La libertà dei giovani non viaggia in auto
Danilo Taino
Se ne sono accorti anche nell'ex paese della Fiat: il veicolo privato non è più né uno status symbol né un potenziale motore economico. Cosa significa per il territorio? Corriere della Sera, 23 giugno 2013, postilla (f.b.)

Se pensate — come da tradizione — che sedersi dietro al volante e partire con il vento nei capelli sia una conquista di libertà, preoccupatevi. Secondo questo standard, stiamo entrando in un'era illiberale. Nel 1989, anno di picco, a sostenere l'esame per la patente B in Italia furono 2.582.736 persone. Da allora, il declino è stato costante: a1.756.374 nel 2010. Poi il crollo: 1.413.031 nel 2011 e 1.322.872 nel 2012 (dati del ministero dei Trasporti). In 23 anni una caduta del 48,8%. In una certa misura è spiegabile con il calo delle nascite e, soprattutto negli ultimi anni, con la recessione, registrata anche dalla caduta verticale del numero di auto vendute. Probabilmente, però, qualcosa è anche cambiato negli stili di vita: i giovani si stanno disamorando dell'auto (sono loro, infatti, a dettare le tendenze: per circa il 70%, gli italiani prendono la patente tra i 18 e i 24 anni). Un fenomeno quasi mondiale.

L'anno scorso, l'Università del Michigan ha notato che il 30,5% dei ragazzi americani di 19 anni non ha la patente: in crescita dal 24,5% del 2008 e dal 12,7% del 1983. Certo, anche negli Stati Uniti la recessione ha colpito, il costo del gallone di benzina è aumentato, i giovani sono alle prese con debiti consistenti per pagare le rette delle università. In misura sempre maggiore, però, sono Angry Birds (il videogioco), Facebook, Twitter ad allontanarli dall'auto. «Le persone non hanno bisogno di vedersi l'una con l'altra come prima perché possono comunicare attraverso i social media», sostiene il professor Michael Sivak, che ha condotto la ricerca della University of Michigan. Quasi il 50% dei ragazzi americani tra i 18 e i 24 anni ha detto alla società di ricerche Gartner che, dovendo scegliere tra Internet e automobile, sceglie Internet. Non che Web e quattro ruote siano alternativi: il dato ha però valore, ribalta priorità che spesso si danno per scontate.
Tendenze simili i ricercatori del Michigan le hanno registrate in Paesi a forte penetrazione di Internet: Canada, Gran Bretagna, Germania, Giappone, Svezia, Norvegia, Corea del Sud (ma in Spagna, Israele, Polonia, Svizzera è vero il contrario). Analisi specifiche in Italia non ne sono state pubblicate: il cambio di preferenze e il diverso approccio all'automobile, in particolare tra i giovani, è però evidente dai dati riportati sul numero di esami per la patente.

C'è un'altra ragione, in qualche modo strutturale, che spiega il (relativo) disamoramento per l'auto. Secondo una ricerca dell'australiana Curtin University, in Europa e in Nord America sempre meno persone la usano perché l'urbanizzazione e la congestione del traffico ormai portano a cozzare contro il cosiddetto Marchetti Wall, il limite di tempo di spostamento oltre il quale un pendolare decide che non vale la pena di andare: secondo il fisico italiano Cesare Marchetti circa un'ora e mezza. La domanda è ovvia: ci rendono più liberi Internet e la metropoli o l'automobile?

Postilla
Pare quasi automatico (lo accenna anche l'articolo del resto) iniziare a pensare al modello di città sotteso a queste nuove tendenze, e ad esempio al corso che dovrebbero imboccare politiche virtuose di riuso, riorganizzazione spaziale, densificazione e sostegno ad alcune attività economiche piuttosto che ad altre. Se esiste un modello tangibile di smart city, insomma, è sicuramente quello che emerge da questa chiara tendenza: non aggeggi tecnologici a vanvera, magari buoni solo per chi ce li vende, ma facilitatori di nuovi comportamenti sociali fortemente legati alla sostenibilità ambientale (f.b.)
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