Musei. Direttori solo per tre anni
Francesco Erbani
Circolare choc del ministero dei Beni culturali: incarichi a breve e poi rotazione Parte la rivolta dalle pinacoteche ai siti archeologici “Così lavorare diventa impossibile”.Come è vero che la mamma dei fessi è sempre incinta. almeno in Italia. La Repubblica, 20 giugno 2013

Dirigere un museo come la Galleria Borghese o Palazzo Barberini a Roma, gli Uffizi a Firenze, un sito archeologico, Pompei o Ercolano, per esempio, un complesso monumentale, sarà una mansione a termine. Durerà tre anni. Poi bisognerà cambiare aria, per evitare che si formino “posizioni dominanti”. E che si sia a rischio di corruttela. E lo stesso vale per un funzionario di soprintendenza: niente vigilanza per più di trentasei mesi sul medesimo paesaggio, sulla vallata o sulla cresta di collina di cui lui conosce ogni albero. È scritto in una circolare appena emessa dal segretario generale del ministero per i Beni culturali, Antonia Pasqua Recchia. Il ministro Massimo Bray di questa vicenda, pur sollecitato, non vuol parlare. Fa però sapere di aver chiesto un appunto a Recchia per verificare se è possibile interpretare diversamente le direttive internazionali da cui la circolare ha origine.

Il documento sta girando per gli uffici, dove suscita forti malumori: per alcuni è un colpo durissimo, l’ennesimo, che si abbatte su un corpo sfibrato, quello di chi custodisce il nostro patrimonio culturale ed è chiamato a compiti delicatissimi, ma da anni viene mortificato a causa dei tagli di bilancio, con un personale ridotto ai minimi termini, invecchiato e pochissime possibilità di ricambio.

La circolare è stata scritta, spiega l’architetto Recchia, in ossequio alla legge approvata nel novembre del 2012 (la numero 190) che risponde a una sollecitazione dell’Onu e del Consiglio d’Europa e che impone un piano triennale di prevenzione della corruzione. Ogni amministrazione deve stilarne uno. Il ministero per i Beni culturali lo ha adottato il 3 aprile scorso, quando c’era ancora Lorenzo Ornaghi (Bray gli è subentrato il 28 aprile). Già nel piano di Ornaghi si legge che la tutela archeologica, storico-artistica, architettonica e paesaggistica, divisa per zone di competenza e affidata, zona per zona, a singoli funzionari risponde a esigenze di competenza, che si acquisiscono col tempo, ed è dunque necessaria, ma, al tempo stesso, favorisce «la costituzione di posizioni dominanti nell’esercizio della funzione autorizzativa e suscettibili di episodi corruttivi». E per queste figure, il vero nerbo della tutela in Italia, sempre di meno, sempre più anziane (la media d’età è oltre i 57anni), costrette a pagarsi la benzina per i sopralluoghi, si auspica l’introduzione della rotazione.

Ma la circolare compie un passo in più. Oltre ai funzionari di zona, indica i direttori dei musei, quelli delle aree archeologiche e dei siti monumentali. Anche loro sarebbero, si legge, «particolarmente esposti alla corruzione». E per questo si invitano le Direzioni generali e quelle regionali ad applicare una serie di misure. Fra le quali, appunto, «risulta necessario prevedere un termine triennale per la durata dell’incarico ». La rotazione non è obbligatoria, aggiunge Recchia, «ma se un soprintendente ritiene indispensabile mantenere al suo posto oltre i tre anni un direttore di museo, deve motivarlo adeguatamente e, nel caso di episodi di corruzione, ne risponde personalmente». Ma i tre anni partono da subito? Chi li ha compiuti in una sede è già a rischio di rotazione? «Per quanto mi riguarda, sì», replica Recchia.

Le reazioni alla circolare si sono rincorse da un ufficio all’altro, da un museo archeologico a uno d’arte. Spesso restano sotto traccia, la paura di esporsi è tanta. Ma l’impressione di un’ulteriore sferzata a un personale che già si regge solo sulla forza di volontà, è molto diffusa. Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese, trova «singolare che si colpiscano proprio quelle figure che nel ministero non hanno facoltà di spesa: anche per far riparare una lampadina siamo costretti a una trafila fra le più farraginose che paralizza molte iniziative. È davvero strano che si imponga a noi la rotazione e non a figure dirigenziali che negli ultimi anni si sono moltiplicate a dismisura». Su un altro aspetto insiste Coliva: niente di tutto ciò accade in musei francesi, inglesi o americani, dove i direttori cambiano, la rotazione è vivace, masulla base di rigorose valutazioni e non di burocratici automatismi. Lei, architetto Recchia, sa se in altri paesi si applicano criteri altrettanto rigidi? «Su questo non ho indagato ». Ma perché la rotazione vale per il direttore di un museo e non per un direttore generale del ministero o per un direttore regionale? «Perché i loro contratti sono triennali, mentre chi guida un museo teoricamente può farlo a vita».

Anna Coliva dirige la Galleria Borghese dal 2007 e su di lei potrebbe cadere la mannaia della rotazione. Come su molti suoi colleghi, Anna Lo Bianco, per esempio, che dirige da oltre tre anni la Galleria di Palazzo Barberini, dove ha gestito un difficile riallestimento, una volta recuperate le sale occupate per decenni dal Circolo Ufficiali. A Maria Paola Guidobaldi, che dal 2000 regge il sito archeologico di Ercolano, impegnata in un esperimento di collaborazione con il magnate americano David Packard, esempio di partnership pubblico-privato fra i più produttivi in Italia. Ma di casi se ne possono citare infiniti fra i funzionari, che hanno accumulato anni di competenze e di esperienze e che, per 1.300-1.400 euro al mese, sorvegliano come possono che non si compiano scempi al paesaggio o non si manomettano opere d’arte.

La rotazione, come principio in sé, viene auspicato: ciò che colpisce è la rotazione triennale per decreto. Un direttore di museo come Rita Paris (che guida dal 2004 il Museo nazionale romano di Palazzo Massimo a Roma, stipendio 1.700 euro al mese) segnala il rischio «che si interrompano progetti scientifici, che si perdano saperi. È necessario intensificare i controlli, ma che cosa c’entriamo noi con la corruzione? ». E cita diversi esempi: «Uno scavo archeologico comporta anni di indagini, come pure la realizzazione di un catalogo o il rinnovo di alcune sale. Mantenere i contatti con i colleghi di altri paesi è un impegno che dura nel tempo. E che dire della programmazione di una mostra. Sono stata di recente al Metropolitan di New York dove abbiamo portato la statua del Pugile a riposo: lì pianificano esposizioni già per il 2016». 
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