L'incubo della Città Ideale
Fabrizio Bottini
In fondo non hanno proprio tutti i torti quei commentatori che (prezzolati, ma non è il punto) decantano le virtù della villettopoli come libera scelta. Anche tornando al modello tradizionale di città densa, non si deve perdere di vista l'obiettivo democratico

Sul Corriere della Sera di oggi, 5 ottobre 2013, Antonio Pascale racconta le meraviglie, riprese probabilmente paro paro da un articolo del Wall Street Journal, della cosiddetta città ideale che starebbe per nascere su iniziativa di Facebook. E attenzione alla premessa generale: non su iniziativa del social network inteso come rete di amici o sedicenti tali, ma inteso in senso stretto come progetto della compagnia Facebook, che “sta comprando superfici immobiliari, in una zona, quella della Silicon Valley dove i prezzi sono così alti che, diciamo così, in pochi possono condividere”. Alla fine delle descrizioni, naturalmente abbastanza mirabolanti ma senza entrare in particolari (non sappiamo se si tratti di alta o bassa densità, per esempio, anche se si accenna a un orientamento pedonale), l'articolo esplicita la sua tesi: è un ritorno al modello otto-novecentesco dell'azienda che per favorire al massimo un rapporto diretto e di prossimità coi dipendenti, costruisce un sistema insediativo integrato fabbrica-abitazioni-servizi.

Dato che i toni del pezzo non paiono per nulla apocalittici, si intuisce un giudizio sostanzialmente positivo, o quantomeno sospeso, sull'iniziativa. E sorge spontanea la considerazione: vuoi vedere che a furia di guardarsi indietro, di trasformare qualunque giusta reazione alle fratture della modernità in nostalgia per un passato da cartolina, anche la nostra cultura di base su cosa sia una città, e in che modo si distingua da un grosso castello, o monastero, o fabbrica, è totalmente evaporata? Cosa ci sarebbe mai di ideale, all'alba del XXI secolo, nel ritorno a quelle forme di paternalismo industriale che lo stesso movimento delle Città Giardino cent'anni fa aveva usato solo come vago riferimento architettonico, per il suo “peaceful path to real reform”? Possibile che, a colpi di sensibilità artistica retro del principe Carlo, tutta la carica innovativa di un Raymond Unwin, di un Clarence Stein, si possa risolvere nella caricatura di certe relazioni di vicinato, o meccanico rapporto casa-lavoro?

La città è ben altro che una sommatoria di edifici e attività economiche, riconducibile a certe formulette da catechismo new urbanism, magari lodevoli nelle intenzioni dei progettisti, ma appunto prive di senso se non si accompagnano a una forte idea di cittadinanza, libera scelta, democrazia anche nei rapporti fra capitale e lavoro. Neppure l'autoritario progetto di Steve Jobs e Norman Foster per il campus della Apple a Cupertino, in linea col modello suburbano del parco uffici, immerso nello sprawl di villette sparse, superstrade e centri commerciali, arrivava all'assurdo di incorporare gli alloggi. Riconoscendo quindi, implicitamente, una delle innegabili conquiste sociali dell'anticittà novecentesca: l'allontanarsi, per quanto part-time, dell'individuo e della famiglia dall'oppressione dello spazio-tempo di lavoro.

E non a caso i più radicali critici delle idee ambientaliste di ritorno alla città densa e di relazioni dirette di prossimità, spesso fanno riferimento proprio alla libera scelta del cittadino, auspicando per i problemi energetici, di consumo di suolo, di inquinamento, improbabili soluzioni high-tech anziché la via maestra di una correzione di rotta del modello socioeconomico dello sprawl. Possibile che, cent'anni dopo le riflessioni sul quartiere integrato ma decentrato, e cinquant'anni di critiche all'autoritarismo consumista del suburbio, qualcuno possa ancora considerare positivo un ritorno al modello del villaggio industriale ottocentesco? Quanto lavoro c'è da fare, in termini di divulgazione, linguaggi comprensibili, e magari un po' oltre i soli interessi professionali di parte, per quanto benintenzionati.

Qui scaricabile l'articolo citato dal Corriere della Sera. Qui anche alcune considerazioni sulle correnti diatribe fra opposte fazioni pro e contro lo sprawl e i suoi aspetti diciamo così di libera scelta di mercato. Per finire, e capire che magari ci sono serie alternative pubbliche e democratiche alle company town regressive privatistiche, qui il Piano Regionale per le Città Sostenibili approvato dal consorzio intercomunale californiano per la medesima area un paio di mesi fa.
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