Veneto city quando il “green” è solo ambiguità
Sergio Pascolo
«Lo sforzo dei progettisti e della committenza a far apparire “green” la costruzione di 718 mila metri quadrati di nuova edificazione nei campi» riuscirà a convincere quell 'governatore' Zaia che ha dichiarato di voler contrastare l’inutile consumo di suolo? La Nuova Venezia, 30 giugno 2013


Il progetto di Veneto City nella sua nuova versione, definita “green”, è utile per riflettere e per decidere alcune questioni importanti e decisive per il prossimo futuro del nostro territorio. Lo sforzo dei progettisti e della committenza a far apparire “green” la costruzione di 718 mila metri quadrati di nuova edificazione nei campi è evidente e apprezzabile sia nei disegni che nelle parole utilizzate per illustrare il progetto. Il problema però è un altro: per quanto sia ammirevole che una nuova committenza si renda consapevole e ingaggi validissimi progettisti e per quanto il progetto si proponga ambiziosi standard e certificazioni energetiche, resta il fatto che la costruzione di un “polo terziario” in mezzo alla campagna, comunque si faccia, è obsoleto nella sua concezione e sbagliato perché estremamente dannoso da molti punti di vista: contraddice la politica del consumo di suolo zero ormai sostenuta da tutti a livello disciplinare e, finalmente e ultimamente anche dalle istituzioni e dalla politica; ignora l’esistenza di eccedenza di costruito riutilizzabile provocandone l’ulteriore fatiscenza; conferma antistoricamente una mono-funzionalità degli insediamenti che ha dimostrato tutta la sua inefficienza e nocività ambientale e sociale; conferma con i suoi orgogliosi 280 mila metri quadrati di parcheggio (e a dispetto della fermata della Sfmr) ancora una volta il modello disviluppo del territorio basato prevalentemente sull’ automobile.
Riguardo a tali questioni, purtroppo, il bel disegno paesaggistico e le sofisticate strutture lignee delle nuove architetture, sono assolutamente insignificanti se non addirittura fuorvianti, in quanto operazione sofisticata di marketing. Sono e rimangono 718 mila metri quadrati costruiti nella campagna circondati da 280 mila metri di parcheggi e avviluppati da migliaia di metri lineari di strade e svincoli. Se si vuole veramente, come recentemente si sente finalmente dire da più parti e da molti rappresentanti delle istituzioni locali e regionali, affrontare seriamente l’opera di manutenzione e di ricostruzione del nostro territorio non è più possibile nascondersi dietro ambiguità e raffinate confusioni: suolo zero vuol dire suolo zero, riciclo dell’esistente vuol dire riciclo dell’esistente, abbandono della monofunzionalità e ripristino della complessità - sociale e funzionale - vuol dire non costruire più centri commerciali e poli terziari separati dal tessuto urbano abitato, promozione del trasporto pubblico su ferro vuol dire attivare la creazione di reti di relazioni e di sistemi morfologici, stili e abitudini di vita che rendano meno necessario l’uso dell’auto. Su questi temi si sta lavorando in tutta Europa, con protocolli condivisi a livello comunitario, con visioni di lungo periodo, con programmazioni decennali, con progetti coerenti a quegli obiettivi e a quei quadri e i risultati sono già visibili e misurabili in molte regioni metropolitane; gli studi esistono anche qui ma sembra che ancora vengano ignorati e scavalcati.

Le strade da percorrere sono alternative; bisogna scegliere e cittadini e rappresentanti dei cittadini devono saper chiedere agli operatori quale sia la qualità richiesta dalla comunità prima che quale sia la qualità richiesta dal mercato; il progetto di Veneto City può essere utile a far chiarezza: proseguire ciecamente nella devastazione del territorio facendosi inebriare dalla “rifinitura” green, oppure finalmente ricercare quella visibilità mondiale non costruendo nella campagna un “landmark da archistar” ma facendo scelte nuove, di reti avanzate, coerenti, veramente green, evitando di costruire a discapito della natura. Continuare a ripetere gli errori degli ultimi decenni appare anacronistico e sciaguratamente improvvido.

Postilla

Nell’icona un’immagine delle “colline” articiali di calcestruzzo abitato, che l’architetto pennacchione adopera per verniciare di “green” e di “sostenibilità il suo devastante progetto.
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