PD. La prova del fuoco del governo
Stefano Fassina
C’è chi spera ancora nel Partito democratico, e sostiente la sua tesi e le sue ragioni. I dibattito sulla sinistra prosegue. Giungerà alla conclusione prima che il potere sia tutto altrove? Il manifesto, 26 giugno 2013


Le domande poste da Asor Rosa martedì scorso sono utili a evitare di sprecare il congresso del Pd e, così, impoverire la democrazia italiana e europea (non è cieca presunzione riconoscere l'assenza o la marginalità di alternative progressiste credibili al Pd. Non a caso, Asor Rosa prende le distanze dalle «danze macabre che qualcuno, molto sollecitamente, ha iniziato e con grande entusiasmo, intorno al presunto cadavere del Pd»). Una premessa prima di rispondere. La scelta del Pd di promuovere e sostenere il governo Letta non è la rassegnata accettazione dell'impossibilità di un cambiamento progressivo nel secolo asiatico. È la scelta di affrontare la sfida nelle condizioni date, segnate da rapporti di forza economici, sociali, culturali e politici drammaticamente sbilanciati e dall'arretramento insostenibile, effettivo e temuto, delle condizioni materiali di vita delle persone, in particolare della classe media popolare, oltre che delle fasce sempre marginali. Sarebbe stato illusorio affidarsi a una collocazione all'opposizione per trovare scorciatoie nelle risposte. I risultati elettorali sono inequivocabili: Idv da una parte e Lega dall'altra, all'opposizione del governo Monti, sono quasi scomparse dopo le ultime elezioni politiche.

Sarebbe altrettanto illusorio credere che un ritorno alle precedenti incarnazioni della sinistra ridimensioni gli ostacoli, innanzitutto di ordine culturale, oggi di fronte a noi. Siamo stati all'opposizione come Ds dal 2001 al 2006. Siamo vissuti di rendita anti-belusconiana, così da evitare la fatica della ricostruzione di una forza autonoma di cambiamento progressivo. Siamo rattrappiti.

È vero: «Non esiste, non è mai esistito, un governo al di sopra delle parti». Il governo Letta non è al di sopra delle parti. È di due parti, alternative, temporaneamente insieme al governo. Il racconto del presunto interesse generale assoluto, ossia slegato da interessi materiali specifici, derivato da principi oggettivi, interpretati da super-tecnici detentori esclusivi della verità, viene meno. Il governo Letta ha le potenzialità di riaprire la dialettica politica. La politica torna a essere visibile dopo il mascheramento tecnico, super partes, dell'impianto liberista tentato nella stagione montiana. Nel governo Letta si possono confrontare due ideologie alternative, due linee politiche e programmatiche espressione di interessi materiali diversi. Sul piano culturale è un salto di qualità: la riapparizione della politica sul terreno dell'economia. Insomma, per quanto paradossale possa apparire, il governo Letta, proprio perché rimuove la rendita anti-berlusconiana, è una opportunità di disvelamento o di maturazione: il Pd è costretto a esprimere la propria identità di forza del cambiamento progressivo nel confronto-conflitto-compromesso quotidiano con il Pdl. Identità alternativa al berlusconismo, non anti-berlusconiana. Il Pd o nuota o affoga nel mare in tempesta. Non è più possibile galleggiare e lasciarsi trasportare dalla corrente.

È in grado il Pd di sostenere sul piano culturale prima che politico e organizzativo il confronto-conflitto-compromesso? Soprattutto, è possibile riattivare a scala europea qualcuno degli strumenti nazionali di regolazione dell'economia spazzati via dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale e di merci e servizi? Non lo so. So che il rischio di normalizzazione ideologica e culturale intravisto da Asor Rosa nel governo delle larghe intese è reale. So anche che l'offensiva centrista e culturalmente subalterna di Matteo Renzi, ben dissimulata dal giovanilismo rottamatore, aggrada gli interessi più forti. So, però, anche che le radici culturali del Pd non sono tutte rinsecchite, i suoi insediamenti sociali pur terremotati esistono, la sua classe dirigente amministrativa e politica, spesso poco visibile ai grandi media, è di qualità in tanti territori. So, anche che, qui e ora, evitare la sfida del governo sarebbe stato esiziale. Rinviare la battaglia a tempi migliori, dopo la dovuta auto-critica di errori e omissioni, dopo un adeguata preparazione di impianto, di organizzazione, di alleanze sociali e politiche e di classe dirigente, dopo la costruzione a carico di altri di scenari meno sfavorevoli nell'euro-zona, avrebbe voluto dire condannarsi alla marginalità e lasciar allargare il fossato tra una società disperata e una politica autoreferenziale. Un rischio troppo grande per essere corso, non per il Pd, ma per le milioni di persone più in difficoltà. Le emergenze economiche e sociali, oltre che democratiche, e la fase costituente aperta nell'Unione europea richiedono, qui e ora, il combattimento.

Per combattere e avanzare è decisiva un'analisi corretta della fase. Per capire dove siamo è utile alzare lo sguardo oltre i nostri confini. Cogliere le condizioni di debolezza di tutte le forze della sinistra europea, al governo o all'opposizione, siano esse più o meno radicali. Riconoscere «lo svuotamento politico e culturale del centro-sinistra e del Pd» quale fenomeno comune alle sinistre europee in quanto determinato dallo svuotamento della democrazia nazionale. Rilevare, ovunque, l'avanzata di movimenti populisti e nazionalisti, insieme al rinvigorimento delle destre, in quanto capaci di illudere nella riconquista della sovranità perduta attraverso regressioni nazionaliste. Insomma, accettare che la causa primaria della difficoltà di rappresentanza degli interessi sociali legati alla produzione e al lavoro, denunciata da Asor Rosa, è l'inefficacia della politica prigioniera della dimensione nazionale. Dire chiaro che sono pericolosi i tentativi di scaricare sulla rappresentanza, sui partiti e su ogni forma di mediazione tra la folla e il capo, l'inefficacia della democrazia. Denunciare che sono aperti a sbocchi reazionari i propositi di ricostruire poteri decisionali attraverso l'investitura mediatica e elettorale diretta di un capo. E convincere che l'unica strada per recuperare sovranità e capacità di governo democratico è l'irrobustimento politico dell'Unione europea. Un progetto da realizzare non soltanto nella dimensione istituzionale, ma sul terreno della rappresentanza politica e sociale. Innanzitutto, un partito organizzato, strutturato, federato a scala europea, dotato di una cultura politica autonoma per ridare incisività alla democrazia e senso alla rappresentanza.

Alla rappresentanza di chi? Alla rappresentanza di una parte. Perché un partito è parte, come sottolinea Mario Tronti. Non contenitore per la raccolta indifferenziata di interessi tenuti insieme sul piano elettorale da un leader mediaticamente efficace per un governo di intrattenimento. Quale parte? Il Pd deve rappresentare le persone che lavorano disponibili al cambiamento progressivo: lavoratori dipendenti e precari, lavoratori autonomi, professionisti e imprenditori. Non un interclassismo de-vertebrato. Ma un progetto politico come piattaforma per l'alleanza di interessi diversi orientati verso la rigenerazione europea della civiltà del lavoro evocata dall'articolo 1 della nostra Costituzione. A partire dalle persone che lavorano in condizioni di subordinazione, in forme tradizionali o inedite, oltre i confini classici del lavoro dipendente. Perché nella dimensione della produzione rimangono, drammaticamente aggravate e differenziate, asimmetrie di potere tra chi organizza il lavoro e chi offre il lavoro. Perché lo smarrimento antropologico denunciato dalla dottrina sociale della Chiesa può essere affrontato, come ricorda Pierre Carniti in "La risacca", soltanto a partire dal senso del lavoro per la dignità della persona e per la costruzione della comunità. Dal lavoro come fatto sociale. Quindi, un neo-umanesimo laburista come orizzonte del progetto politico.



Insomma, il Pd non è perduto. Nella sfida del governo può perdersi. Come altri grandi partiti si sono persi all'opposizione. Ma può anche, dal governo, battere il ferro per forgiare "l'anello mancante". Portare avanti, nella tempesta, la costruzione del progetto avviata negli ultimi anni. Perché il progetto per un partito è, secondo le parole di Alfredo Reichlin, la funzione storica che svolge. Sono i cambiamenti reali che porta a compimento. Non è un compito da delegare a un ceto politico da giudicare dalla finestra. È un cimento collettivo che le energie morali, intellettuali, politiche e sociali progressiste devono affrontare insieme.
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