Suvignano è salva: bloccata l’asta
Silvia Gigli
Quando il popolo è unito. Vittoria dei comitati e delle associazioni: il governo rinuncia a mettere all'asta per la tenuta senese confiscata alla mafia, e approva il piano regionale. L'Unità, 13 settembre 2013


Il governo ha bloccato tutto. E per la magnifica struttura da oltre 700 ettari adagiata nelle Crete senesi, confiscata alla mafia per volere del giudice Giovanni Falcone, adesso può iniziare davvero una nuova vita. Il grande pressing sul governo partito dalla Toscana all’indomani della decisione dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati di metterla all’asta (era il 21 agosto scorso) e culminato nella grande manifestazione di domenica scorsa, ha avuto l’esito sperato. Ieri il viceministro dell'Interno Filippo Bubbico ha incontrato il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e con lui si è impegnato a modificare nel più breve tempo possibile la norma a cui aveva fatto riferimento l'Agenzia nazionale per i beni confiscati prendendo la decisione di vendere la tenuta, e renderla quindi compatibile con il progetto regionale di valorizzazione. Un progetto elaborato con le associazioni antimafia e gli enti locali che punta alla produzione agricola di qualità unita ad una serie di importanti attività sociali.

«È un bellissimo risultato dice soddisfatto il presidente Rossi alla fine del lungo e proficuo incontro romano che conferma la sostenibilità e il valore sociale del progetto che abbiamo condiviso con gli enti locali interessati e con tante associazioni impegnate sul fronte antimafia. Vendere la tenuta avrebbe voluto dire correre il rischio di farla nuovamente cadere nelle mani sbagliate o esporla a rischio di speculazioni. Adesso ci mettiamo subito al lavoro per concretizzare il nostro sogno».

La storia della tenuta di Suvignano è lunga e tortuosa. Azienda agricola dal potenziale enorme, è da anni in amministrazione giudiziaria, il che rende particolarmente difficile anche la gestione quotidiana. Il banale acquisto di un trattore, per esempio, richiede almeno due anni di attesa. Ciò nonostante, la struttura non ha mai smesso di lavorare e produrre, seppure con strumenti ridotti. Centinaia di ettari coltivati a grano, foraggio, olivi, foreste e poi 1800 pecore, maiali di cinta senese, un agriturismo e molto altro. Il pericolo che questo patrimonio dallo straordinario valore economico e paesaggistico potesse passare in mano a qualche privato aveva sollevato una vera e propria ondata di proteste.

Era stato per primo il presidente della Toscana a farsene interprete inviando una lettera al presidente del consiglio Enrico Letta e al ministro dell’Interno Angelino Alfano. Un primo passo seguito dalla decisione della Regione di ricorrere al Tar, infine la manifestazione di domenica scorsa che ha raccolto a Suvignano mille persone tra cittadini, volontari, politici insieme a Libera, Cgil, Coop, Legambiente, Arci, Avviso Pubblico e almeno altre 40 associazioni. In prima fila Franco La Torre, figlio di Pio, il parlamentare ucciso dalla mafia che trentuno anni fa firmò la legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. Anche don Luigi Ciotti e Maria Falcone, sorella di Giovanni, avevano voluto partecipare inviando i loro messaggi. «Da questa gente arriva una richiesta alla quale il governo non può non rispondere» aveva detto il sindaco di Monteroni d’Arbia, Jacopo Armini. All’indomani del corteo, infatti, ci sono stati contattitelefonici tra Rossi e Bubbico culminati nella riunione di ieri alla quale hanno partecipato anche il sottosegretario all'Interno Domenico Manzione, il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell'Agenzia nazionale per i beni confiscati, e il direttore generale della Regione Toscana Antonio Davide Barretta. «Il progetto regionale ha tenuto a sottolineare Rossi rispetta le finalità sociali previste dalla normativa, con il proseguimento dell'attività produttiva di un'azienda che occupa 12 dipendenti per un valore delle attività e dei beni di circa 30 milioni di euro. Questo territorio continuerà ad essere produttivo e nello stesso tempo attivo nella battaglia per la legalità».

L'azienda di Suvignano fu sequestrata nel 1996 a Vincenzo Piazza, imprenditore edile appartenente a Cosa Nostra, e confiscata in via definitiva nel 2007. La produzione agricola biologica, insieme alla filiera corta sono al centro del progetto di gestione della tenuta presentato dalla Regione. Parte della produzione dovrà essere destinata al mercato locale (per esempio nelle mense pubbliche e private), e poi si punterà all'allevamento di bestiame, sulla fattoria didattica, sull'ospitalità rurale, l'uso delle fonti alternative e sostenibili, l'impegno sociale e la diffusione delle cultura della legalità.

Se Suvignano è un simbolo, sia per l’estensione territoriale che ne fa il bene più grande confiscato alla mafia nel centro nord Italia, sia per il legame con il nome di Falcone, in Toscana i beni confiscati alle organizzazioni criminali sono in tutto 57: 32 sono stati consegnati dall'Agenzia ai soggetti che dovranno gestirli (il tempo medio fra la confisca e l'assegnazione è di 5 anni e mezzo), mentre per 19 ancora non è stata definita la destinazione finale e quindi rimangono come patrimonio dello Stato in gestione dell'Agenzia.
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