Marino e la sfida della modernità
Piero Bevilacqua ed Enzo Scandurra
«Il popolo della sinistra chiede dappertutto una politica che le viene negata. E perciò diserta o rinnega i simboli che dovrebbero rappresentarla quando questi non corrispondono alla politica attesa». Questa la ragione ragioni del successo di Ignazio Marino nelle elezioni comunali a Roma, e per questo occorre votare per lui al ballottaggio . Il manifesto, 4 giugno 2013

Col senno del poi (d'obbligo nella stagione di imprevedibilità meteorologica e politica), potremmo dire che più che le parole, e le promesse, la vittoria di Marino sta in quell'atteggiamento di stupore sorridente, come quel bambino che, tra il conformismo della folla silenziosa, disse «il re è nudo!». Il pigro popolo romano ha scommesso sulla estraneità alle oligarchie, ai giochi del potere e perfino, crediamo, sul suo slogan così urticante: «Non è politica, è Roma». Ha ragione Carmine Fotia (il manifesto, 29 maggio) quando afferma: «quelli che erano indicati come i difetti di Marino, sono in realtà le sue virtù». Dopo tante chiacchiere sul futuro, "il marziano" ha riportato l'attenzione sui veri problemi romani: la vita quotidiana delle persone con tutto il loro carico di disagi e privazioni. Chi aspetta l'autobus per 45 minuti alla fermata per recarsi al lavoro, sa cosa significa vivere in questa città. L'aspetto moderato di Marino fa da velo ( ma lo rende più credibile) al suo essere di sinistra e radicale nelle questioni sociali che toccano la vita delle persone, intercettando così, senza ricercarlo con ostentazione, la voglia profonda di cambiamento dei romani. Successo che riecheggia quello di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli (qui parliamo specificamente di successo elettorale), Doria a Genova, Zedda a Cagliari.

Un'onda lunga che oggi trova espressione soprattutto nella diserzione dalle urne, ma che non si è fermata, malgrado il sabotaggio, da parte dei partiti, degli esiti vittoriosi dei referendum del giugno 2011 e lo sbocco politico paradossale delle elezioni di febbraio. Il risultato del referendum di Bologna, snobbato dalla stampa per la ridotta misura dell'affluenza, è un altro segnale. L'articolo della Costituzione che difende la scuola pubblica ha prevalso su uno schieramento di poteri gigantesco: il Pd, il Pdl, la Lega, la Curia, il sindaco, persino la popolarità di Romano Prodi. La vittoria dei promotori del referendum su uno schieramento siffatto ha un significato politico straordinario. Non vogliamo proporre una lettura lineare ed edificante, e neppure aprire qui fronti troppo ampi di discussione, ma è evidente che il popolo della sinistra chiede dappertutto una politica che le viene negata. E perciò diserta o rinnega i simboli che dovrebbero rappresentarla quando questi non corrispondono alla politica attesa.
La distanza tra i voti ottenuti da Marino(42,61%) e quelli del Pd (26,6%) nelle elezioni a Roma, non poteva essere più eloquente. Ha torto Letta a dichiarare che il successo elettorale amministrativo premia la politica delle larghe intese: è vero il contrario. La crescita dell'astensionismo lo prova senza possibilità di replica. Ma è evidente più precisamente questo: la maggioranza degli italiani chiede oggi una politica di sinistra, perché l'epoca dell'arrembaggio neoliberista, in cui sono vissuti per almeno vent'anni, appare ormai conclusa col fallimento. Mentre il Pd non vuole accorgersi che anche una parte estesa di ceto medio, dove si radica tanta parte del suo elettorato, si è impoverita e pretenderebbe una efficace redistribuzione della ricchezza nazionale. Dunque una politica di sinistra. 

La partita, a Roma, comunque non è conclusa, anzi adesso comincia per Marino la sfida più dura. Non solo quella con il simulacro di Alemanno, ma quella più ardua con i mali della città, con le lobby del mattone, con i presunti diritti edificatori acquisiti di chi si aspetta ancora concessioni per prolungare la fallimentare ideologia della crescita illimitata. Obiettivi che pur erano contenuti nel generoso programma di Sandro Medici, la cui lista si è fermata a un risultato inconsistente. Ci sarebbe da riflettere sul perché. Noi crediamo che i cittadini abbiano avuto l'impressione che si replicasse l'esperienza già nota del partito del leader. E già consumata, ad esempio, con Ingroia e che ha penalizzato la pur onesta e radicale richiesta di cambiamento contenuta nel programma di Medici. Purtroppo, a sinistra - a parte i problemi di visibilità mediatica e di mezzi - si dimentica che nel corso di una campagna elettorale, il cittadino elettore sa che c'è un avversario da battere e tende a votare per il competitore più forte, se questi offre un programma e un profilo dignitoso. E per le forze minori, con la logica del sistema maggioritario, non c'è scampo. 

A Roma per troppo tempo le politiche della sinistra al governo non si sono discostate di molto (fatta eccezione per l'onestà personale) da quelle della destra. Entrambi sono state ammaliate dal mito di una modernità di cartapesta. Quel vacuo teleologismo geometrico secondo cui ciò che viene dopo è sempre meglio di ciò che c'era prima, tutto ciò che è nuovo è sempre migliore del vecchio. Come già avvenuto per il Sud (confinato nel limbo del sottosviluppo) questa idea superficiale della modernità, priva di ogni serio fondamento culturale, ha generato l'ideologia del "ritardo", ovvero l'idea di un presunto mancato ingresso di Roma nell' evo nuovo. La città sarebbe in ritardo rispetto ai processi di modernizzazione che invece hanno conosciuto città come Barcellona, Bilbao, Londra o magari Dubai. La competizione economica tra le città deve spingere queste ultime a "rifarsi il trucco" per adeguarsi alle regole dell'economia finanziaria. Ecco allora che spuntano gli "eventi", cioè quelle celebrazioni effimere con le quali imbellettare le nostre città come fossero prostitute o vetrine, oscurando le virtù civiche esistenti, nascondendo dal proscenio luccicante i deboli che non riescono a stare al passo con questo treno in corsa, cancellando il popolo delle periferie, sempre più abbandonato al proprio destino di marginalità e solitudine. Tutto ciò che "non serve" alla santa crescita (persone, culture, tradizioni, virtù) viene buttato via, diventa disvalore, "ritardo" appunto.

Secondo il dogma della concorrenza tra città, infatti, gli investimenti andranno solo dove la velocità aumenta, la tecnologia sostituisce le forme di vita tradizionali, la fretta annulla le relazioni sociali e rende inutili i luoghi pubblici, provocando una gigantesca omologazione culturale. La mitologia novatrice di smantellamento del welfare, ritenuto un lusso che non ci possiamo più permettere, associata all'intervento salvifico del privato, alla sciagurata rincorsa all'evento come unico rimedio alla decadenza delle città, al problema del bilancio da ripianare, hanno trovato un alleato potente nella figura del cittadino-consumatore, che nel frattempo ha sostituito quella del cittadino-lavoratore. Così che il consumo è diventato il grande rito e la grande magia di una modernità che ha definitivamente tradito premesse e si avvita su se stessa decretando la propria fine.

Crediamo piuttosto che andrebbero rivalutate antiche virtù civiche andate in disuso con il modello di società che si è imposto: il passeggiare, il chiacchierare in luoghi pubblici, sostare nelle piazze, osservare i monumenti, godere dei paesaggi che a Roma sono spettacolari, riscoprire il fiume, i parchi, le ville, i ruderi romani: antidoti al pensiero neoliberista che identifica la libertà col consumo, anche con il consumo frettoloso del tempo. Roma ha una sua modernità da proporre all'Italia e al mondo: quella della solidarietà, dei diritti, dell'uguaglianza, dell'inclusione, della cura dell'ambiente e della bellezza, di una pratica di vita non abbrutita dall'utilitarismo economicista. Anche se Marino ha di fronte prove difficili, sul piano culturale può operare una trasformazione radicale, in grado di mutare lo spirito pubblico della città.
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