Sardegna. Quattro “piani casa” contro un Piano paesaggistico
Maria Paola Morittu
Nuovi sviluppi dei tentativi della giunta berlusconiana di cancellare il piano paesaggistico regionale, approvato nel 2006 e da allora boicottato. Oggi con la complicità del Mibac? Al sonno di Ornaghi succederà quello di Bray?


La tutela dei beni paesaggistico-ambientali è un principio fondamentale della Costituzione perché riguarda la «persona umana nella sua vita, sicurezza e sanità, con riferimento anche alle generazioni future, in relazione al valore estetico-culturale assunto dall’ordinamento quale “valore primario ed assoluto” insuscettibile di essere subordinato a qualsiasi altro» (Ordinanza della Corte costituzionale n. 46 del 6 marzo 2001). Eppure fino al 2004, prima dell’emanazione della legge «salva coste» - che impose come misura di salvaguardia l’inedificabilità dei territori entro i due 2 chilometri dalla battigia - la distruzione della Sardegna sembrava inarrestabile. Dopo soli due anni, ci fu l’approvazione del primo stralcio del piano paesaggistico che dichiarò la fascia costiera bene d’insieme e adeguò la tutela alle caratteristiche dei luoghi. Singole misure di protezione imposero l’inedificabilità per le aree più a rischio, fino all’adeguamento degli strumenti urbanistici, da effettuarsi entro il limite massimo di un anno per i 102 comuni interamente ricompresi negli ambiti costieri.

Il pericolo sembrava scongiurato. Ma bisognava ancora fare i conti con l’avidità e le continue aggressioni dei soliti “gufi dal gozzo pieno”. Immediatamente fioccarono i ricorsi per ottenere l’annullamento del piano. Respinto quello alla Corte costituzionale ne arrivarono centinaia davanti ai giudici amministrativi, tutti conclusi con la conferma dell’intero impianto normativo e solo in pochi casi con la soppressione di qualche comma privo di rilevanza. Ci fu addirittura un referendum popolare abrogativo, fallito per il mancato raggiungimento del quorum.

E’ naturale che un simile clima rallentasse le procedure per l’adeguamento dei piani urbanistici al Ppr, protraendo l’efficacia delle norme di salvaguardia, che difesero i beni comuni sino al varo del primo “Piano casa” («Disposizioni straordinarie per il sostegno dell’economia mediante il rilancio del settore edilizio e per la promozione di interventi e programmi di valenza strategica per lo sviluppo») introdotto nell’ottobre 2009 dalla nuova maggioranza politica, eletta con il compito di smantellare il Piano paesaggistico regionale.
Da quel momento sono state sospese tutte le misure di protezione vigenti e si ammette persino la realizzazione di nuove opere all’interno dei 300 metri dalla linea di battigia. L’illegittimità dell’operazione è chiara, perché tutto avviene in applicazione di una norma che, dettando «principi e direttive», da applicare in sede di revisione del Ppr, dichiara testualmente che solo quest’ultimo - non, quindi, una legge - può predisporre «misure di salvaguardia» e indicare le «opere eseguibili sino all’adeguamento degli strumenti urbanistici comunali» (art. 13, Legge Regionale 21 novembre 2011, n. 21). Sfruttando le esitazioni delle Soprintendenze, Regione e comuni, imperterriti, continuano a rilasciare autorizzazioni su autorizzazioni, violando il Codice dei beni culturali e del paesaggio e precedenti pronunce del giudice amministrativo.

Intanto le “disposizioni straordinarie”, inizialmente previste dalla legge regionale per un anno e mezzo, sono state integrate e prorogate fino a novembre 2013 con tre successive edizioni del “piano casa” originario, quando, forse, scadrà la sua ultima edizione.Una lotta impari: quattro Piani casa contro un Piano paesaggistico.

Eppure, nonostante tutto, 58 comuni hanno avviato le procedure di adeguamento e 16 le hanno concluse. Certo, mancano ancora Comuni importanti, come quello di Cagliari, ma l’inerzia sembra dovuta più alla volontà di evitare le misure di salvaguardia, che alla complessità del procedimento: le deroghe introdotte dal Piano casa si applicano fino all’approvazione dei nuovi piani urbanistici e solo pochi sindaci virtuosi sono disposti a rinunciare a simili “vantaggi”.

Nel giugno 2010, inoltre, ha avuto ufficialmente inizio il procedimento di revisione del Ppr, con l’esordio pubblico del progetto Sardegna Nuove Idee e l’attivazione dei «laboratori del paesaggio» - conclusi nel febbraio 2011 - creati per accogliere le richieste dei sindaci, interessati all’annullamento delle «misure di tutela talebane». Nello stesso anno viene emanata anche la legge sullo «sviluppo golfistico», che introduce nuove deroghe al Ppr per costruire ville e alberghi intorno a 25 nuovi campi da golf: altri tre milioni di metri cubi di cemento su oltre 3 mila ettari di territorio, prevalentemente agricolo.

Nel frattempo la Regione lavora alacremente per elaborare le nuove norme di attuazione del Ppr, Tutto avviene nel più stretto riserbo, ma le notizie che filtrano sono molto inquietanti. Si parla della cancellazione di importanti disposizioni di salvaguardia, comprese quelle che vincolano la fascia costiera, i centri storici e gli insediamenti rurali, tutti declassati da bene paesaggistico a semplice “componente di paesaggio”.

Nel luglio 2012 il Consiglio regionale approva le nuove «Linee guida» che rinviano alle procedure della legge sul Piano casa. Mai formalmente coinvolti il Mibac e le associazioni ambientaliste, nonostante la loro partecipazione sia considerata obbligatoria ai fini della validità dell’intero processo: i numerosi appelli inoltrati da Italia Nostra alla Regione e al Ministero sono rimasti a lungo inascoltati. L’arroganza della Regione arriva al punto di approvare le «Norme di interpretazione autentica in materia di beni paesaggistici» al fine di ridurre la tutela prevista per le zone umide, aggirando anche una sentenza del Consiglio di Stato. L’opera di demolizione del piano paesaggistico prosegue, dunque, inesorabile e senza soste.

Nessun cedimento da parte della giunta Cappellacci neanche quando, pochi mesi dopo, il governo Monti impugna la nuova legge sulle zone umide davanti alla Corte costituzionale; o quando nel gennaio 2012 finiscono davanti alla Consulta alcune disposizioni della legge sul Piano casa per avere violato le norme del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Erano stati del resto impassibili anche l’anno prima, quando fu addirittura il governo Berlusconi a impugnare alcune norme della Legge sul golf.

Troppo forti gli interessi in gioco e ognuno deve avere la sua parte, dal piccolo imprenditore locale all’emiro del Qatar. Per difenderli la Regione acquista perfino due pagine dei maggiori quotidiani locali, ricordando ai cittadini la necessità di revisione perché «le regole di oggi vietano e bloccano».

Nel marzo 2013, finalmente, dopo che la Regione ha agito in completa solitudine per tre anni e col dichiarato intento di annientare il sistema di tutela, il Mibac firma il disciplinare d’intesa per la verifica del Ppr dell’ambito costiero. L’attività di revisione diviene di colpo necessaria per l’adeguamento delle norme di attuazione alle decisioni del giudice amministrativo (cioè per cancellare qualche comma da alcuni articoli), per recepire le leggi sul piano casa, sul golf e sull’interpretazione autentica del Ppr, nonché per eliminare le incongruenze rilevate negli elaborati del piano.

Compaiono improvvisamente anche le attività “obbligatorie” richieste dal Codice fin dal 2008: la ricognizione - con le prescrizioni d’uso - degli immobili e delle aree dichiarati beni paesaggistici da singoli provvedimenti (art. 136), dalla legge (art. 142) e dallo stesso piano paesaggistico ai sensi dell’art. 134, comma 1, lettera c) del Codice. Ma per questi ultimi, in violazione alla normativa vigente, il disciplinare non prevede l’obbligo di dettare le prescrizioni d’uso. Tutte le attività, inoltre, dovranno svolgersi in soli 210 giorni - per garantire l’approvazione del nuovo piano entro la fine della legislatura - nonostante il Ppr comprenda la puntuale individuazione di oltre 10 mila beni paesaggistici. La revisione - si precisa - avverrà secondo il procedimento indicato dal Piano casa, malgrado tale disposizione sia stata impugnata dal Governo e si trovi ancora al vaglio della Consulta. Come si è detto, infine, vengono recepite norme certamente incostituzionali, impugnate dallo stesso Governo di cui fa parte il Ministero che ha siglato l’accordo.

L’illegittimità di tutta l’operazione è sempre più evidente. Gli adempimenti richiesti dal Codice, del resto, devono rendere più efficaci i sistemi di tutela vigenti, non annullarli.

Di avviso contrario, ovviamente, il presidente Cappellacci. Intervistato dalla Nuova Sardegna un mese dopo l’accordo con il Ministero egli afferma: «le modifiche al Ppr vanno nella direzione di qualsiasi tipo di intervento e investimento, non solo del Qatar. Se oggi si vuole fare un intervento di rilevanza strategica è necessario levare alcuni vincoli. Ma non solo. All’interno di quel processo di revisione c’è anche il recepimento dei progetti strategici previsti dal Piano casa che richiedono una attenzione straordinaria e un approccio multidisciplinare». “Progetti strategici” che pare valgano 50 milioni di metri cubi. Come diecimila palazzi di sei piani. Un nuovo capoluogo di oltre 300 mila abitanti sparpagliato lungo le coste della Sardegna.

La decisione, ora spetta al Mibac. Il futuro della Sardegna è nelle sue mani. Svolgerà con coraggio e fermezza il proprio ruolo istituzionale o abbandonerà la Sardegna alla triste profezia di Antonio Cederna, lasciandola sprofondare sotto il peso del cemento?

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