Non solo Siria, al G20 il punto sono le «grandi opere»
Antonio Tricarico
Il volto territoriale del capitalismo nell'età della globalizzazione.  Per arricchire i potenti a spese dei posteri esportano su tutto il pianeta il modello distruttivo applicato nei "paesi sviluppati", e lo chiamano progresso. Il manifesto, 5 settembre 2013

La recessione continua e la «ripresina» ritarda? Torniamo a un sano interventismo degli stati, magari a partire dalle solite grandi opere. Sembra questo uno dei messaggi emerso dalla preparazione del G20 che si apre oggi a San Pietroburgo, sotto la presidenza della Russia. Riallacciando le discussioni avviate sin dal 2010 sul finanziamento delle infrastrutture nei paesi in via di sviluppo, oggi il G20 eleva questo tema a cardine delle nuove politiche per la crescita.

In realtà a inizio 2013 la presidenza russa aveva intavolato la questione in maniera molto più mirata e pro domo sua: il Cremlino voleva discutere come gestire l'accesso e il transito per nuovi e vecchi oleodotti e gasdotti ed eventualmente come finanziare opere internazionali strategiche nell'energia. Argomento alquanto spinoso, visto che la Russia si è sfilata anni fa dall'unico trattato multilaterale sugli investimenti in vigore, l'Energy Charter Treaty, promosso dalla Ue dopo la caduta della cortina di ferro. Così, per evitare troppi conflitti, il negoziato è stato allargato all'intera questione degli investimenti per le infrastrutture.

Dietro le apparenze, non si tratta affatto di un intervento pubblico «keynesiano». Dopo la privatizzazione delle grandi aziende di stato e delle reti infrastrutturali, le società privatizzate hanno avuto grandi difficoltà a finanziarsi i propri investimenti sul mercato. Da qui la necessità di promuovere partnership pubblico-privato, spesso finite malamente, lasciando un conto salato al pubblico e gran parte dei profitti ai privati. Oggi questo modello non è più possibile, vista l'austerità e i vincoli sui bilanci pubblici. La sfida è come garantire mercati di capitale privati e globalizzati capaci di investire in progetti infrastrutturali privati molto rischiosi nel lungo termine.

Come formulato da Goldman Sachs, la più influente banca d'affari Usa, nel suo rapporto 2010 «Costruire il mondo», lo stato dovrà avere ancor più un ruolo chiave nel creare mercati di capitale privati più estesi e «profondi» tramite cambiamenti nella regolamentazione finanziaria. In questo modo investitori istituzionali, quali i fondi pensione o le assicurazioni, potranno immettere denaro in opere rischiose, o ricevere ulteriori sgravi fiscali. Il tutto per rendere possibili opere gigantesche che oggi il mercato reputa finanziariamente ed economicamente non fattibili, quali la diga di Grand Inga nel bacino del Congo, mega gasdotti nel Centro Asia e connessioni elettriche che attraversano interi continenti. Si tratta di creare le condizioni per una privatizzazione perenne che risolva la crisi di accumulazione in cui versa l'economia mondiale, in presenza di una mole enorme di capitale privato che trova ben poche opportunità di investimento altamente profittevoli.



Lo scorso marzo, al vertice di Durban in Sud Africa, per finanziare solo infrastrutture i paesi Brics hanno addirittura proposto di creare una propria banca multilaterale. Però oggi sembrano rallentare e chiedono alle economie avanzate di cofinanziare un aumento di capitale delle banche internazionali esistenti, quali la Banca mondiale, per far sì che queste ultime sostengano i loro mega progetti. Ma questa volta i paesi «ricchi» non hanno risorse sotto la scure dell'austerità e per tale ragione propongono le alchimie dei mercati finanziari - quali l'ultima trovata dei project bond, già testati in Europa - per soddisfare i paesi emergenti e concedere nuovi extra profitti a Wall Street e alla City di Londra. Ringraziano anche Dubai, Hong Kong e Singapore, piazze del «Sud del mondo» sempre più integrate nella finanza globale predatrice di ricchezza.
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