Questo È per un parco
Ivan Ble?i?
La protesta di Gezi Parik e i beni comuni come base materiale della democrazia. I nessi profondi tra spazi pubblici e sfera pubblica, omologhi a quelli tra urbs civitas e polis. 3 gennaio 2013


Circola sui social network uno slogan sulla protesta di Istanbul: "Questo non è per un parco, questo è per la democrazia" ("This is not about a park, this is about democracy").

Capisco che per chiunque l'abbia inventato può apparire importante mostrare che le loro richieste stanno dentro un più vasto ordine delle cose. La loro intuizione è nel giusto almeno su un punto: per attirare l'attenzione del pubblico mondiale certamente funziona meglio caratterizzare le tue come lotte per la democrazia piuttosto che solo per "uno stupido parco".

Queste altre cose – far sentire la propria voce, la condanna dell'abuso di potere dello Stato, la libertà di espressione e della stampa, il rispetto dei diritti delle minoranze – sono tutte ovviamente cose di valore e, non fraintendetemi, sono con voi, pienamente, senza condizioni, senza cinismo, e con chi genuinamente vuole avanzare questa più generale agenda democratica.

Tuttavia, non ci sarebbe stato niente di male se la cosa fosse stata anche "solo" per un parco. Andrebbe molto bene lo stesso, anzi! E vi dirò perché. Casi come la vicenda urbanistica del Gezi Park di Istanbul sono un noioso eterno ritorno dell'uguale. Sono tentativi di appropriazione dei beni comuni attraverso le moderne forme di chiudende, dove spazi pubblici, luoghi, l'ambiente vengono sottratti dalla sfera pubblica e asserviti alla logica del privato profitto.

Queste operazioni non portano nessun beneficio collettivo, soprattutto per i residenti locali che dovrebbero essere i primi detentori del diritto alla città. Non si tratta solo del diritto di avere una città che funziona anche per loro, ma soprattutto il diritto di prendere parte al processo di pianificazione su come la loro città dovrebbe essere costruita ed organizzata.

Demistifichiamo una cosa. Non stiamo qui parlando del Bene Comune, ma dei beni comuni. Il dibattito su che cosa sia un generale bene comune è complicato, e il termine può essere (ed è stato) facilmente appropriato e mistificato. Piuttosto, i beni comuni sono, beh, dei beni: cose molto concreto come terra, luoghi, piazze, e parchi pubblici.

Fintanto che restano comuni, essi forniscono un qualche servizio pubblico e sono per definizione sotto qualche giurisdizione collettiva. Infatti, i beni comuni sono societari su un più fondamentale livello di qualunque altro moderno diritto o servizio dello Stato sociale. Anche storicamente, prima di avere questi ultimi, la sfera politica è emersa come una questione su come e che cosa significhi governare i beni comuni.

Dunque, la questione dei beni comuni è la questione sulla qualità della nostra democrazia. Se non vogliamo che la nostra democrazia sia solo un dibattito sui diritti dei gay, sul testamento biologico, o su simili cose (di nuovo, sto totalmente con voi!), abbiamo bisogno dei beni comuni, perché essi sono ciò per cui serve la democrazia. In questo preciso senso, i beni comuni sono la fondamentale base materiale della democrazia e quindi la loro difesa e l'estensione è anche la difesa e l'estensione della democrazia.

Non sono così informato da conoscere tutte le rivendicazioni che bollono in pentola né quale eterogenesi dei fini abbia culminato nella protesta di Gezi Park. Voglio solo dire che non avrebbe sminuito la sua importanza se questa cosa di Istanbul fosse stata "solo per un parco", perché per questa precisa ragione sarebbe molto stata anche per la democrazia. Per questo, lo slogan poteva anche essere: "Questo è per un parco, e per questo è per la democrazia."

Lunga vita a Gezi Park.
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