Né poteri né elezioni, sì allo svuota-Province. “Risparmi per un miliardo di euro l’anno”
Silvio Buzzanca
Approvata la bozza del disegno di legge del governo per disFARE l'assetto istituzionale dell'Italia. Ma il percorso è ancora lungo. Per ora si distrugge, poi (forse, e chissà come) si costruirà. La Repubblica, 27 luglio 2013, con postilla
Un giorno, il governo spera presto, non avremo più le vecchie province. Di loro si perderà il ricordo e il nome, cancellato anche dalla Costituzione. Nell’attesa dei tempi per mettere mano alla Carta, Palazzo Chigi si porta avanti con il lavoro e prepara il terreno con un disegno di legge sulle province ribattezzato “svuota poteri”. Perché nelle province non si voterà più e al loro posto dal 1 luglio 2014 dovremmo avere, in tutto e per tutto, 11 Città metropolitane.
E prima ancora, per quelle che restano fuori, delle Unioni di comuni che si spartiranno con le Regioni le competenze provinciali, gli immobili, i dipendenti. Così gli attuali organismi diventeranno enti di secondo grado, con un presidente eletto da sindaci e presidenti di Unioni che lavoreranno gratis. Risparmio previsto sui gettoni di presenza 120 milioni di euro. Dovranno pianificare interventi su ambiente, territorio e rete scolastica. E le uniche cose che resteranno veramente da gestire saranno la costruzione e la manutenzione delle strade provinciali. Alla fine, secondo i calcoli del ministro Del Rio si risparmierà circa un miliardo l’anno. Enrico Letta fa dunque un altro passo verso la promessa abolizione.
E per questo il Consiglio dei ministri ha approvato questo schema di disegno di legge per “svuotare” le province dei loro poteri, renderle delle scatole vuote. Un ddl che marcerà insieme alla modifica costituzionale. Un percorso scelto per rispettare la sentenza della Corte Costituzionale del 3 luglio che ha bocciato un provvedimento analogo del governo Monti perché adottato con decreto legge. In pratica il governo pensa che il primo gennaio del 2014 dovranno nascere le 11 città metropolitane già previste: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, e Reggio Calabria. Naturalmente è prevista anche Roma capitale che avrà regole tutte sue. E non a caso ieri Enrico Letta, prima del Cdm ha incontrato il sindaco capitolino Ignazio Marino.
Evidentemente non tutte le attuali province ricadranno nell’area delle città metropolitane. In questo caso, la legge prevede una fase transitoria che scatterà non appena questa legge sarà approvata. Dunque, prima del sì alle modifiche costituzionali, entro 20 giorni i presidenti e i commissari in carica dovranno convocare i sindaci della provincia per fare nascere un ente di secondo grado. Spariranno i presidenti eletti, le giunte e i consigli provinciali. Al loro posto una grande assemblea di sindaci e presidenti delle Unioni comunali, altra novità della legge, che eleggerà il presidente provinciale.
Ma il percorso è lungo. Perché quello approvato dal Cdm è solo uno schema che dovrà andare alla Conferenza unificata Stato-Regioni per il parere. Che deve ancora darlo sul ddl costituzionale. Mercoledì scorso il punto è stato rinviato. Poi ci vorrà il via libera definitivo del Cdm e i due progetti potranno iniziare l’iter parlamentare. Con l’Unione province italiane che è già sulle barricate, convita che il testo sia incostituzionale. E no sono arrivati dal presidente della provincia di Milano, Guido Podestà, Pdl, e dal vicepresidente del Consiglio milanese, il democratico Roberto Caputo. 
Postilla
Chissà se tutti sanno che “elezioni di secondo grado” significano che non voteranno più i cittadini, ma solo i membri della casta: meno democrazia, e più potere alle aziende private che si occuperanno di ciò cui dovrebbero provvedere le province. Chissà se tutti sanno che cancellare le province significa cancellare, fuori dalle città metropolitane (che i decisori non sanno ancora che cosa dovranno essere) la pianificazione di livello intercomunale e, quindi diventerà più difficile contrastare il consumo di suolo, gestire l’ambiente e i rifiuti, localizzare in modo utile ai cittadini i servizi sul territorio promuovere l’agricoltura locale ecc.
Chissà se tutti sanno che spendere di meno per le province significherà spendere più per il dissesto idrogeologica, l’inquinamento, la mobilità, e avere una peggiore qualità della vita. Non lo sanno certamente i legislatori i quali, ahimè, sono in gran parte quegli stessi che hanno fatto fallire la riforma del 1990: quella che prescriveva la ristrutturazione delle province e la costituzione di “città metropolitane” democratiche nel quadro di un corretto equilibrio tra istituzioni democratiche, territorio e popolo. Si dice che Giove rende dementi quelli che vuole distruggere. Ma questa volta ha reso dementi quelli che, lo vogliano o no, stanno distruggendo noi. 
Sull’argomento vedi anche l’eddytoriale n. 159
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