Una prima riflessione sul Progetto Fori
Vezio De Lucia
Mi pare che Ignazio Marino sia partito bene. È stata soprattutto la grande partecipazione...>>>

Mi pare che Ignazio Marino sia partito bene. È stata soprattutto la grande partecipazione di cittadini romani alla notte della via dei Fori, nonostante miserevoli tentativi di boicottaggio, a confermare la bontà dell’iniziativa. Non mi riferisco alla, molto parziale, pedonalizzazione, ma all’idea di collocare l’archeologia al centro della vita moderna. E qui occorre qualche precisazione.

Il Progetto Fori, quello autentico, quello che volevano Antonio Cederna, Luigi Petroselli, Adriano La Regina, prevedeva l’eliminazione della via dei Fori per portare alla luce il complesso archeologico più importante del mondo: i Fori di Cesare, di Augusto, di Nerva, di Traiano che, insieme a basiliche e altri edifici, formavano il centro direzionale dell’impero romano. Ma nell’attuale rilancio del Progetto l’eliminazione della via dei Fori sembra rimossa, mi pare che nessuno dei protagonisti istituzionali, a cominciare dal sindaco, ne parli esplicitamente e sembra che l’obiettivo sia solo la pedonalizzazione integrale da piazza Venezia al Colosseo. Ma così non può essere, il Progetto Fori non può essere la folla che passeggia lungo la strada voluta da Benito Mussolini.
Serve una breve ricostruzione storica. Negli anni Trenta del secolo scorso, nell’area da piazza Venezia al Colosseo fu perpetrato il più vasto e grave degli sventramenti fascisti perché Roma avesse al suo centro una strada adatta alle grandi parate militari, in uno scenario che doveva celebrare la continuità fra l’impero romano e il regime di Mussolini. Fu scelto un tracciato «dritto come la spada di un legionario» e i lavori furono condotti a ritmo di record (dall’ottobre 1931 all’ottobre 1932). Fu raso al suolo un grande quartiere di impianto cinquecentesco e furono ridotte in polvere almeno cinque chiese, lo splendido giardino di Palazzo Rivaldi, case e palazzi per oltre cinquemila vani e gli abitanti furono deportati in borgata. Appena tornati alla luce, i resti dei fori furono subito sepolti sotto la nuova via dell’Impero (così fu chiamata all’inizio l’attuale via dei Fori imperiali). Da allora, il più importante complesso archeologico del mondo è spaccato in due da un incongruo nastro d’asfalto.
Si deve a Leonardo Benevolo il primo studio che mise in discussione quella strada: nel libro Roma da ieri a domani, del 1971, propose per il centro storico della capitale di conservare gli edifici antichi, di demolire invece molti di quelli costruiti dopo l’Unità, e di sostituire con spazi verdi gran parte delle strade formate a seguito degli sventramenti post unitari. Sette anni dopo, nel dicembre del 1978, il soprintendente archeologico Adriano La Regina riprese il tema, denunciando le drammatiche condizioni dei monumenti corrosi dall’inquinamento, e introdusse allora, per la prima volta, una diretta connessione fra destino dell’area archeologica e assetto urbanistico della parte centrale della città.

La cronaca dei primi passi della proposta e dell’interesse che riscosse in Italia e all’estero è stata raccontata da Italo Insolera e Francesco Perego nel libro Archeologia e città. Storia moderna dei Fori di Roma dove sono raccolti i documenti, le testimonianze e le immagini fondamentali della vicenda dal 1870 al 1983. Per Insolera e Perego l’operazione Fori propone «una sintesi ambiziosa quanto inedita tra il patrimonio archeologico e il tessuto urbano che lo circonda: l’“antico” non è più inteso come “monumento”, né come quinta evocatrice di illustri memorie, ma come parte storica potenzialmente equiparabile ad altre parti storiche – medievali, rinascimentali, barocche – che la città non ha mai smesso di usare».

Il sindaco Giulio Carlo Argan, gli assessori Vittoria Calzolari e Renato Nicolini si schierano subito con La Regina e la sua proposta di realizzare un grande parco archeologico dai Fori fino all’Appia Antica, allontanando il traffico automobilistico, «uno degli elementi più deturpanti della città». Ma a imporre l’archeologia e il Progetto Fori al centro del dibattito politico e culturale fu l’elezione a sindaco di Luigi Petroselli (il 27 settembre 1979), quando Argan si dimise. L’idea-obiettivo che guidò l’azione di Petroselli era di accorciare le distanze fra il mondo marginale delle periferie e la città riconosciuta come tale, e perciò voleva che anche la storia dell’antica Roma non fosse patrimonio solo degli studiosi ma di tutto il popolo di Roma, anche quello più sfavorito. Sospinto dall’entusiasmo di Petroselli, il recupero dei Fori diventò l’insegna del rinnovamento della capitale, mobilitò le migliori energie, raccolse un consenso vastissimo, dalle autorità di governo alla grande intellettualità internazionale, dagli abitanti delle borgate che si stavano risanando a coloro che partecipavano all’Estate romana di Renato Nicolini.

L’esordio di Petroselli sui problemi dell’archeologia fu la decisione di smantellare via della Consolazione che da un secolo separava il Campidoglio dal Foro romano. Subito dopo il Comune deliberò l’eliminazione del piazzale che separava il Colosseo dall’arco di Costantino e dal resto del complesso Foro-Palatino. Si ricostituì così l’unità Colosseo-Foro Romano-Campidoglio e la continuità dell’antica via Sacra. L’elaborazione del progetto fu accompagnata dall’esperienza delle domeniche pedonali di via dei Fori cominciata senza grande clamore il primo febbraio del 1981, e continuata nelle domeniche successive, con crescente partecipazione popolare, nello stessa clima festoso dell’Estate romana. (E l’altra notte sono tornati alla memoria brandelli commoventi di quella stagione).

Mi pare importante ricordare che a favore del Progetto Fori si schierò subito Il Messaggero, diretto da Vittorio Emiliani. Il quotidiano diventò un protagonista dell’operazione, lo stesso quotidiano che oggi dà la linea alla destra. Allora all’opposizione stava solo Il Tempo, che all’avvicinarsi delle elezioni del maggio 1981 cominciò a insinuare che la chiusura di via dei Fori fosse suggerita più da odio al fascismo che dall’esigenza di risolvere problemi archeologici o urbanistici.

Ma improvvisamente, il 7 ottobre del 1981, solo due anni dopo la sua elezione, Petroselli morì, a quarantanove anni. Con lui cominciarono a morire il Progetto Fori e l’immaginazione al potere, e cominciò la crisi della città pubblica, sostituita dall’urbanistica contrattata, drammaticamente incollata alla concretezza degli affari. Con la scomparsa del sindaco, veli sottili di opportunismo e di circospezione avvolsero lentamente il progetto, e anche importanti intellettuali (tra gli altri, Federico Zeri, Cesare Brandi, Luca Canali) ne presero le distanze. I tempi si prolungarono all’infinito. Il parco archeologico centrale a mano a mano perse attendibilità, fu spostato nel novero delle cose molto difficili, poi impossibili, infine svanì nel nulla.

Nel 1993, dopo la sconfitta del 1985, la sinistra tornò in Campidoglio con Francesco Rutelli (sindaco dal 1993 al 2001). Poteva essere la grande occasione per riprendere le idee di Petroselli. Ma la svolta non ci fu. Anzi Rutelli si dichiarò contrario all’eliminazione della via dei Fori. Una strada che intanto – a seguito dei provvedimenti dell’assessore Walter Tocci per la drastica riduzione del traffico di attraversamento e per l’inserimento della via nella zona a traffico limitato – ha finito con l’assumere un aspetto insensato per l’esubero dello spazio impegnato dalla viabilità. Nel 1996, ripresero comunque gli scavi ai lati della via dei Fori, ma non ci si preoccupò di dar loro un disegno compiuto. Venne anche ripetuta l’esperienza delle domeniche pedonali, ma la chiusura definitiva della strada alle automobili fu rinviata alle calende greche.

Un autorevole stop al Progetto Fori è stato imposto nel 2001 con un decreto di vincolo monumentale che congela lo stato di fatto dalla via dei Fori e dintorni fino alle terme di Caracalla. La sistemazione voluta da Mussolini è presentata come «un’immagine storicamente determinata che rappresenta il volto della Capitale laica per tanti anni ricercato e finalmente, come sempre e ovunque, nel bene e nel male, raggiunto». Un vincolo posto con un decreto ministeriale si rimuove con un altro decreto ministeriale. Ma non è questo il problema. Il problema è che il vincolo sulla via dei Fori è evidentemente un prezzo pagato alla cultura della destra nostalgica. Una cultura, soprattutto a Roma, non certamente minoritaria, e attiva nelle articolazioni della società. Non mi pare che serva adesso uno scontro ideologico, serve invece un’azione culturale diffusa e convincente, che faccia leva sull’assoluta modernità del progetto Fori. Nel senso che non si tratta di un’(impossibile) operazione antistorica di ripristino dell’assetto spaziale precedente agli anni del fascismo ma, al contrario, di partire dalla sistemazione degli anni Trenta per realizzare, nel migliore dei modi, un nuovo e autentico rapporto con i più famosi resti dell’impero romano, considerando l’archeologia una componente vitale della città contemporanea, ecologica e pedonale.

Tutto ciò impone un lavoro, non facile e forse non breve, che coinvolga le università, le scuole di ogni ordine e grado, la stampa, le istituzioni scientifiche di altri paesi presenti a Roma, eccetera. Un lavoro che soprattutto mobiliti i cittadini romani per farli partecipare da protagonisti alla costruzione della nuova immagine della capitale. La grande partecipazione dell’altra notte è stata una magnifica conferma che la Roma democratica e popolare, cioè la stragrande maggioranza dei cittadini, è d’accordo con il Progetto Fori. Allora, coraggio, andiamo avanti. Non credo che ci sia un problema di risorse finanziarie, serve in primo luogo l’impegno delle persone giuste, cominciando da due amministratori che da sempre sono stati a favore del Progetto: l’archeologo Rita Paris e l’e l’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo. 

L'articolo è inviato contemporaneamente al manifesto
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