Da Rottamatore a gran Cerimoniere
Filippo Ceccarelli
Il vero genio si fa riconoscere subito. Poi dicono che non è vero che il nuovo leader del maggior partito della "sinistra" italiana si chiami Renzusconi. La Repubblica, 19 dicembre 2013
RIGUARDAVA un’iniziativa da organizzarsi il prima possibile a Lampedusa, dove accadono cose molto brutte, anche solo a vedersi. Con un po’ di sorpresa, e almeno pari sgomento, si è invece visto Renzi presentare il libro di Bruno Vespa. Insieme ad Angelino Alfano, nella Sala Santa Chiara, già sede della conferenza stampa di presentazione del Ncd, a due passi da Palazzo Chigi, Montecitorio e Senato, come dire nel pieno della Roma politica, o della Città Proibita, a volerla proprio considerare in tal modo.

Il fatto è che quasi mai i luoghi sono neutrali. Non solo, ma lo scenario nel quale il Rottamatore si è lasciato comodamente incastonare strideva parecchio con tanti suoi proclami dell’ultima e penultima ora, «Io non logoro, strappo», «vedrete che infilo un paio di botte », «occorre innescare un cambiamento rivoluzionario», «scardinare il loro sistema» e così via.

Tutto, in quella specie di bomboniera palatina, era in effetti allestito all’insegna dell’ecclesiologia cerimoniale di Vespa. Ben cinque copie del Libro dei libri, Sale, zucchero e caffè (Mondadori), geometricamente disseminate sul tavolo dei presentatori, trasmettevano il senso dell’ennesima consacrazione ridimensionando il peso di Renzi e Alfano. Alle loro spalle, il roseo fondale riverberava la copertina del bestseller e con enormi lettere il nome dell’autore; ma soprattutto la sacra icona del piccolo Vespa in bianco e nero, una specie di Gesù bambino para-istituzionale, incombeva sul capo dei ragazzoni della post-politica. Vestiti oltretutto allo stesso modo, cioè alla maniera del medesimo Vespa, che pure si distingueva - ah, potenza della futilità! - per una cravatta molto più shocking della loro.

E allora, osservandolo con quel pizzico di scetticismo che i vincitori accecati dal successo nemmeno mettono nel conto, faceva impressione vedere quel giovane, così attento all’antipolitica, così«a piedi tra la gente», o in bici, comunque senza scorta, accanirsi attorno alla più iniziatica e quindi incomprensibile ossessione di palazzo, i maledettissimi sistemi elettorali; e veniva da chiedersi: ma è lo stesso Renzi che nel gran torneo dell’utensileria simbolica contro il «cacciavite» di Letta voleva usare il «trapano»? Lo stesso del «caterpillar», del «finish», dell’«altrimenti ci arrabbiamo»?Vespa, al suo fianco, pareva così appagato di tale trasfigurazione da assumere una posa di trasognata immobilità. Né salvavano Renzi, che è un naturale e prodigioso primo della classe, le faccette e le sopportazioni dinanzi alle pignolerie di Alfano, né le attese battute («Battute a parte» è la premessa che ripete spesso); mentre dietro a quel gioco segreto di bigliettini scambiati sul tavolo si poteva di già anche cogliere uno - nemmeno il più sfolgorante - dei perenni archetipi del potere: noi sì, voi no.

Alla Leopolda, in un gran bel discorso, Alessandro Baricco evocò Holderlin: «Il futuro è un ritorno». Ma ecco che con il medesimo e rassegnato scetticismo di cui sopra questo verso si può storcere nel senso nella regolarità, anzi nella ineluttabilità con cui tutti o quasi gli homines novi, specie quelli che promettono sfracelli, finiscono per rispondere al richiamo di Vespa; e con ciò, per la gloria anche commerciale del pontefice della terza Camera, si ritrovano inesorabilmente conglobati in un modulo di rappresentazione, in un format di potere, in un insieme di premesse simboliche, e dunque omologati o meglio «vespizzati».Se ne può trovare conferma nella mesta sorte di Mario Monti, che proprio adagiandosi sulle bianche poltroncine di Porta a porta,su consiglio di qualche geniale stratega della comunicazione, cominciò a dissipare il suo patrimonio di serietà, prima che Bersani spargesse lacrime sul vecchio parroco di Bettola, e Berlusconi continuasse a risuscitare malati, firmare contratti, mostrare il Ponte di Messina e incantare serpenti su quel tronetto.

Per cui paradossalmente Renzi è tornato a essere se stesso solo quando, con evidente maleducazione, si è astratto dal soporifero dibattito e connettendosi altrove ha cominciato a testa bassa a scrivere sms, o forse erano tweet, comunque Vespa sembrava un po’ seccato, diamine, proprio adesso...



E non è questione di pretesa superiorità etica, né di radical-chic, o di «puzza sotto il naso», come dice anche giustamente Renzi. Quell’aria da «recita in famiglia», come la battezzò tanti anni fa Enzo Forcella, quel chiamarsi insistentemente e ipocritamente per nome, «Angelino», «Matteo»; quella domandina finale sull’abito grigio indossato al Quirinale, e la rispostina finto offesa del Rottamatore sui problemi dell’Italia, e la zampata ironico-condiscendente di Vespa, «Sa, noi giornalisti siamo così frivoli... «, e Renzi che vuole metterci l’ultima parola, «per questo vi vogliamo così bene».Vero. Ma sappia che la prossima tappa è il servizio di Chiconlui sorridente in famiglia che fa l’occhietto e lava i piatti, come un Alemanno qualsiasi.
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