Periferie senza città. Città senza progetto
Giuseppe Galasso
«Mai sono apparse così gradualmente trascurate e lasciate a se stesse come da una ventina di anni a questa parte. Bagnoli è solo l'emblema massimo». Corriere del Mezzogiorno, 1 agosto 2013, con postilla

«Ci chiediamo esterrefatti quanto tempo ancora dovrà passare perché Napoli torni a essere una città civile. Perché essa – sia detto a chiare lettere – oggi non lo è». Così inizia una lettera di tale Vittorio Gennarini a La Stampa, apparsa venerdì 26 luglio, che si conclude affermando che «questa è una città per modo di dire, in cui anche i più pazienti non possono continuare a vivere». Il motivo dell'inciviltà napoletana? Le condizioni dei trasporti cittadini, poiché «nelle domeniche d'estate alcuni autobus pubblici scompaiono completamente dalla circolazione, spesso per intere mattinate, ricomparendo poi all'improvviso, quando i passeggeri in attesa alle fermate si sono già sentiti male per l'angoscia e il sole che picchia».

Gennarini (un nome di chiara origine meridionale, se non proprio napoletana) doveva avere un forte mal di pancia quando ha scritto una tale lettera sulla civiltà di Napoli, e stupisce che un giornale di grande tradizione come La Stampa l'abbia pubblicata senza nemmeno una parola di commento. Noi, però, saremmo pronti a scommettere che il Gennarini abbia vissuto le sue avventure estive domenicali aspettando qualche mezzo di trasporto in qualsiasi parte dell'ampio arco periferico napoletano da San Giovanni a Bagnoli. E lo crediamo perché, malgrado i grandi progressi fatti con la metropolitana collinare e urbana, le comunicazioni rimangono in quelle periferie, a dir poco, problematiche.

Con una Cumana, i cui orari sono spesso una scommessa, con una Vesuviana, lontana ormai da quella puntualità e regolarità che una volta ne facevano un modello europeo, con altre carenze a tutti ben note, il trasporto urbano è diventato uno dei tanti settori critici della Napoli odierna, ma ben più che critico proprio per l'arco periferico della città. E magari fossero solo i trasporti a essere critici in questo arco! È vero che per tutta la città l'attuale amministrazione è del tutto al di qua del mostrarsi capace di delineare un progetto o un'idea di città, un disegno urbano da perseguire in tutto o in parte, con un ritmo d'insieme o modulare.

Che cosa intenda dire il sindaco quando dice che sta trasformando la città, nessuno ha finora capito. Trasformando in che cosa? L'impressione non a caso prevalente è che siamo nel pieno di una faticosa marcia verso il nulla in un contesto di inefficienza operativa quotidiana inconsueta anche nella non brillantissima storia amministrativa napoletana. E se questo è vero per la città nel suo insieme, certo molto di più lo è per le periferie.

L'attuale periferia della città si è formata con l'ampliamento della circoscrizione cittadina operata nei primi tempi del fascismo, attuando, male e parzialmente, una delle geniali intuizioni di Nitti all'alba del Novecento. I comuni allora inclusi nel perimetro cittadino rimpiansero a lungo la loro perduta autonomia municipale, che però non molto giovava né ad essi, né a Napoli. Il negativo non era nell'annessione e nella loro perduta personalità municipale. Il negativo è derivato dal modo come è stata effettuata e poi sviluppata l'annessione. Mai, tuttavia, le periferie napoletane sono apparse così gradualmente trascurate e, infine, lasciate a se stesse come da una ventina di anni a questa parte. Bagnoli è solo l'emblema massimo, e forse insuperabile, di questa tristissima verità. Ma se si parla di Napoli Est o della periferia Nord o di quartieri come quelli occidentali, il bilancio non migliora per nulla, ed è così negativo da esimere dal fermarsi sui particolari. Eppure, quelle periferie rimasero per un bel po' un polmone vivo e compartecipe della vita cittadina.

La geografa Anna Maria Frallicciardi, con una lettera inviata a questo giornale, ha ricordato la Bagnoli della sua infanzia. Io ricordo la Bagnoli della mia infanzia, prima della guerra, che era un grande e ameno lido popolare della città, così come lo era, anche se meno ameno, San Giovanni a Teduccio; ricordo che Barra e Ponticelli ospitavano anche villeggianti d'estate con la loro posizione già vesuviana; che Secondigliano e altri rioni erano mete di gite e scampagnate non solo popolari; ricordo il gioiello che era la conca di Agnano. Cose del tempo che fu, dissolte dalla nefanda espansione edilizia che ha rovinato tanta parte della città dal Vomero alto e basso a Posillipo, da Capodimonte a Capodichino, o, in pieno centro, ai Fiorentini. E, tuttavia, pur nel corso di questa dissennata moltiplicazione edilizia, sempre di volta in volta vi fu un disegno di città o almeno l'esigenza di un disegno di città, che salvaguardasse la fisionomia storica alla quale Napoli deve la sua grande ed evidente importanza urbana mediterranea ed europea; e in questo disegno un certo luogo era riservato anche alle periferie, come negli ultimi tempi è accaduto sempre meno, sino all'attuale vuoto, non pneumatico, di ogni progettualità urbana. Ancora trent'anni fa si disegnava con Andrea Geremicca un «piano delle periferie», e poco dopo si disegnavano altri scenari urbani. Ora il nulla è completo sotto questo aspetto, come su questo giornale è stato ricordato con una bella pagina dedicata a Benedetto Gravagnuolo, e, per le periferie, con l'inchiesta qui ad esse dedicata.

Intanto, condizioni materiali della città si sono andate deprimendo oltre ogni possibile previsione, costituendo l'attuale terreno sociale e umano minato, che in molti sempre più indicano nel drammatico rilievo delle sue emergenze il sindaco non ci racconti, perciò, che egli sta trasformando la città, né se la prenda coi poteri forti, la camorra, la magistratura, i giornali e i giornalisti cattivi, e soprattutto non si arrocchi nei trenta mesi che ancora (salvo imprevisti) gli restano del suo mandato. Faccia altri discorsi, e soprattutto faccia qualcosa che non sia la minacciata e minacciosa rimozione dei marciapiedi di via Caracciolo (!). Dopo di essere passato dall'arancione al grigio, non precipiti in un nero profondo, aggravando ancora, come ha aggravato finora, la già così brutta condizione della città. Certo, non è che, andando via lui, si risolvano i problemi napoletani. Ma è convinzione ormai comune a Napoli e fuori che, se egli voleva «scassare tutto», c'è brillantemente riuscito; e che se qualcosa si può fare per la città, ne è un indispensabile preliminare un altro tipo di amministrazione e di attività amministrativa.
Dalla società dell’eguaglianza, che parlava di pieno impiego e di fine delle povertà materiali, si è così passati ad una società della diseguaglianza, dove distanze abissali dividono le persone.


postilla
Lo sguardo degli storici ha una lunga gittata,  a volte vede le epoche, non i lustri e gli anni più vicini.  E così l'amico Galasso, quando denuncia, giustamente, il degrado cui la giunta De Magistris ha portato Napoli, ricorda, dei decenni a noi più vicin, il "piano delle periferie promosso da Andrea Geremicca ma non ricorda il successivo sviluppo di quella esperienza negli anni della prima giunta Bassolino: fino all'approvazione del PRG del 2004. Se avesse abbassato lo sguardo fino a quegli anni avrebbe forse anche ricordato che il primo atto scriteriato del sindaco De Magistris fu lo scioglimento di quegli uffici comunali che erano riusciti a condurre una delle più interessanti e positive esperienze di pianificazione urbana, nella quale salvaguardia del territorio, soddisfacimento delle esigenze sociali, ampie dotazioni di spazi pubblici ed efficace riorganizzazione del sistema della mobilità trovavano la loro sintesi. Il lettore che voglia documentarsi meglio e che conosca ancora poco eddyburg potrà condividere il nostro giudizio scorrendo i documenti raccolti nella cartella dedicata a Napoli dell'archivio di eddyburg.
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