustria «Il Paese ha subito un grave arretramento ed è diventato più fragile, anche sul fronte sociale» e parla di «Danni commisurabili solo con quelli di una guerra».

Fuoco amico, verrebbe da dire, visto che Confindustria ha sposato e chiesto tutte le politiche liberiste in salsa italo-populista che ci hanno portato a questa situazione. I lettori di greenreport.it sanno che non siamo certo teneri con il governo delle (ex) grandi intese, ma è un filino ingeneroso quanto scriveva ieri sul Sole 24 Ore il direttore Roberto Napoletano: «Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, deve trovare il coraggio di scalare la montagna e tornare a respirare aria buona altrimenti è destinato a morire velocemente di smog. Ci siamo rivolti a lui poco più di tre settimane fa chiedendogli di ascoltare il Paese e di avere come stella polare della sua legge di stabilità il lavoro, l’industria, la domanda interna». Ingeneroso perché quella montagna hanno contribuito a costruirla molti imprenditori, la vera classe dirigente di questo Paese che non può far finta di non aver avuto anche pesanti responsabilità politiche e di aver indicato la strada economica (che troppe volte portava a delocalizzare in Romania, Moldavia, Cina e Vietnam) che ci ha portato a questo stretto sentiero, sul baratro sotto la montagna, dal quale ci tocca passare, se ne saremo capaci.

Non ci si può lamentare di un milione e 810 mila posti di lavoro a tempo pieno persi dal 2007 ad oggi dopo aver inneggiato per anni alla flessibilità ed averla tradotta in una precarietà umiliante che sconfina con il lavoro nero, non ci si può lamentare della rivolta sociale e della disperazione delle piccole imprese dopo aver detto (e continuato a dire) che il welfare State era una ferrovecchio socialdemocratico e che il mercato avrebbe sistemato tutto… bastava scatenare gli spiriti animali e fare un po’ di piazza pulita del ciarpame sinistroide e sindacale.

In un Paese dove giornalisti e telecamere corrono dietro ad un manipolo di facinorosi con forconi e ignorano completamente grandi manifestazioni sindacali, dove si dà più spazio ad un qualsiasi tizio sul lastrico che la globalizzazione ha prima arricchito con il trucco della delocalizzazione e della manodopera malpagata e senza diritti, a gente che ha scoperto che se si impoveriscono e si licenziano gli italiani poi non possono più nemmeno comprare il made in Italy prodotto a Tamisoara, in un Paese dove chi chiede dignità e diritti viene fatto passare per un attempato ideologico e il fascismo di Casa Pound diventa qualcosa a cui dare ascolto perché interpreta la rabbia di chi solo poche settimane fa avrebbe investito con il Suv o la Jaguar i suoi operai in sciopero… In questo Paese ingannato, piegato ed incanaglito che vive il peggiore inverno del suo scontento, è difficile riportare tutto quello che sta succedendo alla reale dimensione che si può riassumere in una parola che è diventata una bestemmia: politica, o meglio politiche.

E’ stata politica la decisione di Barack Obama di prendere atto del fallimento del liberismo neo-conservatore ed avviare un intervento dello Stato nell’economia che sta portando gli Usa fuori dalla crisi e creando nuovi posti di lavoro, è stata politica la scelta dei partiti conservatori e liberisti che dominano l’Europa da 10 anni di tentare di chiudere la partita con il welfare state socialdemocratico, è stata politica la scelta di non salvare la Grecia e di mettere in atto un esperimento di shock economy che ha ridotto quel piccolo Paese in miseria, è politica la politica incarnata nella Troika che ha imposto a governi come quelli spagnolo, portoghese, irlandese ed italiano di diventare volenterosi carnefici di una visione ideologica dell’economia e dei rapporti sociali.

E è politico, maledettamente politico, chi semina l’illusione che la via di uscita da questa crisi, che ci toglie il respiro del futuro e ci annebbia la vista e l’orizzonte, sia uscire dall’Europa e dall’euro per recuperare una “sovranità monetaria” che negli anni ormai dimenticati della lira significava svalutazioni a ripetizione e inflazione a due cifre che erodeva rapidamente ogni aumento salariale.

E’ politica, maledettamente politica, che la crescita nei Paesi che stanno uscendo dalla crisi sia per ora un rimbalzo del baratro nel quale ci ha precipitati l’economia neoconservatrice del pensiero unico e che questo rimbalzo significhi un ulteriore arricchimento di chi ha già enormi ricchezze e posti di lavoro precari e mal pagati per chi ha già enormi disagi ed ha perso diritti e garanzie.

Il fatto è che l’economia è politica, può farla od esserne condizionata, e gli anni che (forse) ci lasciamo alle spalle sono stati anni di sudditanza della politica all’economia più ingorda, e non viceversa come vorrebbero farci credere e come credono i forconi. La verità è che non è uscendo dall’Europa e dall’Euro che si salva l’Italia e si dà una speranza ai nostri giovani e un lavoro ai nostri disoccupati, non è chiedendo un nuovo (l’ennesimo) uomo forte che si riparano i torti, la verità è che si ottiene più giustizia sociale solo se in Europa ritornano a contare quelli che quella giustizia sociale la vogliono, se si ritorna a parlare di welfare state, di progresso, se si rompe l’incantesimo dei vari Barroso, Merkel, Berlusconi. Aznar, applauditi e sostenuti dalle varie confindustrie, e che si è tramutato nell’incubo senza colpevoli dell’Europa neoconservatrice.

La verità è che se la crescita non ridiventa progresso, cioè ridistribuzione dei redditi, diritto alla salute, all’istruzione, alla casa, ad un salario e ad una pensione dignitosi, ad un ambiente sano, allora si tratterà solo di un altro episodio effimero dell’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi, dell’eterna ingordigia umana all’opera prima della nuova crisi in un mondo in crisi ecologica e dove nascono ogni giorno molti più poveri che ricchi.
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